Storie di aziende ritornate a investire in Italia

Storie di aziende ritornate a investire in Italia

Si chiama back reshoring ed è finalmente una buona notizia per l’economia del nostro Paese. Coinvolge quelle aziende, e sono sempre di più, che scelgono di riportare in Italia la produzione, gli investimenti, e quindi i posti di lavoro, dopo un periodo all’estero.

Questo fenomeno, il cui nome potrebbe essere tradotto in “ri-localizzazione all’indietro”, è il contrario di quell’offshoring che, soprattutto nei due decenni a cavallo del 2000, ha visto molte aziende delocalizzare i propri impianti presenti in Paesi ricchi (Europa dell’Ovest e Stati Uniti), spostandoli verso l’estero, in particolare Est Europa e Asia. In cerca di luoghi in cui era possibile trovare un costo del lavoro più basso, e quindi abbattere gli oneri di produzione e spingere al ribasso i prezzi dei propri beni.  

Finalmente questo trend, che ha privato l’Italia di numerose opportunità occupazionali, si è capovolto. Dietro gli Stati Uniti, l’Italia è infatti al secondo posto per numero di aziende rientrate in anni recenti. 121 contro le 326 americane, circa doppio di quelle tornate nel Regno Unito (68) o Germania (63), e una buona fetta dei 730 casi registrati tra le economie definite “avanzate”.

È quanto rivela l’ultima edizione dell’analisi Il reshoring manifatturiero, elaborata dal gruppo di ricerca Uni-Club MoRe Reshoring, che unisce studiosi delle Università di Bologna, Catania, L’Aquila e Udine. “Dall’inizio della crisi economica globale il fenomeno sta crescendo nei principali paesi industrializzati”, ha spiegato al Sole24Ore Luciano Fratocchi, coordinatore gruppo di ricerca. “In Italia l’andamento è stabile, ma non tutte le aziende che hanno fatto rientrare delle produzioni sono disposte a dichiararlo, per cui il fenomeno è sottostimato”.

Molte di queste imprese, circa la metà del totale, rientrano in Italia dopo aver spostato la produzione in Asia, mentre il 25% circa aveva investito sull’Est Europa, o su altri Paesi del Vecchio Continente. A guardare i dati elaborati dal rapporto, a beneficiare più di altre zone del back re-shoring è il produttivo Nord-Est, con il Veneto ad accogliere ben 36 delle 121 imprese rientrate.  Seguono Emilia Romagna (21) e Lombardia (18), che distanziano le regioni del centro come Toscana e Marche (9 imprese rientrate a testa), e soprattutto il Mezzogiorno: solamente 6 delle 121 aziende che hanno scelto di riportare la produzione nel nostro Paese ha scelto di investire nelle regioni del Sud.  

A determinare queste parabole di rientro sono numerosi fattori. Per esempio, la migliorata competitività del sistema manifatturiero italiano—che secondo il Global manufacturing competitiveness index della società di consulenza Deloitte, ha visto un balzo in avanti di quattro posizioni tra il 2013 e il 2016. “Un progresso a cui contribuiscono le risorse altamente qualificate, il controllo dei costi e l’aumento della produttività”, ha spiegato sempre al Sole24Ore Valeria Brambilla, partner di Deloitte e promotrice del report.

Il personale italiano, insomma, è in grado di garantire produzioni made in Italy di alta qualità, impossibili da riprodurre fedelmente all’estero. “Il reshoring è un fenomeno strettamente correlato alla forza di filiere e distretti che concentrano competenze e flessibilità—afferma Paolo Barbieri—e che garantiscono perciò quel plus di qualità, ricerca, innovazione, controllo, autenticità e vicinanza al cliente che non si possono assicurare demandando i processi a stabilimenti in Asia o in Est Europa”.

GRAFICO_reshoring-italia 2

Elaborazione  del Sole24Ore su dati Uni-Club MoRe Reshoring

D’altronde, un’analisi della società di consulenza PwC ha mostrato che sempre più giovani consumatori sono interessati ad acquistare beni prodotti localmente: circa la metà dei 3.160 intervistati ha infatti dichiarato di considerare positiva” la decisione di rientrare nel Paese, e un terzo di questi ha sostenuto di essere maggiormente propenso ad acquistare prodotti di un’azienda, che ha adottato strategie di reshoring, rispetto a quelli delle aziende che hanno preferito restare all’estero. Senza contare che, secondo alcune stime elaborate proprio da PwC nel caso del Regno Unito, oltremanica il reshoring potrebbe generare tra i 100 e i 200mila nuovi posti di lavoro nell’arco de prossimi dieci anni. 

Insomma, sono ormai numerosi i casi di back reshoring all’italiana. Tra questi rientra quella della bolognese IMA, leader mondiale nel packaging, che ha addirittura scelto di trasferire in Emilia le commesse di cinque società tedesche acquisite dal gruppo nel 2014: “Si tratta di forniture per 60-70 milioni l’anno che possono portare a un aumento occupazionale tra i 150 e i 200 addetti”, ha spiegato il presidente Alberto Vacchi. A fine dell’anno scorso, IMA ha dato vita a due newco nell’appenino bolognese, come la Sil.Mac, a Silla, e la 3-T di Gaggio Montano, con l’obiettivo di assumere circa 50 nuovi addetti.

Sempre a Gaggio Montano ha sede la Piquadro, un’altra azienda che in anni recenti ha scelto la strada di casa. “Non andremo mai via da Gaggio Montano”, aveva spiegato al Sole24Ore Massimo Palmieri, che nel 1987 ha fondato la compagnia. Negli anni, parte della produzione era stata delocalizzata in Cina.

Poi, attorno al 2013, la decisione di rimpatriare, con priorità alla fascia più alta delle lavorazioni. A detta di Palmieri, oggi i consumatori della classe media globale “non vogliono sentir parlare di made in China bensì di made in Italy”. Continua Palmieri: “Però c’è dell’altro: aumentare il numero di borse fatte in Italia è il modo migliore per riscoprire, noi per primi, come tutto è nato, da dove arriva la nostra creatività, originalità e capacità di lavorare in squadra”. Così, l’intenzione è quella di raddoppiare ogni anno la produzione nostrana.

Il teorema di Palmieri è confermato dalla parabola della veneziana And Camicie, che in Cina produceva per servire il mercato locale, avvicinando produzione e consumo per abbattere i costi di spedizione. È però del 2013 l’accordo con l’investitore cinese Zong Qinghou, del Wahaha Group, che prevede l’apertura di negozi del produttore veneziano in 20 nuovi megastore che il gruppo asiatico aprirà in tutta la Cina. A una condizione: che i capi in vendita fossero interamente prodotti in Italia. Così, la camiceria veneta ha rilocalizzato in Italia le produzioni destinate al mercato cinese.

Un percorso seguito anche da Masters, azienda specializzata in abbigliamento sportivo e da sci, che nel 2013 ritrasferito a Bassano del Grappa, provincia di Vicenza, la realizzazione dei tubi in alluminio, spostata precedentemente in Cina.

L’Emilia è stata anche il punto di ritorno dalla Cina per Wayel, specializzata in biciclette elettriche, che con un investimento di 12 milioni di euro ha dato vita allo stabilimento FIVE, Fabbrica Italiana Veicoli Elettrici, che darà impiego a 39 persone.

In questo caso, a far optare verso la delocalizzazione al contrario sono stati soprattutto la vicinanza con i mercati nord-europei (i più interessati alle bici elettriche) e la possibilità di fare ricerca a contatto con l’Università di Bologna. Un obiettivo ambizioso per un gruppo che punta tutto sulla produzione di ciclomotori elettrici che funzionano a batterie solari.

Mentre in Veneto è tornato il Gruppo Benetton. Il gruppo, che rientra tra le aziende più desiderate come luogo di lavoro dai neo-laureati italiani, nel 2016 ha riportato “a casa” una porzione della sua produzione, grazie a un investimento di circa 2 milioni di euro nel complesso di Castrette di Villorba—nel cuore del distretto del tessile e dell’abbigliamento di Treviso. Con questo investimento Benetton ha anche lanciato il marchio Tv 31100, una nuova linea di maglioni in lana merino e cashmere prodotta in 200mila unità l’anno proprio in Italia.

Soft roses, feminine knitwear. #Benetton #FW17 #colors #women

A post shared by United Colors of Benetton (@benetton) on

La bandiera del Mezzogiorno è infine tenuta alta da Natuzzi, noto marchio dei divani made in Italy con sede a Santeramo in Colle, provincia di Bari. Nel 2013 l’azienda, colpita da una crossa crisi di vendite, era data quasi per spacciata dopo aver chiesto 1700 esuberi nelle sue fabbriche Divani&Divani.

Eppure in quell’anno un accordo sindacale definito “storico” ha capovolto la situazione: l’accordo prevedeva il ritorno in Puglia e Basilicata di alcune produzioni di fascia alta, precedentemente effettuate in Romania. Il che ha permesso di ri-occupare centinaia di lavoratori che, diversamente, sarebbero rimasti senza impiego e di creare ulteriore lavoro per le imprese dell’indotto. Un’esperienza positiva che ha reso la Natuzzi tra le protagoniste, lo scorso anno, della Fiera del Lavoro di Udine.

Immagini via Unsplash| Copertina