Quando i padri aiutano in casa, le donne guadagnano e fanno più figli

Quando i padri aiutano in casa, le donne guadagnano e fanno più figli

Nel mondo, sono sempre di più le compagnie che stanno provando a introdurre politiche aziendali a sostegno dei neo-genitori tra i propri dipendenti. Di recente, per esempio, Facebook ha deciso di mettere quattro mesi di congedo di maternità o paternità a disposizione dei suoi impiegati, che possono scegliere se prenderli separati, oppure senza interruzioni.

“Numerosi studi mostrano che quando i genitori che lavorano prendono del tempo per stare con i loro neonati, ne beneficia l’intera famiglia”, ha sostenuto il fondatore Mark Zuckerberg in un post apparso sulla sua pagina personale, indicando proprio questa come la ragione che ha spinto Menlo Park a introdurre questa nuova opportunità per i suoi dipendenti.

D’altro canto, negli Stati Uniti, uno degli unici quattro Paesi al mondo senza tutele per i neo-genitori (accanto ad essi solo Swaziland, Papua Nuova Guinea e Lesotho), offrire generose politiche di congedo è ormai diventata una strategia seguita da molte imprese per vincere la competizione sul mercato del lavoro e attrarre i migliori talenti tra le proprie fila aziendali.   

Già da tempo, Netflix ha introdotto il diritto a un anno di congedo di maternità e di paternità dopo la nascita o l’adozione di un bimbo, a discrezione dei dipendenti e a retribuzione piena. IKEA ha annunciato lo scorso dicembre l’introduzione di un congedo di 12 settimane, sei settimane a paga piena e sei settimane a metà paga, per i suoi 14mila dipendenti statunitensi. Senza dimenticare le 16 settimane di Pinterest, le 12 di GoogleMicrosoftLinkedIn e le 20 di Twitter.

Spotify ha introdotto, invece, sei mesi di congedo al 100% dello stipendio per neo-papà e neo-mamme, da prendere entro il terzo compleanno dei figli, anche in periodi spezzati. Secondo la responsabile delle risorse umane della compagnia di streaming musicale, Katarina Berg, questa scelta è stata ispirata “dalla cultura svedese che mette in risalto l’importanza di un equilibrio sano tra lavoro e famiglia, l’eguaglianza di genere, e la possibilità per tutti i genitori di passare del tempo di qualità con le persone che contano di più nella loro vita.”

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Caratteristica di fondo che accomuna tutte queste nuove politiche aziendali è infatti l’introduzione di una spiccata componente di eguaglianza tra uomini e donne nelle responsabilità di cura della famiglia. Sempre di più, anche ai lavoratori uomini viene richiesto, con appositi incentivi, di partecipare ai compiti legati alla sfera domestica e alla cura dei figli, tradizionalmente caricati sulle spalle delle donne.

Questa nuova sensibilità riflette un importante cambiamento culturale nelle concezioni dei ruoli di genere alla base del rapporto tra famiglia e lavoro. Come spiegato dal professore di demografia Francesco Billari nel Rapporto 2017 del Gruppo Assimico, “La prima metà della ‘rivoluzione di genere, iniziata negli ultimi quarant’anni del secolo scorso, ha riguardato l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro”. Questa “ha implicato un ‘indebolimento della famiglia’, perché ha richiesto alle donne uno ‘sdoppiamento’ dei turni di lavoro: quello formale oltre a quello domestico”.

Invece, la seconda metà della rivoluzione di genere riguarda l’ingresso degli uomini nella sfera domestica. Questo “risulta in un rafforzamento’ della famiglia, perché gli uomini aumentano il loro peso nei compiti relativi alla cura dei figli e della casa: uno studio su 13 Paesi europei ha di recente mostrato che padri con livelli educativi più alti hanno aumentato nel tempo il contributo di tempo dedicato allo svolgimento dei compiti famigliari.”

Gli effetti di questo contributo sono tutt’altro che secondari. Secondo un altro studio su delle coppie tedesche, condotto da una ricercatrice dell’Università di Oxford, Laura Langner, le neo-madri, i cui compagni avevano scelto di avere orari flessibili per prendersi cura di alcune responsabilità famigliari, ottenevano stipendi del 14,2% più alti nel corso dei quattro anni successivi, rispetto alle madri che non avevano avuto aiuti dai propri compagni.

Mentre prende sempre più piede l’idea che la diffusione di comportamenti egualitari nella distribuzione dei compiti domestici all’interno di una coppia, chiave per riconciliare famiglia e lavoro, sia anche il segreto dei Paesi europei con alta fecondità, come quelli scandinavi.

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Secondo questa teoria, uno dei motivi per cui in Italia si fanno così pochi figli è proprio la persistenza di ruoli tradizionali all’interno delle famiglie, con le donne impegnate sul lavoro e nella cura dei figli, e gli uomini ancora troppo sganciati da quest’ultimo tipo di responsabilità. Ne è un chiaro esempio la normativa relativa ai congedi di paternità.

Nel nostro Paese, le leggi in materia sono infatti ancora deficitarie, con solamente una manciata di giorni a disposizione dei neo-padri. Vero e proprio fanalino di coda in Europa, durante il 2018 nel Belpaese i papà avranno diritto a un congedo (obbligatorio) di solo quattro giorni, più uno facoltativo.

“Restano i pregiudizi, soprattutto sul lavoro”, spiega Federico Ghiglione, pedagogista che da 7 anni tiene corsi e incontri dedicati ai papà.” Tanti temono non sia virile buttarsi in questa avventura, ancor di più se la misura è facoltativa.”

Sempre secondo lo studio di Laura Langner, invece, a quattro anni di distanza anche i neo-padri beneficiavano economicamente della propria scelta di lavorare in maniera più flessibile, con un +7,4% nello stipendio orario. Ma anche a causa della drastica riduzione salariale, che rende di fatto sconveniente l’interruzione lavorativa, secondo l’INPS in Italia nel 2012 solamente il 6,9% usufruiva dei permessi.

Nel frattempo, nonostante i ritardi amministrativi, qualcosa inizia a muoversi nel settore privato, come raccontato di recente da Il Sole24Ore. Ormai da cinque anni Nestlé Italia concede due settimane di paternità ai propri dipendenti, portando da uno a quattro i giorni di permesso retribuito. Luxottica, invece, riconosce 5 giorni di paternità entro le prime due settimane dalla nascita, dall’adozione o dall’affido del figlio. Axa, poi, ha annunciato che i suoi dipendenti potranno beneficiare di un congedo minimo di maternità della durata di 16 settimane e di un congedo di paternità di 4 settimane, interamente retribuiti.

Tuttavia, secondo un’analisi de La Stampa, per le aziende investire in questo tipo di attività è costoso, e non tutte possono permetterselo. Una situazione che lascia molti lavoratori, soprattutto delle piccole e medie imprese, con scarsi diritti. La strada da fare, insomma, è ancora lunga.  

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