Il calcio italiano di successo c’è: quello femminile

Il calcio italiano di successo c’è: quello femminile

Mentre gli azzurri, i maschi, della nazionale non voleranno in Russia per i mondiali del 2018, in Italia c’è una nazionale che vince eccome: quella del calcio femminile. Le azzurre si sono classificate in testa al girone di qualificazione al campionato del mondo in Francia del 2019, dopo quattro vittorie di fila, dieci reti fatte e zero subite. Eppure il mondo del calcio mainstream non sembra avegli dato il giusto spazio.

Il match contro il Portogallo, che è valso alla squadra il primo posto nel girone, è stato trasmesso per la prima volta in video, ma solo in diretta streaming sulla pagina Facebook ufficiale della Federazione italiana gioco calcio. E a niente è valsa la campagna social lanciata dall’associazione Assist, Italia Women Athletes’ Association, per convincere Rai Uno a trasmettere la partita.

Walter Pettinati, direttore del sito Calciodonne.it, lo definisce “il terzo mondo del calcio”. Perché se il calcio, quello maschile, è lo sport nazionale, generando un giro d’affari di 13,7 miliardi di euro, il calcio femminile arranca tra pochi sponsor e alte quote di iscrizione ai campionati. Senza poter neanche accedere al tesoretto dei diritti televisivi.

Ogni anno, le squadre di calcio professionistiche e dilettantistiche si spartiscono 1 miliardo di euro circa incassato dalle televisioni. Ma alle donne non arriva niente. La petizione che Pettinati aveva lanciato nel 2016 per chiedere di destinare anche solo l’1% dei diritti tv alle squadre femminili non ha prodotto alcun risultato.

La legge Melandri-Gentiloni del 2008 stabilisce che la cifra incassata dalla serie A di calcio dalla vendita dei diritti televisivi venga decurtata del 10% e destinata alla “mutualità”—cioè destinata alle ai settori giovanili e al calcio dilettantistico, di cui il calcio femminile fa parte (essendo, come molti altri sport femminili, non qualificato come professionistico).

“Ma questi soldi vengono spartiti solo tra le squadre di calcio maschile: al calcio femminile e alle società non arriva niente”, spiega Pettinati a Hello!Money. Non solo. “L’ex presidente della Figc, Carlo Tavecchio, ha più volte dichiarato che il calcio femminile dispone di 500mila euro ogni anno per la propria promozione, ma questa somma non è mai stata utilizzata.”

E anche gli stipendi delle ragazze sono lontani anni luce dai contratti a sei zeri dei colleghi maschi. “Nella maggior parte dei casi gli stipendi sono tutt’al più dei rimborsi spese. Solo poche, quelle che vanno in nazionale, arrivano a guadagnare 1.000/1.500 euro al mese, continua Pettinati. La maggior parte delle giocatrici, anche quelle di serie A, studia o lavora mentre si allena.

L’ingresso delle Big

Qualcosa di positivo però negli ultimi anni è successo, da quando le grandi big del calcio maschile professionistico hanno messo gli occhi su questo mondo. La prima a muoversi è stata la Fiorentina. Nel 2015 è sbarcata con la sua squadra femminile direttamente in serie A, comprando lo storico club del Firenze Calcio Femminile, che esisteva dal 1979. Nella prima stagione si è aggiudicata il terzo posto in campionato, nella seconda ha vinto lo scudetto e ha partecipato alla Champions League, uscendo poi agli ottavi di finale.

E lo stesso ha fatto poi la Juventus, acquistando il titolo della serie A dal Cuneo Calcio Femminile, e sbarcando quindi da quest’anno nella massima serie. L’avvento della società torinese, al primo posto in classifica, ha alzato la competizione, stimolando anche gli altri team ad alzare il livello.

“L’ingresso delle grandi squadre del calcio professionistico femminile sicuramente porta benefici e giova in termini di organizzazione, investimenti, comunicazione e immagine”, spiega a Hello!Money Luisa Rizzitelli, presidente di Assist, l’associazione che ha lanciato la campagna per portare la nazionale su Rai Uno. “È una dimensione diversa, che dà dignità e rispetto alle atlete. Basti pensare che lo scorso anno nella finale di coppa Italia le ragazze hanno trovato un campo con l’erba non tagliata!”.

Calcio femminile in tv?

Resta lo scoglio della trasmissione delle partite in tv, così come avviene per le squadre maschili, per le quali le compagnie televisive fanno a botte pur di accaparrarsele. La campagna “Azzurre su Rai Uno”, per trasmettere la partita della nazionale Italia-Portogallo, ha raccolto oltre 2 milioni di like sui social, ma non è riuscita a portare le azzurre sulla rete ammiraglia.

“Ci hanno spiegato che la partita non poteva andare in onda perché c’erano altri match in contemporanea”, spiega Rizzitelli. “Ma continueremo a ribadire alla Rai la necessità di trasmettere sulle reti ammiraglie tutte le partite di alto livello di tutti gli sport femminili. La tv pubblica non può seguire solo logiche di mercato come le tv commerciali, ma deve spingere alla parità nella valorizzazione dello sport”.

La Rai al momento ha deciso, tramite un accordo con la Lega nazionale dilettanti, di dedicare la trasmissione in diretta televisiva su RaiSport di una partita per ogni giornata di campionato. In occasione della trasmissione in diretta su Rai Sport di Juventus-Fiorentina, la partita di punta del campionato femminile di quest’anno, sono stati registrati 90mila ascoltatori.

“Questi sono gli ascolti che fa normalmente una partita di serie B maschile”, dice Pettinati. “È evidente che, nonostante l’assenza di pubblicità, quando le partite si trasmettono in televisione la gente le guarda e i risultati ci sono. Dal mio punto di vista è inutile investire nello streaming, visto che la partita della nazionale trasmessa sulla pagina Facebook della Figc non ha superato i tremila visitatori”.

Come funziona fuori dall’Italia

Nel resto del mondo le cose vanno diversamente. “L’ultima edizione della Coppa del Mondo di calcio femminile, negli Stati Uniti, ha registrato numeri da record”, racconta Rizzitelli. “La finale tra Usa e Giappone è stata vista, solo negli Stati Uniti, da una media di 23 milioni di telespettatori ed è l’incontro di calcio più seguito in assoluto, maschile o femminile, nella storia statunitense”.

Ma non è solo una questione di audience. C’entrano anche gli investimenti e la promozione del calcio al di fuori del mondo maschile. Basta guardare il numero di tesserate per farsi un’idea: nel nostro Paese se ne contano solo 11mila, in Francia ce ne sono 80mila e in Germania addirittura sono 250mila.

Non solo. In Germania ogni squadra che partecipa al campionato percepisce ogni anno 800mila euro dalla federazione. L’Inghilterra, nel 2008, ha sottoscritto con la Uefa un piano quinquennale per lo sviluppo del calcio femminile. E in tutto il Nord Europa le calciatrici, al contrario dell’Italia, sono professioniste proprio come i colleghi maschi.

Ma il gender gap nel calcio resta un problema ancora molto sentito in Europa. Uno degli ultimi studi del Cies Observatory (il Global Sports Salaries Survey 2017) mostrava che l’ingaggio annuale garantito dal Psg a Neymar, intorno ai 30 milioni di euro annui, pareggiava il totale degli stipendi delle migliori calciatrici di sette Paesi.

Lo scorso settembre la nazionale femminile danese ha cancellato un’amichevole con l’Olanda per contrasti sui salari con la federazione, mentre la squadra maschile offriva quasi 80mila euro alle ragazze per coprire i costi dei loro impegni agonistici. L’anno scorso le calciatrici irlandesi hanno addirittura minacciato uno sciopero, perché “trattate come cittadini di quinta classe” dalla federazione, che le aveva invitate a cambiarsi nei bagni per una partita.

A metà dicembre, la Norvegia ha sottoscritto un accordo per la parità salariale tra calciatori e calciatrici. A firmare a Londra, nella sede dell’ambasciata norvegese, c’erano il capitano della nazionale maschile Stefan Johansen, e quella della nazionale femminile Maren Mjelde, con l’approvazione del sindacato calciatori. Il contratto prevede l’innalzamento dello stipendio medio delle calciatrici, che sarà identico—circa 620mila euro—a quello degli uomini, che hanno invece accettato di ridursi i compensi di circa 60mila euro.

E anche negli Stati Uniti il tema è diventato centrale nel dibattito politico, arrivando fino al Congresso. Lo scorso aprile è stato firmato l’accordo quinquennale tra atleti, atlete nazionali e la federcalcio statunitense, la U.S. Soccer, che stabiliva la pari retribuzione.

Le norme italiane

La questione ha toccato, seppure di poco, anche la politica italiana. Lo scorso ottobre il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Maria Elena Boschi, sollecitava attraverso un post sul suo profilo ufficiale Facebook un intervento del ministero dello Sport per arrivare al pari trattamento economico per calciatori e calciatrici. “Ma dal Coni non arriva nessun cambio di mentalità, dice Rizzitelli. “Basta pensare che negli Stati generali dello sport italiano, neanche un intervento dei cento relatori è stato dedicato alle pari opportunità nello sport”.

Unica novità è quella che arriva dall’ultima legge di bilancio. Dopo una lunga campagna di Assist, che va avanti dal 2000, insieme a numerose sportive, il governo ha approvato un contributo per la maternità per le atlete che potranno d’ora in poi così continuare la loro carriera senza perdere di colpo il loro stipendio.

È stato costituito un fondo unico a sostegno del potenziamento del movimento sportivo da 10 milioni di euro, di cui 2 milioni dovrebbero andare alle atlete madri.  A gennaio poi si deciderà come accedere al fondo, quanti saranno i soldi che si potranno percepire e per quanti mesi. “Non è una soluzione piena al problema, ma è sicuramente un primo passo, spiega Luisa Rizzitelli. “Ora speriamo si apra la strada al riconoscimento del lavoro sportivo delle atlete con una seria riforma dello sport italiano”.

Immagine di copertina modificata in b&n di Francesco Gasparetti via Flickr