Che cos’è e come funziona il microcredito in Italia

Che cos’è e come funziona il microcredito in Italia

Quando il pioniere del microcredito, l’economista bengalense Muhammad Yunus, ha iniziato a prestare piccolissime somme a persone in difficoltà nelle comunità rurali del Bangladesh, probabilmente non immaginava che la sua iniziativa avrebbe avuto una diffusione capillare anche nel mondo occidentale, né che lo avrebbe portato a vincere il Nobel per la pace.

L’esperimento era iniziato quasi per caso negli anni Settanta quando Yunus, in visita in un villaggio rurale, aveva appreso che le donne della comunità, impoverita dalla carestia, si indebitavano per acquistare le materie prime per i loro manufatti, per poi essere costrette, su imposizione degli stessi finanziatori, a vendere i loro prodotti a un prezzo irragionevolmente basso. Un circolo vizioso che non consentiva loro di acquisire autonomia.

Yunus decise così di prestare di tasca propria la cifra necessaria per l’acquisto delle materie prime—appena 27 dollari—alle donne del villaggio, in modo che potessero finalmente trarre un guadagno decoroso dal loro lavoro. Quel primo gesto lo ha spinto poi a fondare, nel 1976, la Grameen Bank (letteralmente “banca del villaggio”), la prima banca specializzata nel concedere micro finanziamenti senza la richiesta di garanzie alle popolazioni povere che non avrebbero accesso al credito tradizionale.

Negli ultimi anni, il microcredito è approdato anche nelle economie sviluppate, come strumento per aiutare soggetti in difficoltà, per esempio persone a rischio di povertà. Anche nel modello esportato nelle economie sviluppate, insomma, si è cercato di mantenere il fine di promozione sociale del microcredito, nato per aiutare la creazione di attività economiche nelle comunità indigenti.

Progressivamente, il microcredito in Europa è diventato anche uno strumento diretto alla micro-imprenditoria rivolto in particolare alle aree dei giovani che cercano di realizzare i loro progetti di vita, pur non avendo storia e garanzie sufficienti per il sistema tradizionale, e dei migranti, che a questo aggiungono una difficoltà relazionale e di comunicazione con gli Istituti generalisti.

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E in Italia?

In Italia lo sbarco ufficiale del fenomeno è avvenuto nel 2006, con l’istituzione del Comitato nazionale italiano permanente per il microcredito, poi trasformato nel 2011 nell’Ente nazionale per il microcredito con la funzione di promuovere e monitorare le iniziative in Italia, ma anche a livello Ue ed extraUe.  Delle norme specifiche per disciplinare il fenomeno sono state introdotte nel 2010, con il decreto che ha recepito la Direttiva Ue sul credito al consumo.

Ma in Italia, come nel resto d’Europa, la strada del microcredito è tutta in salita. “Tradizionalmente, il microcredito funziona molto bene in presenza di tre fattori: operatori professionali che superino l’approccio volontaristico sviluppando organizzazione e modelli di analisi del rischio di credito e dei progetti di impresa; basse barriere burocratiche ed economiche all’imprenditorialità e tassi di interesse in grado compensare il rischio di credito”, spiega Andrea Veltri, Chief marketing officer di Bnp Paribas Cardif e membro del board di PerMicro, il principale operatore di microcredito in Italia, che riunisce nella sua compagine fondazioni, società di venture capital sociale ed esponenti del mondo bancario. “Questo spiega il successo in Paesi in via di sviluppo, mentre in Europa fa molta più fatica ad affermarsi”, aggiunge.

In Europa, e in particolare in Italia, c’è il problema del “red tape“, cioè l’elevata burocrazia che ostacola le iniziative imprenditoriali, un modello industriale non è ancora emerso con forza e—come se non bastasse—i tassi sono ai minimi, mentre per ragioni culturali risulta ancora difficile praticare tassi alti a clienti rischiosi quando sono al contempo vulnerabili e meritevoli.

Infatti, il microcredito ha tradizionalmente dei tassi molto alti, perché è finalizzato a finanziare e sostenere piccole o piccolissime idee imprenditoriali che possono essere molto rischiose.

“E qui arriviamo a uno dei principali ostacoli in Italia al decollo del fenomeno: la normativa—che giustamente introduce un certo formalismo per evitare abusi—impone che tutti i costi connessi al prestito siano inclusi nel Taeg. Il problema è che per il microcredito, oltre a un’attenta e delicata attività di istruttoria per capire se l’idea sta in piedi, è necessario anche l’accompagnamento dell’impresa“, spiega Veltri.

“Su un prestito di 3mila euro, queste attività possono arrivare a costarne 2mila, e l’inclusione nel Taeg farebbe oltrepassare le soglie antiusura. Questo significa che alcuni progetti più rischiosi non possono essere finanziati”.

L’altro aspetto sono i vincoli burocratici: fare impresa in Italia è difficile, e quindi anche finanziare l’impresa, soprattutto se è molto piccola, perché il costo della burocrazia è ben più pesante se la realtà è molto piccola.

Molti operatori senza un modello

Non ultimo, manca ancora la diffusione di un vero e proprio modello di microcredito: il panorama è molto frammentato, gli operatori sono tanti e molti svolgono l’attività in modo artigianale, alcuni svolgono questa attività come una forma di beneficienza, con pochi mezzi, altri lo fanno per profitto con costi molto alti.

“Il modello che funziona meglio nel microcredito coniuga sociale e business: perché se la formula si basa solo sulle sovvenzioni una volta che sono finiti i soldi non si può più prestare, il modello invece deve essere sostenibile, in modo che ciò che rientra con il pagamento dei precedenti prestiti possa poi essere reinvestito in altri prestiti”, chiarisce Veltri.

È importante quindi che l’operatore abbia una struttura in grado di fare economia di scala e tenere i costi bassi. Perché sia sostenibile, è anche necessario un esame approfondito delle iniziative da finanziare, perché se l’attività fallisce poi ci sono meno soldi da reinserire nel sistema.

“Quando PerMicro rifiuta un finanziamento non lo fa con le logiche di una banca, che magari nega il prestito perché non ci sono adeguate garanzie”, continua Veltri,  “ma significa che è l’idea imprenditoriale ‘a fare acqua’, quindi negando il finanziamento di fatto stiamo invitando il richiedente a cambiare strada”.

Comunque, non tutte le idee imprenditoriali devono essere tecnologiche: tra le storie di successo finanziate dal microcredito ci sono quelle di venditori ambulanti, artigiani, pizzaioli, chef a domicilio, ma anche esperienze di startupper innovativi che sono riusciti a partire con un microprestito.

Per esempio Davide D’Atri, il fondatore di Soundreef, società di gestione di diritti d’autore che sta insidiando in Italia il monopolio della Siae, aveva dato via alla sua vita imprenditoriale fondando Beatpick, un’agenzia che seleziona brani di artisti e ne cura la vendita all’industria cinematografica, televisiva, e pubblicitaria, proprio grazie al microcredito. “Le attività finanziate sono le più disparate, così come le nazionalità dei richiedenti. Spesso le idee imprenditoriali sono molto interessanti e creative, come il Gogol’Ostello a Milano: un ostello che propone anche attività culturali”, continua Veltri.

In Italia gli ostacoli sono ancora molti

Ma è facile ricevere un microprestito? Il microcredito è per i soggetti non bancabili, cioè quei soggetti che non otterrebbero un prestito da una banca perché non hanno garanzie, busta paga, eccetera. “Yunus diceva non esistono clienti non adatti alle banche ma banche non adatte a tutti i clienti. Anche noi pensiamo che esistano dei soggetti che più che altro sono ‘diversamente bancabili’, cioè senza garanzie e un reddito evidente, ma con un’idea che può funzionare”, commenta Veltri.

Nell’introdurre il microcredito in Italia, si è pensato di mantenere questo paradigma, ma nella sua applicazione concreta qualcosa è andata storta, e ci sono ancora inefficienze e storture normative cui l’Ente nazionale per il microcredito non sembra per il momento avere prestato molta attenzione. Il Testo unico bancario chiarisce che il microcredito è destinato a:

— persone fisiche, associazioni e società che vogliono avviare un’attività di lavoro autonomo;

— persone fisiche, associazioni e società che vogliono avviare una microimpresa;

— persone fisiche in condizione di vulnerabilità economica e sociale.

I finanziamenti possono essere al massimo di 25mila euro nei primi due casi, di 10mila nel terzo. Dato che i finanziamenti di questo tipo non sono assistiti da garanzie reali, nel 2014 il Ministero dello Sviluppo Economico ha istituito una sezione del Fondo di garanzia per le piccole e medie impresededicato al microcredito, alimentato con risorse messe a disposizione dal medesimo ministero—30 milioni di euro per l’anno in corso—cui si aggiungono i versamenti volontari effettuati da enti, associazioni, società e cittadini.

Il problema però che la garanzia del fondo viene di fatto utilizzata dalle banche, che tendono a replicare nel microcredito le logiche del credito tradizionale, quindi prestando a soggetti bancabili—magari chi fa già l’imprenditore—ma assumendosi un minore rischio.

“Un’altra cosa che manca spesso è l’accompagnamento: se il credito tradizionale è una fotografia, il microcredito deve essere un film, cioè una volta prestati i soldi si comincia a girare, e l’imprenditore va guidato e sostenuto. PerMicro, per esempio, dopo il prestito fa 13 incontri con l’imprenditore per accompagnarlo nella sua avventura”, conclude Veltri.

Immagini via Unsplash | Copertina1