L’azienda che coltiva i funghi coi fondi di caffè

L’azienda che coltiva i funghi coi fondi di caffè

La chiamano economia circolare, dove nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma. È il paradigma della sostenibilità, dell’impatto zero, del no-waste. Poi qualcuno dalle parole passa ai fatti e le trasforma in start-up.

È il caso di Fughi Espresso, nata nel 2013 a Capannori, provincia di Lucca, dall’incontro tra l’agronomo Antonio Di Giovanni, l’architetto Vincenzo Sangiovanni (entrambi con la fissa di fare quello che Funghi Espresso fa in effetti) e Tomohiro Sato, imprenditore giapponese capitato in Italia per studiare come facciamo a ridurre i rifiuti, oggi finanziatore del progetto dei due italiani.

L’idea è semplice: usare i fondi del caffè come terreno dove far crescer funghi. Che il fondo di caffè sia fertilizzante lo sanno le nostre nonne, che lo aggiungono nei vasi per far crescere i fiori più forti e sani. Ma finora a nessuno era venuto in mente di poter creare un’intera azienda agricola in cui al posto della terra si usasse caffè esausto.

“Il fondo di caffè è un substrato perfetto per coltivare i funghi, perché contiene minerali e sostanze nutritive utili per la loro crescita: quello che sembra uno scarto in realtà può diventare una risorsa”, così Di Giovanni presenta la sua creatura.

E nelle sue parole c’è tutta l’essenza di Funghi Espresso: uno scarto proveniente da un ciclo produttivo non diventa rifiuto, ma genera nuova energia, nuova ricchezza e nuovi posti di lavoro. Paradigmatica anche la scelta della sede: un ex calzaturificio, riconvertito per l’occasione.

“Ci ispiriamo alla natura–continua il fondatore–per questo coltiviamo e produciamo i nostri funghi con metodi che hanno un impatto sull’ambiente praticamente pari a zero.”

Impatto zero su tutta la filiera: il fondo del caffè viene raccolto nei 110mila bar italiani, che ne producono ogni anno 300mila tonnellate. “Noi aiutiamo i bar a valorizzare quello che altrimenti diventerebbe un rifiuto– dice ancora Di Giovanni–selezioniamo esercizi vicini alla nostra sede di produzione e quando è possibile privilegiamo mezzi di trasporto ecologici, come le nostre gambe”.

Il risparmio ce l’ha il bar ma anche il Comune che non deve smaltire il rifiuto, e questo è il primo vantaggio. Una volta raccolto il caffè esausto viene unito al “seme” del fungo. Tutto in modo completamente naturale, senza l’uso di prodotti chimici.

caffè

Ed ecco il secondo grande risparmio e la seconda grande intuizione della start up toscana. “Coltiviamo i nostri funghi in verticale, su supporti sospesi, riducendo l’uso del suolo: rispetto alle coltivazioni tradizionali, utilizziamo la metà dello spazio per coltivare la stessa quantità di funghi. Il fondo di caffè non ha bisogno di essere pastorizzato, con un notevole risparmio di energia. E dopo l’uso torna al suolo come compost”.

I funghi prodotti a Capannori, invece, vengono distribuiti per ristoranti e gruppi di acquisto solidale, i cosiddetti gas, nel raggio di 70 km dal luogo di produzione.

Il prossimo passo è esportare il modello. Il kit di coltivazione è infatti acquistabile anche online e consente di coltivare anche in casa tre varietà: Plerotus ostreatus (fungo orecchione o ostrica), Plerotus djamor (fungo dell’amore) e Plerotus cornucopiae (corno dell’abbondanza).

L’aspetto è quello di una scatola di cartone: si pratica un foro, si bagna, si aspettano sette giorni e il gioco è fatto. Una rivoluzione che potrebbe cambiare il mondo stesso dell’agricoltura per come lo conosciamo, a partire dalle nostre case.

Copertina di Trevor Bexon via Flickr | Foto 2 via Facebook