Cos’è l’inflazione e quanto è difficile calcolare quella giusta

Cos’è l’inflazione e quanto è difficile calcolare quella giusta

A metà settembre l’Istat ha confermato il dato sull’aumento dei prezzi di agosto 2017. L’inflazione è cresciuta a +1,2% rispetto all’1,1% di luglio. Un segnale positivo per l’economia, perché in teoria se i prezzi tornano a salire cresce anche il Pil e quindi si registra un’espansione economica. Ma perché dovremmo essere contenti di pagare di più? E quella percentuale vale per tutti?

Partiamo dalle basi. È del tutto normale che, nelle economie di mercato, i prezzi di beni e servizi possano subire variazioni. Alcuni aumentano, altri diminuiscono. Lo scorso agosto, ad esempio, sono saliti soprattutto i prezzi di gasolio e benzina, e quelli di biglietti aerei e trasporti marittimi. Ma per capire se l’inflazione cresce non bisogna guardare ai singoli beni. Si parla di inflazione infatti quando si registra un rincaro di più ampia portata che non si limita a singole voci di spesa.

Ma alcune variazioni sono più importanti di altre: quando si calcola l’incremento medio dei prezzi si attribuisce un peso maggiore alle variazioni che riguardano i beni e i servizi per i quali i consumatori spendono di più, come l’energia elettrica ad esempio, rispetto a voci di spesa meno significative, come lo zucchero o i francobolli. Esiste però anche un’inflazione di fondo, che viene calcolata escludendo gli alimenti freschi non lavorati e i beni energetici.

Per il calcolo dell’inflazione, l’Istat usa un paniere di riferimento composto da beni e servizi che variano al variare delle abitudini di acquisto delle famiglie nel corso degli anni. Nel 2017, ad esempio, il paniere è stato aggiornato con l’aggiunta di 12 nuove unità. Sono entrati i cibi vegani e vegetariani, le birre artigianali, gli smartwatch, le centrifughe e le action camera. Uscite dal computo, invece, le videocamere tradizionali.

Inoltre, nel calcolo dell’inflazione è aumentato il peso attribuito a trasporti, abbigliamento e calzature, mentre è stato ridotto quello relativo ad abitazione, acqua, elettricità e combustibili. Una cartina al tornasole di come variano le abitudini di acquisto dei consumatori italiani. Il tasso di inflazione sui 12 mesi corrisponde al prezzo del paniere totale in un determinato mese rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.

È chiaro che davanti a un aumento dei prezzi, il valore reale dell’unità di moneta (un euro) è inferiore rispetto al passato, soprattutto se i prezzi salgono più velocemente rispetto ai salari. È quando si dice che diminuisce il potere d’acquisto. Ma se tenuta sotto controllo (a questo pensano le banche centrali) e generata dalle giuste cause, l’inflazione è una tendenza positiva: i prezzi crescono perché cresce il Pil, si registra un’espansione economica e quindi anche gli stipendi dovrebbero aumentare evitando che le famiglie perdano potere d’acquisto.

Gli individui, però, non effettuano tutti gli stessi acquisti. Le singole famiglie possono avere diverse abitudini di spesa: c’è chi mangia carne, chi è vegetariano, chi si muove solo con bicicletta e mezzi pubblici e chi invece possiede una macchina. Il rincaro della benzina o del tofu impatterà in maniera diversa sui diversi nuclei familiari. Per calcolare l’inflazione, però, le abitudini di spesa medie dell’insieme delle famiglie determinano il peso da attribuire ai diversi beni per misurare l’inflazione.

L’inflazione però ha anche un impatto diverso sulle diverse regioni e città. Per calcolare la stima dell’inflazione, l’Istat monitora i prezzi in 80 comuni, mentre altri 16 partecipano alla stima dell’inflazione solo per un sottoinsieme di prodotti. Ma l’Unione nazionale dei consumatori rileva di tanto in tanto come in alcune città l’inflazione sia più alta di altre. Da qualche tempo, Bolzano è in testa.

Insomma, l’inflazione non è uguale per tutti. Non a caso, oltre al paniere tradizionale, esiste anche un “paniere ponderato”, in cui beni e servizi vengono considerati con un peso differente a seconda della popolazione alla quale ci si riferisce per calcolare l’inflazione.

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Le fasce di reddito più basse, ad esempio, subiscono di più l’aumento dei prezzi dei beni alimentari, poiché destinano gran parte del proprio reddito all’acquisto di questi beni. Mentre l’aumento dei prezzi delle auto di lusso, invece, riguarderà le fasce più agiate e difficilmente la famiglia di un operaio. Ogni fascia di reddito vive un diverso tasso di inflazione. Così come ogni territorio.  

L’Istat non a caso produce tre diversi indici dei prezzi: quello per l’intera collettività nazionale (Nic), per le famiglie di operai e impiegati (Foi) e l’indice armonizzato europeo (Ipca).

— Il Nic misura l’inflazione a livello dell’intero sistema economico, come se l’Italia fosse un’unica grande famiglia di consumatori: per gli organi di governo questo è il parametro di riferimento per la realizzazione delle politiche economiche.

— Il Foi si riferisce ai consumi dell’insieme delle famiglie che fanno capo a un lavoratore dipendente (extra agricolo): è l’indice usato per adeguare periodicamente, ad esempio, i valori monetari degli affitti o degli assegni dovuti al coniuge separato.

— L’Ipca è stato invece sviluppato per assicurare una misura dell’inflazione comparabile a livello europeo.

I tre indici si basano su un’unica rilevazione e sulla stessa metodologia di calcolo, condivisa a livello internazionale. Nic e Foi si basano sullo stesso paniere, ma il peso attribuito a ogni bene o servizio è diverso, a seconda dell’importanza che questi rivestono nei consumi della popolazione di riferimento.

Per il Nic la popolazione di riferimento è la popolazione presente sul territorio nazionale; per il Foi è l’insieme delle famiglie residenti che fanno capo a un operaio o un impiegato. L’Ipca ha in comune con il Nic la popolazione di riferimento, ma si differenzia dagli altri due indici perché il paniere esclude, sulla base di un accordo comunitario, le lotterie e il lotto.

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Calcolare l’inflazione, insomma, non è semplice. Non solo perché bisogna stabilire cosa mettere nel carrello per calcolarla, ma anche perché bisogna distinguere chi mette cosa nel suo carrello. La Gran Bretagna, ad esempio, a marzo 2017 ha introdotto un altro indice riservato ai proprietari di case (CPIH, Consumer-prices index including owner-occupiers’ housing costs), che include i costi che deve affrontare chi possiede un appartamento, dal mutuo alle commissioni degli agenti immobiliari.

Nel Regno Unito, che ha appena introdotto anche degli indici regionali, il paniere viene aggiornato ogni anno, come in Italia. Negli Usa invece lo fanno ogni due anni. È difficile quindi anche paragonare il tasso di inflazione tra Paese e Paese. È chiaro che un’unica misurazione dell’inflazione non può riflettere l’impatto dell’andamento dei prezzi nell’intero sistema economico.

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