A che punto è il settore delle biotecnologie italiano

A che punto è il settore delle biotecnologie italiano

Sono in molti a dire che il biotech è “the next big thing”, la prossima grande rivoluzione tecno-scientifica dopo Internet. I numeri, in effetti, fanno ben sperare. Tra il 2014 e il 2015, a livello globale, i soli Venture Capitalists hanno aumentato del 34% i loro investimenti nel settore, raggiungendo i 12 miliardi di dollari.

Al di là della grancassa di investitori e media, si tratta di un’area di ricerca davvero molto promettente, sia a livello sanitario che ambientale. E l’Italia avrebbe tutte le carte in regola per diventare un protagonista di assoluto rilievo: tra il 2008 e il 2012 i ricercatori del Belpaese hanno superato canadesi, inglesi, francesi, tedeschi e persino americani per numero di articoli e di citazioni.

Non ce la caviamo male neanche dal lato imprenditoriale: secondo il rapporto 2015 di Assobiotec, l’Italia è terza in Europa per numero di aziende dal core business focalizzato sul biotech. Ancora, a fine 2015 erano quasi 500 le imprese attive nelle biotecnologie in Italia, contro le 384 dell’anno precedente.

biotech

Gran parte del biotech italiano si concentra sulla salute (il cosiddetto “red biotech”), cioè sul trovare nuovi strumenti terapeutici e diagnostici. I ricavi sono circa 7 miliardi di euro a fronte di investimenti in ricerca e sviluppo (R&S) di circa 1,4 miliardi di euro. Il settore si occupa soprattutto di oncologia e malattie autoimmuni, neurologiche e degenerative, ma non solo: per citare un esempio, l’azienda Holostem, nata come spin-off universitario, ha creato il primo prodotto approvato e registrato per la cura di gravi ustioni della cornea a base di staminali. “Red biotech” a parte, esistono aziende attive nelle biotecnologie industriali, e in quelle applicate al settore agricolo e zootecnico.

Con una simile eccellenza nella ricerca e un buon numero di imprese biotech, l’Italia potrebbe essere un player di tutto rispetto in un mercato globale che, secondo alcune stime, varrà oltre 414 miliardi di dollari entro la fine dell’anno prossimo.

Tuttavia, la maggior parte delle aziende italiane del biotech sono piccole, con un massimo di 15 dipendenti. Basti pensare che circa la metà di loro è localizzata presso parchi scientifici e tecnologici o incubatori, o si concentra prevalentemente sulla ricerca.

In sostanza manca la liquidità necessaria a trasformare le conoscenze all’avanguardia in autentici prodotti innovativi, capaci di risolvere i problemi di tante persone, ma anche di generare crescita economica. Liquidità che altrove, soprattutto negli Usa, arriva dai Venture Capitalists e dai Business Angels.

Per fare un confronto, nel 2014 soltanto il 4% degli italiani ha potuto accedere ai soldi di un VC. Un quarto ha ricevuto finanziamenti da istituti pubblici o privati, mentre più della metà si è autofinanziata.

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