Brunello Cucinelli: il bar del paese è stata la mia università

Brunello Cucinelli: il bar del paese è stata la mia università

Serve l’università per avere successo? Non certo a Brunello Cucinelli, re del cachemire italiano, imprenditore “illuminato” che condivide gli utili coi dipendenti, titolare di un’azienda da più di 400 milioni di fatturato. Uno che tutto nella vita ha fatto fuorché studiare—nel senso più tradizionale del termine. È stato il bar del paese dove è nato—a Castel Rigone, frazione del comune di Passignano sul Trasimeno, 64 anni fa—il suo luogo di formazione, frequentato dai dieci ai 25 anni.

“Erano gli anni Settanta e c’era il sei politico”, ha raccontato ai laureandi di economia dell’università di Perugia nel giorno della loro proclamazione. Al diploma c’è arrivato, sì, ma con un misero 40 su sessanta. E un tentativo all’università lo ha anche fatto: si è iscritto a Ingegneria, per tre anni. Ma all’esame di geometria non è stato ammesso all’orale e si è fermato.

Ci ha pensato quel bar e la sua compagnia a fargli nascere la voglia di approfondire e innovare. Allora si discuteva un po’ di tutto, ha raccontato in un’intervista al magazine Marie Claire, e senza saperlo “si faceva quella che Eraclito chiama pòlemos” dice. Spaziando tra argomenti di ogni tipo: donne, calcio, sesso, religione, politica, teologia, giustizia. Veri e propri ragionamenti ha spiegato, non “chiacchiere da bar”. Tutti maschi (e in aggiunta la prostituta Lella, ha precisato), che “polemizzavano” in senso filosofico: non litigando, ma tirando fuori argomentazioni che convincessero l’altro della fondatezza della propria opinione.

Un laboratorio di idee che deve aver rafforzato in lui quelle soft skills che i recruiter oggi cercano più di ogni altro requisito nei colloqui di lavoro. D’altronde il 94% dei professionisti—lo afferma uno studio dell’iCIMS Hiring Insights—ritiene che chi possiede forti doti di questo tipo ha maggiori possibilità di carriera e di approdare a posizioni di leadership rispetto a un lavoratore che può contare su più anni di esperienza. La più importante secondo il report è la capacità di risolvere problemi, ma a seguire si trova la comunicazione orale e l’adattabilità. E queste due ultime non devono essere mancate a Cucinelli a giudicare dal suo operato e da ciò che racconta ai giornalisti.

“Ogni tanto mi confronto con persone che hanno master ad Harvard, lauree e studi importanti, carriere invidiabili”, ha detto in un’altra occasione. “Io ho studiato da Gigino, al bar del mio paese. Non è Harvard, ma sai come ti insegna a stare al mondo la vita a contatto con le persone?”. E infatti è lì che Cucinelli deve aver capito com’è che si tratta un dipendente.

Inutile comportarsi da padrone, tenerlo in subordinazione ore e ore chiuso in una fabbrica a produrre capi. Va invece mantenuta quella che lui stesso definisce l'”energia creativa“. Quindi, secondo il Cucinelli pensiero: mai più di otto ore di lavoro, nessuno straordinario, mail ridotte al minimo privilegiando invece le telefonate e comunque mai fuori dall’orario di lavoro e buste paga più ricche di 6.385 euro a Natale (nel 2012, anno nero della crisi) quando Cucinelli decide di dividere con i suoi 783 dipendenti i 5 milioni di utili ottenuti.

Anche se a Cucinelli la cultura non manca di certo. Si capisce che deve aver macinato un bel po’ di tomi anche solo per i continui riferimenti colti. A Solomeo, per esempio, il borgo umbro in cui vive con la moglie e le due figlie e che ha ristrutturato in molte parti a sue spese, c’è anche la principale delle sue fabbriche. Qui ha creato perfino una biblioteca relax per i dipendenti.

Il concetto a cui dice di ispirarsi è la filosofia benedettina della cura dell’anima. E a Immanuel Kant, che ha conosciuto proprio in quel bar grazie a un ragazzo che frequentava il liceo classico e che gli riportò una frase mai più dimenticata: “Due cose soddisfano la mia mente: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me”.

I più scettici potrebbero pensare a una carriera avviata grazie a genitori facoltosi. Niente affatto. Cucinelli è figlio di mezzadri, un’infanzia in una casa condivisa con tredici persone tra nonni, zii e cugini, senza luce né acqua. È lì che coltiva la voglia di rivincita vedendo quel padre che torna dal lavoro stremato e maltrattato dal titolare. A 25 anni il colpo di genio: creare maglioncini di cachemire, colorati, come mai era stato fatto da nessuno, spinto dal successo di quelli di Benetton venduti nel negozio della ragazza che sarebbe diventata sua moglie.

Il bar comunque non l’ha mai abbandonato. Anche oggi lo riproduce a casa propria, ogni quindici giorni. Con la sua comitiva di sessantenni, ha raccontato, va a giocare a calcio ogni settimana, ma poi si riuniscono e stabiliscono un tema di cui parlare: la morte, la perdita delle persone care, quello che ci aspetta, l’ambiente. Una volta si è discusso dell’invecchiamento. E ai suoi ospiti ha regalato L’Arte di saper invecchiare di Cicerone. Non proprio una lettura per chi non ha mai aperto un libro in vita sua.

Foto di copertina modificata in b&n via Youtube.