Bilbao, l’esempio di come l’economia di una città può rinascere in 10 anni

Bilbao, l’esempio di come l’economia di una città può rinascere in 10 anni

A metà anni Novanta Bilbao, capoluogo della Biscaglia, era una decadente città industriale ancora annerita dai fumi d’altoforno. Fondata nel XIV secolo e a lungo importantissimo snodo commerciale verso il Nord Europa, la città del golfo aveva per secoli beneficiato della sua posizione strategica e degli abbondanti depositi ferrosi delle terre circostanti.

Durante il XIX e il XX secolo, Bilbao si era trasformata rapidamente in uno dei maggiori centri europei per l’industria pesante: trasformazione del ferro, dell’acciaio e cantieristica navale erano il fiore all’occhiello di una città cresciuta fino a diventare una metropoli da un milione di persone.

Poi la crisi. Esaurite le risorse minerarie della regione, la crisi petrolifera del 1973 fu il primo grande shock che mise in scacco il modello di sviluppo della capitale economica dei Paesi Baschi. Negli anni della grande corsa, la cantieristica navale spagnola, il cui centro era il porto di Sestao, all’interno dell’area metropolitana di Bilbao, era arrivata a valere il 4,7% del mercato mondiale, dietro solo a Giappone, Svezia e Germania, grazie ai suoi forti rapporti commerciali con America Latina e Africa.

A partire dal 1978, quei numeri iniziarono a subire un drastico calo: nello status quo del nuovo mondo, caratterizzato dall’emergere di nuove economie, i cantieri baschi non erano più competitivi, e le imprese iniziarono un lungo processo di decadenza che distrusse rapidamente il tessuto industriale di Bilbao. Attivi dal 1902, gli altiforni di Vizcaya, che nel periodo d’oro avevano dato lavoro fino a 13mila operai e a 40mila impiegati dell’indotto, chiusero a una a una tutte le fornaci. Nel 1983, poi, un’alluvione devastante sconvolse la città, smantellandone la ricca rete di infrastrutture.

Nel giro di vent’anni, tra il 1975 e il 1995 la città aveva perso almeno 60mila posti di lavoro nella manifattura, entrando in un declino da cui molti ritenevano impossibile potesse riuscire a scuotersi. “In quel periodo ogni notizia era una cattiva notizia: un’altra fabbrica che chiude, un altro violento attacco dell’ETA” (il gruppo terroristico che lottava per l’indipendenza basca, ndr), racconta uno dei testimoni dell’epoca.

Ma è proprio in quel periodo che si innescarono le micce del cambiamento. Accese con il lancio del “Piano metropolitano strategico per rivitalizzare Bilbao”. Poggiato su due agenzie (Bilbao Metrópoli-30 e Bilbao Ría 2000), il Piano prevedeva una serie di iniziative su larga scala, riconversioni industriali e progetti architettonici ambiziosi per cambiare definitivamente il volto della città.

“Si trattava di un progetto molto controverso”, ha spiegato alla BBC Juan Ignacio Vidarte, tra gli ideatori e sostenitori del piano di rilancio. “Era richiesto molto denaro pubblico, quindi ci furono numerose proteste, ma per noi era importante che quelle costruzioni mostrassero al mondo l’ambizione del nostro progetto”.

Per questo, a lavorare sul nuovo volto della città furono chiamati alcuni dei più importanti architetti al mondo: nel 1995 l’apertura della metropolitana, realizzata dal Norman Foster, due anni dopo il ponte Zubizuri progettato da Santiago Calatrava. Ma ancora oggi il vero simbolo di quel rinascimento è simboleggiato dal Guggenheim, il bellissimo museo ideato da Frank Gehry, costato 89 milioni di dollari, e da cui passa la nuova vita della città basca.

Accolti da Puppy, il cane di tredici metri realizzato con 70mila fiori da Jeff Koons, la fila dei turisti incontra oggi uno scenario urbano del tutto diverso dal vecchio molo industriale sulle rive del Nervión. Uno scenario di successo. Perché, nei dieci anni dalla sua inaugurazione, avvenuta nel lontano 1997, il museo ha attratto 700mila visitatori non baschi l’anno, e generato un giro d’affari da 350 milioni di euro. “Vent’anni fa, se a Bilbao vedevi qualcuno con una mappa, voleva dire che si era perso”, si dice in città. Mentre oggi frotte di turisti alimentano un settore che da lavoro ad almeno 140 imprese locali dell’indotto. Da quando è aperto, il museo ha generato entrate fiscali per l’amministrazione regionale superiori ai 100 milioni di dollari.

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“Il nostro obiettivo è sempre stato offrire un programma che attirasse in città visitatori da ogni parte del mondo, ma non si trattava solo di costruire una nuova attrazione turistico-culturale, quanto di guidare una trasformazione complessiva, agendo come catalizzatore di altri progetti sparsi per tutta la città”, spiega Vidarte, oggi direttore generale del Guggenheim. “Il museo, qui, non è nato come un intervento isolato, ma come parte di una strategia più ampia, che ha investito sull’arte per dare alla città un ruolo di primo piano nel panorama culturale internazionale”.

Infatti, secondo uno studio pubblicato sul giornale di urbanistica European Planning Studies, “gli effetti del museo non sono limitati a un aumento del turismo o alle entrate fiscali, ma hanno anche contribuito allo sviluppo e all’articolazione spaziale della scena artistica locale, stimolando il supporto pubblico per le arti”.

Oggi il “Guggheneim effect” è un modello imitato in tutto il mondo. Negli ultimi anni, sulla speranza di replicarne la formula hanno puntato anche Abu Dhabi e Helsinki, e altri 20 progetti di poli culturali sparsi per il mondo che, secondo la società di consulenza Aea Consulting, hanno portato a investimenti di oltre 250 miliardi di dollari.

Questi includono progetti sviluppati in Arabia Saudita, Australia, Albania, Ucraina e Brasile. Ma, come spiegato da Vidarte, il segreto di Bilbao va oltre il Guggenheim, e si alimenta dei tanti progetti di riqualificazione urbana, il cui obiettivo di fondo era quello di ottenere una transizione efficace verso un’economia “leggera”, basata sulla conoscenza.

Infatti la nuova frontiera, oggi, è quella tecnologica. La nuova strategia di sviluppo di Bilbao si basa su sussidi per le industrie creative e i business basati sulle nuove tecnologie, sull’attrazione di start-up internazionali, su grandi eventi internazionali legati al settore, come il Bilbao International Art&Fashion.

Su spinta dell’archistar Zaha Hadid, poi, nel 2012 è iniziato un progetto di riqualificazione dell’isola artificiale di Zorrozaurre, che comprenderà 6mila nuovi appartamenti e due centri high-tech. Insomma, la corsa non è finita qua. “Bilbao ha avuto l’intelligenza di capire che, per mantenere il proprio posto nel mondo, bisogna saper cambiare”, conclude Vidarte.

Immagini | Copertina modificata in b&n di sarahTz via Flickr|Foto 1 modificata in b&n di Jean-Pierre Dalbéra via FLickr