Come crescere un figlio genio

Come crescere un figlio genio

Una delle maggiori preoccupazioni dei genitori di tutti i bambini del mondo dovrebbe essere inerente alla propria capacità di comprendere quali sono le vocazioni dei propri figli e coltivarle. A maggior ragione se si sospetta che il proprio figlio abbia abilità particolari, superiori alla media: se, insomma, quel bambino è un genio. Qualcosa che rischia di trasformarsi in un problema dal momento che la società e la scuola non sono preparate ad accogliere persone speciali.

Eppure la maggior parte degli innovatori che fanno progredire scienza, tecnologia e cultura sono quelli le cui capacità cognitive straordinarie sono state identificate e sostenute fin dalla tenera età. Roba da Usa: non a caso un programma per geni in erba è offerto dal Center for Talented Youth della Johns Hopkins University’s. Il centro è aperto ad adolescenti e preadolescenti che si classificano nel miglior 1% all’esame di ammissione. Qualche nome di questi un-percentini? Il creatore di Facebook Mark Zuckerberg, quello di Google Sergey Brin e la cantante Stefani Germanotta (Lady Gaga, ebbene sì, proprio lei). Un caso che siano oggi ciò che sono? No, evidentemente.

Bambini predestinati?

Uno studio dello psicologo Jonathan Wai, del Duke University Talent Identification Program in Durham, North Carolina, dimostra la correlazione tra le abilità cognitive precoci e i risultati che si ottengono da adulti: i bambini di quell’1% risultano essere i migliori scienziati e accademici, i ceo del Fortune 500, giudici federali, senatori, miliardari. Insomma, per quanto possa essere pericolosa questa affermazione: “lasciate ogni speranza o voi ch’entrate,” la credenza che i risultati si ottengano solo con la pratica e con il sacrificio e che chiunque possa arrivare sul tetto del mondo è, semplicemente, falsa. Se manca il talento. 

Il professore Julian Stanley, che è anche il creatore del centro per ragazzi speciali dell’Università John Hopkins, ha realizzato uno studio, il più ampio esistente, sui giovani precoci in matematica, lo Study of Mathematically Precocious Youth (SMPY), che ha cambiato il modo in cui i ragazzi geniali sono oggi identificati e supportati dal sistema educativo statunitense, analizzando, a partire dal 1968 e per 45 anni la vita di 5mila ragazzi con il dono della matematica e discipline scientifiche.

Stanley non voleva solo sapere chi fossero questi geni sparsi tra la gente, ma voleva che il loro potenziale fosse sfruttato al massimo perché questi ragazzi diventassero agenti di cambiamento nel mondo. E nutrire l’intelletto dei geni precocemente si rivelò particolarmente importante. Ovviamente questo approccio non è scevro da problemi, il più pericoloso quello delle etichette che gli studenti geniali si vedono all’improvviso affibbiare e che possono essere causa di pressioni psicologiche e bullismo. E poi c’è la potenziale inefficacia di test standardizzati nel misurare i talenti, soprattutto se si applicano ad aree povere e rurali.

GENIO FIGLIO 2

L’intelligenza a multi dimensioni

Prendiamo il test che misura il QI: in uno dei più famosi studi longitudinali della storia della psicologia, in cui lo scienziato Lewis Terman nel 1921 si proponeva di studiare la genetica dei geni, il campione di studio era stato selezionato basandosi appunto sul quoziente intellettivo. Così Terman aveva scartato gli adolescenti con QI sotto il 130, come William Shockley, che avrebbe vinto il premio Nobel per aver inventato in transistor o Luis Alvarez, altro Nobel. Forse non sarebbero stati esclusi se il ricercatore avesse usato un test per misurare l’abilità di ragionare dei due e non si fosse fermato al livello di materia cerebrale.

I puri numeri e le caselle non bastano. E mentre si coltiva il genio non si deve trascurare la felicità. I ragazzi geniali devono essere stimolati ma protetti, esposti a esperienze diverse, incoraggiati a sviluppare le proprie doti ma anche a sforzarsi di raggiungere il risultato con il lavoro, al di là delle abilità.

E devono essere spronati a prendersi rischi intellettuali e a non aver paura di sbagliare, per imparare di più. Accelerare la loro carriera scolastica può essere un bene e non se ne deve aver paura, anzi. Non gli si ruba nulla, se non, forse, un’adolescenza di prese in giro per essere nerd. Anche offrirgli programmi scolastici più ricchi e complessi può essere un metodo efficace. Ma non lasciarli al passo con gli altri, se loro sono avanti.

Perché è vero che il talento è la cosa più importante, ma è nulla senza altri fattori. Secondo il Munich Longitudinal Study of Giftedness, condotto su 26mila studenti tedeschi superdotati, ci sono tratti personali, come la motivazione, la curiosità, la capacità di gestire lo stress e ambientali – come la famiglia, la scuola e gli amici, che hanno un impatto sui risultati.

Come coltivare i talenti

Una cosa è acclarata: un metodo che si adatti a tutti non esiste. Sia per identificare il talento, sia per svilupparlo. L’intelligenza è multidimensionale, e non basta un numero – come il QI – a definirla nella sua complessità.  Perciò lo stesso Stanley, che inizialmente analizzava solo le capacità matematiche, introdusse nei suoi test anche quelle verbali e spaziali.

Risultato: le abilità relative al riconoscimento di figure nello spazio e delle loro relazioni gioca un ruolo determinante nell’innovazione creativa e tecnica: architetti, ingegneri e chirurghi sono quelli che da arazzi eccellono in questo ambito – e magari non in matematica e verbalizzazione. Misurare solo un tipo di intelligenza è un errore, e rischia di tagliare dai programmi ad hoc fuori geni in campi diversi da quelli accademici tradizionali.

Se negli Usa i geni sono una risorsa da coltivare, non si può dire lo stesso dell’Europa, dove il focus è sull’inclusione scolastica dei più. Nel 2010 la Gran Bretagna ha addirittura chiuso la National Academy for Gifted and Talented Youth, dirigendo le risorse all’inclusione dei giovani indigenti nelle università migliori del Paese. Nello stesso anno la Cina ha lanciato un piano decennale per supportare e guidare i migliori studenti nelle materie scientifiche e tecnologiche. Medio Oriente e Asia puntano sui giovani eccellenti.

E l’Europa sta perdendo un’occasione. Perché la credenza generale che un genio naturale ce la faccia da sé è, in una parola, sbagliata: lo dimostrano studi che mettono in relazione la carriera dei superdotati, quelli che ce n’è uno su 10mila, con i migliori laureati delle grandi Università Usa: senza incoraggiamento e nutrimento non c’è genialità che tenga. E a fare carriera, tra un bambino geniale lasciato a sé e un bambino normale che si laurea a Yale sarà il secondo.

Anche negli Usa dove in teoria ci sono strumenti per identificare e istruire questi bambini, molti talentuosi non vengono neppure mai esaminati o inseriti in programmi ad hoc. Peccato: perché questi bambini potrebbero essere coloro che risolveranno problemi come il cambiamento climatico, il terrorismo, l’approvvigionamento energetico. Li discriminiamo oggi e perdiamo l’occasione di evolvere come società.

Immagini via Flickr | Copertina |1