Come guadagnare cucinando senza essere uno chef professionista

Come guadagnare cucinando senza essere uno chef professionista

Spesso è proprio nei momenti di crisi che si hanno le migliori intuizioni, anche nel mondo del lavoro, e una di queste potrebbe essere puntare su qualcosa che si sa fare bene e che non si è mai preso in considerazione come un vero lavoro. Cucinare è uno di questi aspetti e complice anche l’esplosione di molti programmi televisivi dedicati al cibo e alle ricette—tanto di professionisti del settore quanto di neofiti che gareggiano per titoli e montepremi ambiti—sempre più italiani hanno pensato di puntare su quest’arte come a un vero lavoro.

Così si è diffusa anche in Italia la figura dello chef a domicilio o personal chef.  Amanti della cucina, brave casalinghe, diplomati dell’istituto alberghiero o cuochi già professionisti: è variegata la platea di interessati a questa attività. Ma in che cosa consiste di preciso?

Per prima cosa è importante distinguere tra il personal chef e il servizio di catering: nel primo caso, infatti, non si arriva a casa già con tutto pronto, ma si entra nelle abitazioni di altri con la spesa fatta dopo aver concordato il menù con il cliente, e si cucina direttamente lì, avendo cura anche della preparazione della tavola, dell’impiattamento, ed eventualmente dell’abbinamento dei vini. Senza dimenticare che prima di andarsene bisogna anche pulire tutto.

Non è necessario essere già dei cuochi o aver lavorato in precedenza in ristoranti, basta saper organizzare bene il lavoro per riuscire a fare tutto. Certo aver frequentato l’istituto alberghiero o qualche corso di cucina se non altro aiuta, ma chiunque può intraprendere questa strada. Inizialmente si può cominciare con qualche gruppo di amici e conoscenti, per testare le proprie abilità, mettere a punto qualche menù base da proporre ai clienti, iniziare a guadagnare qualcosa per comprare dei “ferri del mestiere” migliori e decidere se veramente si vuole fare il grande passo.

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via Unsplash

Se la risposta è affermativa allora bisogna fare un altro passo e prendere l’attestato haccp (acronimo dell’inglese hazard analysis and critical control points): un certificato dedicato a tutti i professionisti nell’ambito alimentare che devono conoscere le regole principali dell’igiene e della sicurezza alimentare.  Per avere l’attestato occorre frequentare un corso e sostenere una prova finale.

I corsi sono di solito organizzati dalle Camere di commercio diffuse sul territorio, o presso Confersecenti. La lunghezza dei corsi in sede varia a seconda delle regioni, perché ognuna ha legiferato in maniera diversa—per il numero di ore, da 2 a 16. E anche la durata dell’attestato cambia: per esempio in Lombardia dura due anni, in Toscana cinque, mentre in Piemonte, Lazio e Sicilia tre, solo per citarne alcuni.

Logicamente anche i costi variano, ma si può risparmiare facendo dei corsi online: in questo modo si ha anche la comodità di organizzare le proprie giornate senza dover fisicamente spostarsi. E le offerte sono tantissime: si va dai 30 euro ai 35 euro e in alcuni casi, cercando promozioni in rete si trovano corsi anche a 20 euro, sempre più iva. Fatto il corso e sostenuto il test finale, basta iscriversi alla Camera di commercio e si può cominciare a cucinare sul serio: all’inizio, infatti, visto che probabilmente si lavorerà solo saltuariamente, l’apertura di una partita iva non è fondamentale e si potrà lavorare con la sola ritenuta d’acconto.

Decisivo a questo punto è farsi conoscere trmite il web. Inizialmente si può aprire una pagina Facebook, dove proporre le proprie ricette forti, pubblicare le foto dei piatti e dare notizia delle tariffe. Poi si può puntare su un sito vero e proprio inserendo anche tutti i recapiti per essere contattati. Il suggerimento dato da molti è quello di cercare di specializzarsi su alcuni piatti in particolare o su alcune cucine, magari vegetariana, etnica e così via.

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Costruito il sito web è, quindi, fondamentale stabilire anche le tariffe e qui bisogna ricordarsi di non andare troppo al ribasso per evitare di andarci a perdere, ma di non avere nemmeno una tariffa per persona troppo alta: insomma una cifra che sia dignitosa per tutti. Dando un’occhiata in rete e calcolando che nel cachet deve rientrare il rimborso per la spesa e il ricarico per sé (quindi non solo il lavoro ma anche il tempo impiegato per fare la spesa, la preparazione dei piatti, il viaggio fino a casa etc), le tariffe al momento vanno da un minimo di 20 – 30 euro a persona fino a un massimo di 120 – 300 euro. Logicamente per queste cifre il cuoco a domicilio porterà nel suo kit di base anche padelle, pinze, taglieri, coltelli; insomma la cifra indicata—visto il servizio reso—è più che adeguata.

A questo punto bisogna buttarsi sul mercato e possono dare una mano siti come Chefbooking, che permette gratuitamente di creare la propria vetrina, con foto, menù tipico, costo a coperto e background lavorativo. E magari ci si può iscrivere anche alla Federazione Italiana Professional Personal Chef, dove l’aggiunta di “professional” non è casuale.

La Federazione è nata, infatti,  con l’obiettivo di selezionare e formare in modo serio e rigoroso persone in grado di tenere alto il nome di questa figura professionale. Gli iscritti frequentano continui corsi di aggiornamento e adottano un rigoroso codice deontologico. Insomma tutti ne devono uscire più che soddisfatti, motivo per cui al personal chef si è aggiunto l’aggettivo “professional”. L’iscrizione alla federazione garantisce poi anche la presenza in una bacheca, in cui raccontare la propria cucina, i piatti forti e diffondere tutti i recapiti per essere contattati.

Immagini |Foto di copertina via Unsplash