Storia dei chiodini, il gioco della nostra infanzia

Storia dei chiodini, il gioco della nostra infanzia

Tutti conosciamo i chiodini, o almeno li conoscono tutti coloro che sono nati nella lunga epoca dell’infanzia analogica. Quando si giocava con le mani e la fantasia, interagendo con il mondo fisico e non anche attraverso uno schermo. Questi colorati spilli di plastica con la capocchia arrotondata, usati per comporre mosaici variopinti, erano un must per bimbi e ragazzi.

È una storia lunga come tutto il secondo Novecento, quella dei “chiodini“. E che ancora oggi, nonostante la rivoluzione nel divertimento spinta dall’avvento del digitale, sorprendentemente non smette di essere un prodotto di successo, affascinando i più piccoli e stimolandone la creatività.

L’origine dei chiodini risale addirittura alla Fiera di Parigi del 1946, nel cuore di un’Europa appena uscita in macerie dal conflitto mondiale. È in quell’occasione che il Coloredo, “mosaico multicolore” per bambini tra i 3 e i 15 anni, vince la medaglia d’oro come migliore invenzione, battendo altri 95 concorrenti.

All’inizio, il Coloredo era composto da una tavoletta in cartone con 640 fori, da riempire con “fiammiferi” dal corpo in legno e la testa in ceralacca rossa, blu, gialla o verde. Per dirlo con lo slogan dell’epoca: Il Coloredo è un nuovo gioco istruttivo, originale, artistico e divertente. Esso incontra il massimo favore per la sua bellezza, la magnifica colorazione, e la varietà dei disegni che si possono ottenere in rilievo.

Il torinese (ma nato a Recanati) Alessandro Quercetti, all’epoca appena 30enne, capisce subito la potenzialità del Coloredo e rileva i diritti di distribuzione in esclusiva per l’Italia. Per farlo investe i suoi risparmi personali, racimolati lavorando subito dopo la guerra in una fabbrica di giocattoli, la Inco Giochi.

La prima pubblicità del nuovo prodotto risale all’anno 1953, e recita: Il gioco che non finirà in soffitta. Una vera e propria profezia. Perché oggi, a otto anni dalla scomparsa del patron Alessandro e 65 dalla sua felice intuizione, l’azienda Quercetti produce 1 miliardo e mezzo di “chiodini” l’anno, 4 milioni al giorno, con una produzione triplicata dal 2015 oggi. Un record di resilienza che segue una geografia rinnovata e rispecchia le frontiere del mondo globalizzato, con oltre 50 Paesi che importano chiodini, per il 70% circa del fatturato totale della compagnia.

Nel tempo, l’azienda è rimasta saldamente nelle mani della famiglia Quercetti, oggi arrivata alla seconda generazione, con i tre figli (Andrea, Alberto e Stefano) a dividersi i compiti tra export, grafica, ricerca, e amministrazione. Negli ultimi anni, uno dei principali mercati per il gioco dell’azienda torinese, che produce rigorosamente in Italia, è diventata la Cina: da Pechino, la domanda di chiodini è in crescita costante, il che rende la Quercetti una vera e propria mosca bianca nel settore. La Cina è infatti la “grande fabbrica globale” di giocattoli, con oltre l’85% della produzione mondiale di giocattoli prodotta dalle fabbriche gigante asiatico. I chiodini italiani invertono il flusso, aprendo attraverso la via della seta un enorme nuovo mercato.

Sempre di più, a stimolare l’interesse per questo gioco apparentemente vintage è anche il suo aspetto educativo. Come spiegato al Corriere della Sera da Alberto Quercetti, “Una ricerca di neuroscienziati, ancora inedita, dimostra che il chiodino, oltre a essere un gioco di destrezza manuale per il bambino, stimola le aree del cervello che interessano il linguaggio: più si gioca con il chiodino, più si sviluppa competenza verbale”. Per i bambini, giocare con i chiodini aiuta ad imparare a parlare meglio e prima, ma anche gli adulti possono avere effetti benefici, soprattutto coloro che si avvicinano allo studio di una nuova lingua.

Secondo i ricercatori del dipartimento di Neurobiologica del Karolinska Institute di Stoccolma, la manualità e il ragionamento spaziale richiesti da un gioco apparentemente semplice, come appunto i chiodini Quercetti, allenano il cervello a essere più plastico, e nel caso dei più piccoli questo sembra avere alcuni effetti benefici su numerose funzioni cognitive, comprese appunto quelle linguistiche. A detta di Andrea Biancardi, vice-presidente della Scuola di psicologia e scienze della formazione di Cesena (Università di Bologna), “I chiodini possono inventare o riprodurre modelli grafici, allenando così anche le abilità di ragionamento visuo-spaziale”. Un toccasana per i nativi digitali, meno abituati al contatto fisico con il mondo reale e con oggetti tridimensionali.

Gioco analogico, gioco digitale. Chiodini o videogiochi. Sul crinale della rivoluzione ludica che sancisce l’essere bimbi oggi si sono innestati i semi di un nuovo modello antropologico, che scambia l’interazione con il mondo fisico per uno schermo, e modifica per i più (e i meno) piccoli il tipo di stimolazione cognitiva e le modalità di interazione con la realtà.

Eppure forse la tradizione non è tutta da buttare. “Ormai nel nostro settore si punta prima sul marketing, sulle mode e sulle tendenze”, ha spiegato Alberto Quercetti. “È vero, noi siamo rimasti fermi mentre il mondo è andato avanti, ma è stata la nostra salvezza, perché la riscoperta della tridimensionalità, il rilancio del contatto fisico e dell’esplorazione del reale dopo anni di virtualità ci ha dato ragione.”

Immagini di copertina modificata in b&n via Facebook.