Come lavorano gli ‘artigiani digitali’ italiani nel XXI secolo

Come lavorano gli ‘artigiani digitali’ italiani nel XXI secolo

Oltre 1,3 milioni. È il numero di imprese artigiane nel paese. Insomma, l’Italia paese di santi, poeti, navigatori… e artigiani. E se fino a pochi anni fa l’artigianato era considerato un relitto del passato, oggi le cose stanno cambiando in fretta.

Innanzitutto, è in corso una profonda rivalutazione del saper fare. In un mondo dominato dalle produzioni in serie a basso costo, gli oggetti su misura” e “fatti a mano” sono sempre più apprezzati, non solo dai più abbienti ma anche dal grosso dei consumatori. Ha contribuito a questo atteggiamento il fenomeno dei Makers, gli appassionati di fai-da-te e tecnologia; nati negli Stati Uniti, i Makers sono dilagati in tutto il mondo, Italia inclusa.

Il teorico degli “artigiani digitali” è l’economista Stefano Micelli, autore di un saggio dal titolo assai eloquente: “Futuro artigiano”. Secondo Micelli, ciò che caratterizza l’industria italiana è proprio il saper fare: dalle borse griffate ai gioielli, dal pesto ai motori di una fuoriserie (insomma le 4 A di Abiti, Arredo, Auto e Agroalimentare). È cruciale pertanto imparare a valorizzare, promuovere e sviluppare questa arte tutta italiana.

Oggi, grazie al boom delle ICT (tecnologie dell’informazione e della comunicazione), e alla crescente diffusione di tecnologie del digital manufacturing, come la stampa 3D e i laser cutter, qualsiasi artigiano in grado di saper usare un po’ di tecnologia può creare prodotti di alta qualità. È il caso, per esempio, del maestro Simone Segalin, calzolaio high-tech che ha la sua bottega a Mestre, in provincia di Venezia.

Come spesso accade, nella famiglia di Segalin l’artigianato scorre nelle vene: anche il nonno Antonio e il papà Sergio erano dei calzolai, specializzati nella produzione di scarpe in pelle (rigorosamente a mano). Segalin però si è modernizzato, e ora nella sua bottega ha un foot scanner 3D. In questo modo può scannerizzare i piedi dei clienti e ricavare “forme” perfette, da usare come modelli per fare delle scarpe che calzano a pennello. Eventualmente anche a distanza: se un negozio di Hong Kong o Abu Dhabi ha il suo bel foot scanner 3D, l’industriale cinese o l’emiro danaroso non hanno bisogno di volare sino in Italia per avere delle autentiche scarpe italiane in pelle; basta mandare la mappa del piede al maestro Segalin.

La sua è una storia, ma ce ne sono tante altre. Ad esempio in Toscana, in quel di Firenze, c’è il collettivo di designer Super Duper Hats, che produce a mano cappelli come quelli usati agli inizi del XX secolo dagli operai americani. Fondato da due sorelle – Veronica e Ilaria Cornacchini – e da Matteo Gioli, il collettivo Super Duper Hats ha mietuto premi e onori, e oggi esporta cappelli anche in Giappone. Merito del suo saper fare ma anche del web, che gli permette di far conoscere i cappelli artigianali a milioni di potenziali clienti, senza avere punti vendita a Tokyo o a Osaka.

I social media (nella fattispecie, YouTube) sono utilizzati dall’azienda artigiana Berto Salotti (di Meda, in Brianza) per far conoscere agli utenti il saper fare e la qualità che stanno dietro a un divano, un letto o una poltrona. E così le video-pillole #percheberto spiegano all’internauta americano, russo o cinese perché, ad esempio, “i divani classici Berto hanno molle bioniche in acciaio e non semplici cinghie elastiche”.

A Milano opera invece la tecnodesigner Valentina Bruzzi. Trentenne con un curriculum di alto livello, ha fondato Saroj, start-up dal nome in sanscrito che fa gioielli con la stampa 3D e i laser cutter, usando materiali molto innovativi come il nylon.

Ma questo, dicono gli economisti, è solo l’inizio. Secondo la Fondazione Nord Est, se in Italia artigiani e industrie manifatturiere iniziassero a utilizzare in maniera diffusa le tecnologie del digital manufacturing, il valore aggiunto della loro produzione potrebbe aumentare sino a 4 miliardi di euro su base annua, con un aumento occupazionale significativo (fino a 39.000 nuovi addetti). Mica male, no?

Immagine modificata in b&n di kellinahandbasket via Flickr