Il sistema di cavi sottomarini che ti permette di usare internet alla “velocità della luce”

Il sistema di cavi sottomarini che ti permette di usare internet alla “velocità della luce”

Hai mai pensato a cosa succede ogni volta che fai click su un sito internet che ha il quartier generale oltreoceano, come Google, Facebook, Amazon, e tanti altri tra quelli che fanno parte della tua navigazione quotidiana? Quasi ogni volta che raggiungiamo i server di queste compagnie il nostro segnale viaggia velocissimo per migliaia di chilometri, incanalato lungo tubi sottomarini che mettono in comunicazione i computer di tutto il mondo e che, di fatto, rendono possibile l’esistenza stessa di Internet.

Sembrerà strano, ma l’epoca del wi-fi e dell’istantaneità dell’informazione si regge su una complessa infrastruttura fisica lunga 885mila chilometri, sepolta da miliardi di litri d’acqua nei fondali degli Oceani e dei mari di tutto il mondo, a profondità superiori di quanto misuri in altezza il Monte Everest.

È però proprio da questa infrastruttura che dipende quasi la totalità delle comunicazioni, delle transazioni finanziare e dei rapporti lavorativi internazionali della comunità globale interconnessa. Così, mentre i nuovi giganti del web si sono ormai buttati in piena corsa per deporre i cavi da cui passerà l’internet del futuro, non sono in pochi a preoccuparsi di chi controllerà questa rete nel corso del XXI secolo, e di quali sono i rischi a questa connessi.

Come funziona l’infrastruttura di internet

I cavi sottomarini uniscono ormai da molto tempo Vecchio e Nuovo mondo attraverso la comunicazione. Il primo cavo, pensato per la trasmissione telegrafica interoceanica, fu posato nel 1854 da una società chiamata Atlantic Telegraph Company, e univa l’isola canadese di Terranova e l’Irlanda. Le prime trasmissioni avvennero quattro anni dopo, il 16 agosto 1858, riducendo i tempi di comunicazione tra Nord America ed Europa da 18 giorni (l’intervallo necessario per inviare una lettera via nave) a solamente 17 ore.

Una riduzione notevole, ma comunque molto superiore all’efficienza dei cavi attuali: pensa a cosa succederebbe se, prima di avere una risposta da Google, dovessi aspettare 34 ore (17 perché il segnale arrivi a Mountain View, e 17 perché ritorni da te)! Per fortuna, la tecnologia ha fatto nel frattempo passi da gigante. In passato i dati venivano trasmessi attraverso segnali elettrici interpretabili attraverso il codice Morse.

Oggi, invece, il segnale è digitale e viene trasmesso da cavi grandi come un pennarello, con una struttura assai più complessa basata su un “core” di fibra ottica in cui le informazioni viaggiano in maniera fulminea. Nel 2013, alcuni ricercatori dell’Università di Southampton sono addirittura riusciti a inviare segnali attraverso la fibra ottica al 99,7% della velocità della luce.

Installare un cavo rimane comunque un’operazione complessa: esistono speciali imbarcazioni, chiamate navi posacavi, che devono posizionare il cavo su una superficie il più piatta possibile del fondale oceanico, evitando barriere coralline, relitti di altre navi, habitat ecologici sottomarini o altri tipi di ostruzioni.

Secondo alcune stime, attualmente si contano 263 cavi attivi, e altri 22 al momento inattivi, che saranno messi in funzione nei prossimi anni. Su queste arterie che scorrono sott’acqua passa tra il 95 e il 99% di tutto il traffico internet mondiale. 

cavi sottomarini internet 1

La nuova corsa alla privatizzazione dei cavi

A fine anni Novanta, alcune compagnie private iniziarono a creare consorzi per stabilire le prime comunicazioni sottomarine inter-oceaniche dedicate alla rete. I primi cavi transatlantici espressamente realizzati per il trasporto di dati Internet sono stati realizzati e posati nei primissimi anni 2000 da società private come AT&T e Level 3, a investimenti estremamente elevati, fino cioè a oltre 2 miliardi di dollari.

Oggi il prezzo varia sempre in base al tipo di lunghezza e destinazione ma raramente scende sotto le centinaia di milioni di dollari: secondo un articolo dell’International Business Times, un cavo realizzato nel 2014 per connettere Stati Uniti e Asia lungo l’Oceano Pacifico è costato 560 milioni di dollari, o 28mila dollari al chilometro.

Nonostante i costi ancora elevati, dopo una interruzione delle costruzioni di nuovi cavi nel corso dei primi anni 2000, l’ultimo lustro ha visto un nuovo boom e nuovi competitor entrare in questa corsa. “Le ragioni dei nuovi investimenti sono diverse”, ha spiegato Jon Hjembo, Senior Analyst a TeleGeography, che produce le mappe più autorevoli sulle infrastrutture di internet. “In alcuni casi si tratta di trovare vie alternative per ridurre la dipendenza dalla rete di un certo luogo, come i nuovi collegamenti nati in America Latina e Africa. In altri casi si cercano proprio nuove rotte, come con i progetti sull’Artico. Infine c’è da tenere in considerazione l’età di alcuni dei sistemi esistenti”.

A guidare la nuova domanda per i cavi interoceanici è stata poi l’incredibile ascesa dei video in streaming on demand, guidata da compagnie come Netflix, che oggi conta per il 70% di tutto il traffico internet, e che potrebbe arrivare a pesare per il 90% entro il 2020 (raggiungeva solo il 12% nel 2006).

È previsto che il consumo di traffico di internet raggiunga i 14 gigabyte a testa entro il 2018 (nel 2013 era pari a 5 giga a persona). Così, i nuovi giganti dell’high-tech stanno preparando le proprie mosse per prendere in mano l’economia dei traffici online. “Sì, ci sono nuovi protagonisti nell’industria, come Google e Facebook, e diventeranno sempre più attivi”, spiega Hjembo. “La ragione è che tutti questi fornitori di contenuti hanno bisogno di così tanta capacità su una rete che alla fine diventa più conveniente per loro possedere sempre più infrastrutture, specie sulle rotte principali”.

Facebook ha iniziato una collaborazione con Microsoft per installare il cavo MAREA, che dovrebbe essere pronto entro i prossimi mesi. Il cavo, lungo 6600 chilometri, avrà un prezzo di due centesimi al secondo per ogni bit trasportato da una parte all’altra dell’Atlantico, e unirà la Virginia statunitense a Bilbao, che si propone sempre di più come nuovo hub tecnologico spagnolo.

Google, invece, nel 2014 ha chiuso un accordo con cinque compagnie di telecomunicazione asiatiche per costruire Faster, un cavo che unisce Giappone e Stati Uniti. Faster porterà 60 terabyte di dati al secondo e costerà alla compagnia 300 milioni, mentre altri 60 milioni sono stati spesi dal colosso guidato da Brin e Page per un cavo sottomarino che unisce Florida e Brasile. I progetti di Google saranno rigorosamente “a prova di squalo”, dal momento che ultimamente i grandi predatori sottomarini sembrano aver sviluppato un certo gusto per tranciare questi cavi.

cavi sottomarini internet 2

Per vedere meglio la mappa clicca qui.

L’importanza strategica dei cavi

In realtà, “gli squali” sembrano essere l’ultimo dei problemi per la sopravvivenza dell’infrastruttura sottomarina. Secondo il Comitato internazionale per la protezione dei cavi (ICPC), il 70% dei danni subiti da questi tubi deriva da “aggressione esterne”, spesso inconsapevoli (come quelle provocate da navi o pescherecci) ma a volte anche come risultato di atti di sabotaggio volontari: nel marzo del 2013, le autorità egiziane arrestarono tre uomini sospettati di aver tagliato al largo di Alessandria il cavo Sea-Me-We 4, che collega il Nord Europa al Sud-Est asiatico passando per il Mediterraneo.

L’incidente provocò forti rallentamenti del web, pari al 60% della connettività di molti Paesi in Africa, Medio Oriente e Asia. Infatti, per bloccare interi canali di comunicazione bastano delle cesoie e una muta da sub. La vulnerabilità dell’infrastruttura è diventata un vero e proprio sogno per le spie: oggi, intercettare comunicazioni che corrono tra i cavi sottomarini è una procedura standard per le agenzie di spionaggio, come rivelato nel 2013 dal giornale britannico The Guardian.

Secondo un’inchiesta dell’Espresso dello stesso anno, esistono inoltre vere e proprie strutture per il monitoraggio continuo delle comunicazioni tra Europa e Paesi Arabi. Sempre più sensibili al tema del controllo del flusso di informazioni, ora anche alcuni governi hanno iniziato a muoversi per entrare nell’infrastruttura e proteggere i cavi sottomarini.

Secondo un articolo del New York Times, la marina statunitense sta addirittura preparando piani di difesa dei cavi in caso di aggressione esterna. “Non sarebbe per niente difficile per la marina russa danneggiare questi cavi”, ha dichiarato a Quartz Nicole Starosielski della New York University. Per danni potenzialmente enormi: i calcoli della FED, la banca centrale statunitense, mostrano che in quei cavi passano ogni giorno transazioni finanziarie per 10mila miliardi di dollari.

Immagini | Copertina | 1 via Unsplash