Storie di capi che trattano bene i propri dipendenti

Storie di capi che trattano bene i propri dipendenti

Il più famoso tra gli imprenditori che hanno a cuore il benessere dei loro dipendenti è sicuramente Richard Branson, il patron britannico della Virgin, multinazionale che opera nell’aviazione, nella finanza, nell’intrattenimento e nei media. E che già un paio di anni fa ha abolito il concetto di ferie: i suoi dipendenti possono stare in vacanza quanto e quando vogliono e il tempo del lavoro—che può essere svolto anche lontano dall’ufficio—deve limitarsi alla realizzazione degli obiettivi fissati.

In Italia, l’imprenditore umanista per eccellenza è Brunello Cucinelli, che ai suoi dipendenti impedisce di ricevere mail dopo le 17, riserva una quota degli utili aziendali e una mensa che serve cibo gourmet in un castello.

Condivisione degli utili

Ma storie come queste—per fortuna—iniziano a essere sempre più frequenti. Come dimostrano casi meno noti di quelli già citati, ma che altrettanto amorevoli nei confronti delle proprie risorse. Come quella di Giuseppe Moro, amministratore delegato della Convert, azienda romana specializzata nel settore delle energie rinnovabili, che ha di recente premiato i suoi trecento dipendenti con due mensilità in più.

“I dipendenti sono la nostra vera ricchezza e il nostro asset strategico”, ha spiegato Moro. “Se chiediamo il loro impegno per raggiungere determinati obiettivi e li raggiungiamo trovo naturale che vadano ricambiati”. E, sorpresa, questa politica paga: perché se un dipendente sa che sarà premiato ce la metterà tutta per raggiungere gli obiettivi—non a caso Convert elargisce premi almeno dal 2012 e ha chiuso il 2016 con un aumento del fatturato del 300%.

Congedi e bonus per mamme e papà

Se condividere gli utili con chi ha permesso di ottenerli è una delle politiche pro-dipendenti più classiche, qualche mese ha fatto molto scalpore il caso piuttosto insolito di una piccola azienda veneta di web design, The Creative Way, che ha assunto una 36enne al nono mese di gravidanza. Al titolare sembrava un’occasione imperdibile assumere una risorsa valida, pazienza se avrebbe dovuto aspettare qualche mese per averla fisicamente in azienda, d’altronde stava facendo un figlio che è un impegno serio e non uno scherzo.

E su questo fatto nei giorni successivi all’annuncio una ex dipendente ha sollevato l’accusa che si trattasse di un’operazione di marketing, dal momento che l’imprenditore lungimirante non sarebbe stato altrettanto gentile con altre persone che avevano lavorato per lui in precedenza.

Resta l’assunzione di una donna prossima al parto, che non è neppure un caso isolato. Una storia simile l’ha raccontata sul suo profilo Facebook Alessandra Migliozzi, capo ufficio stampa del Miur, assunta nel 2013 quando aveva un bambino di un mese e dunque era in maternità. O di Stefania Bonfanti, che “a 34 anni e incinta di otto mesi ha assunto il ruolo di general manager di Legalcommunity, il primo sistema d’informazione multimediale rivolto al mondo legale italiano”. Invece a Zanè (provincia di Vicenza), Roberto Brazzale, a capo della più antica azienda casearia d’Italia ha di recente introdotto il “baby bonus”: 1500 euro aggiuntivi per ogni dipendente che avrà (o adotterà) un figlio, sia per mamme che per papà.

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Smart working

E poi c’è il tema dello smart working che, parlando di mamme, sarebbe una manna dal cielo e che vede qualche coraggioso pioniere anche nel nostro Paese. Lo smart working può sembrare inquietante per tutti i manager ossessionati dal controllo, ma funziona e oltre alla felicità di chi ne gode ha anche generato un aumento rilevante di efficienza.

L’idea alla base dello smart working è semplice: il dipendente non viene valutato per il numero di ore che mette a disposizione dell’azienda ma per i risultati che è in grado di garantire. Secondo Fiorella Crespi, direttrice dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, “lo smart consente alle aziende di aumentare la produttività̀ e la qualità̀ del lavoro, ridurre i costi di gestione, migliorando nel contempo la soddisfazione e il coinvolgimento dei dipendenti. E consente anche di valorizzare la leadership femminile, permettendo di conciliare meglio lavoro e vita privata e di attrarre migliori talenti, che spesso vivono lontani dalla sede di lavoro”.

In Italia, sono circa il 30% le grandi aziende che offrono qualche forma di smart working. Tra queste figura il progetto Barilla Smart Work, che dopo una fase pilota in 5 diversi Paesi oggi consente a 1600 persone (il 74% degli impiegati totali) di avere almeno 8 “giorni smart” al mese.

Il sito Flexijobs ha di recente stilato una classifica globale, dove figura anche il Dipartimento dell’Agricoltura del governo USA. Pian piano, esempi come questi si stanno moltiplicando, anche se in questo campo l’Italia rimane in ritardo rispetto ad altri Paesi europei.

Qualcosa si muove, però, anche nel settore pubblico: il Comune di Torino e quello di Milano hanno infatti di recente lanciato iniziative di sensibilizzazione e sperimentazione sullo smart working, anche nella pubblica amministrazione.

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