David Ricardo e l'importanza del commercio internazionale

David Ricardo e l'importanza del commercio internazionale

Dopo Adam Smith e Robert Malthus, il nostro viaggio nella storia del pensiero economico prosegue con un’altra fondamentale figura nello sviluppo del modo in cui oggi pensiamo l’economia. Si tratta di David Ricardo.

Nato a Londra nel 1772, Ricardo è il terzo dei diciassette figli di un ricco agente di borsa del London Stock Exchange. Dopo due anni di formazione ad Amsterdam (il secondo centro finanziario dell’epoca, che aveva da poco perso la sua supremazia proprio a favore a Londra), l’allora quattordicenne Ricardo torna in Inghilterra per iniziare a lavorare in borsa con il padre. Tuttavia, è presto costretto a mettersi in proprio, perché a 21 anni sposa una ragazza di religione diversa e viene ripudiato dalla propria famiglia.

In ogni caso, la carriera lavorativa di Ricardo non durerà molto: si ritira a vita privata a soli 43 anni, dopo aver accumulato una piccola fortuna di oltre 600mila sterline (circa 44 milioni di sterline nel 2017), grazie a una azzeccata scommessa sui titoli del debito pubblico britannico in seguito alla battaglia di Waterloo. Quattro anni dopo, nel 1819, si butta in politica e diviene membro del Parlamento inglese.

Ed è proprio a partire da questo periodo che Ricardo inizia la sua vera e propria riflessione sul sistema economico dell’epoca. Il suo principale riferimento è il monumentale studio sulla Ricchezza delle Nazioni di Adam Smith, che aveva letto in età giovanile durante una vacanza nella città termale di Bath nel 1799.

Il primo economista “moderno”

Secondo uno storico del pensiero economico italiano, Alessandro Roncaglia, l’analisi economica di Ricardo “si sviluppa con tre riferimenti: le vicende concrete dei suoi giorni, i dibattiti immediati su esse, e il libro di Smith”. Ciononostante, secondo molti Ricardo non raggiungerà mai la profondità culturale del suo “maestro”.

A riprova di ciò, in una lettera del 1931 a firma di Piero Sraffal’economista italiano che con un lavoro pluridecennale durante il Novecento ha riscoperto e curato le opere complete di Ricardo—si legge: “Ricardo non si pone mai dal punto di vista storico e considera come leggi naturali ed immutabili le leggi della società in cui vive. Ricardo era, e restò sempre, un agente di cambio di mediocre cultura”. Tuttavia, Ricardo compensava la sua scarsa erudizione con un’intelligenza spiccata e una logica acuta.

Tanto che il nutrito gruppo di economisti che, dopo la sua morte (avvenuta nel 1823), si ispira alle sue idee influisce preponderantemente sulle scelte di politica economica dell’Inghilterra, al tempo la principale potenza mondiale.

Anche se l’influenza di Ricardo verrà poi gradualmente dispersa a partire dal 1870—quando la rivoluzione marginalista darà vita all’economia “neoclassica”—secondo l’economista Alessandro Cigno “i problemi posti e lasciati irrisolti da Ricardo hanno tormentato gli economisti sino ad allora”, lungo tutto il ventesimo secolo.  

È  con l’edizione delle opere di Ricardo curata da Sraffa, e pubblicata tra il 1951 e il 1955, che il  contributo scientifico dell’economista britannico viene infatti riproposto all’attenzione del pubblico e totalmente rivalutato nel successivo sviluppo del pensiero economico.

La divisione del lavoro secondo Ricardo

Fedele all’impostazione di Adam Smith, anche Ricardo pensa a una società basata sulla divisione del lavoro e, a rispecchiare il sistema produttivo dell’epoca, considera un’economia con due grandi settori (agricolo e manifatturiero) e tre classi socialilavoratori, capitalisti e proprietari terrieri—ai quali corrispondono tre forme di reddito: salari, profitti e rendite.

Rispetto a Smith, che studiava come la divisione del lavoro produce “sovrappiù”, Ricardo si occupa di come questo sovrappiù viene diviso tra le varie classi. In particolare, il focus dell’analisi ricardiana è sul settore agricolo, dove la produzione avviene solamente applicando lavoro alla terra (senza macchinari o altre forme di capitale impiegate).

Chi lavora la terra produce valore ma ha bisogno di essere retribuito in maniera periodica per la sopravvivenza quotidiana, ben prima che la terra offra tutti i suoi frutti. Quindi, i lavoratori agricoli ottengono un salario pagato da proprietari terrieri e capitalisti, che in cambio si appropriano del “sovrappiù”, cioè di quella parte della produzione che rimane alla fine del ciclo produttivo, dopo aver pagato i salari “di sussistenza” a tutti i lavoratori.

Questo sovrappiù si divide in rendite e in profitti: le prime vanno ai proprietari terrieri, come retribuzione per la proprietà delle terre, le seconde ai capitalisti, che sono quelli che offrono il capitale con cui si pagano man mano i salari.

Secondo Ricardo, mentre i proprietari terrieri destinano ai consumi di lusso le loro rendite, i capitalisti investono i loro profitti per intero—pertanto, lo sviluppo economico viene dall’accumulazione di capitale, basata sui profitti.

Il problema dei “rendimenti decrescenti”

Riprendendo alcune idee esposte da Malthus, anche per Ricardo la crescita economica genererà un aumento della popolazione e una crescita dei consumi alimentari. Ma nel modello di Ricardo, poiché i capitalisti sono spinti dalla concorrenza a investire i profitti in maniera efficiente, nel settore agricolo tutte le terre più fertili sono sempre impiegate.

Così, per poter aumentare la produzione totale a parità di livello tecnologico, bisognerà espandere la produzione iniziando a utilizzare “terre marginali”, relativamente meno fertili rispetto a quelle già impiegate. Ma, a causa del fatto che queste terre sono meno fertili, la capacità di produzione dei lavoratori diminuirà. Continuando ad espandere la produzione a terre sempre meno fertili, si arriverà alla situazione in cui i salari diminuiranno sotto il salario di sussistenza: cioè quello che riesce a produrre un “lavoratore marginale” è inferiore a quanto serve per pagare il suo stipendio, e i profitti scendono al livello minimo. Così, non c’è più incentivo perché i capitalisti continuino ad investire e lo sviluppo economico si ferma.

Poiché, in un’economia di mercato concorrenziale, i salari e il tasso di profitti devono essere uniformi in tutti i diversi settori, la situazione non cambia rendendo il modello più complesso (aggiungendo ad esempio il settore manifatturiero nel ragionamento). La conclusione di Ricardo è che è il tasso di profitti del settore agricolo a determinare la distribuzione dei redditi per tutta l’economia.

L’importanza del commercio internazionale

Per Ricardo, la soluzione a questi “rendimenti decrescenti” è ovvia: invece di espandere la coltivazione in terre sempre meno fertili, per fare fronte all’aumento della richiesta alimentare occorre importare cereali dall’estero.

È a questo punto che l’analisi ricardiana si lega a doppio filo con il commercio internazionale, di cui ne diventerà uno dei più efficaci sostenitori elaborando la influentissima teoria dei vantaggi comparati, che esporrà nel suo libro principale, i Principi di economia politica e dell’imposta, pubblicata nel 1817.

L’idea di base per capire il principio dei vantaggi comparati è semplice. Ipotizziamo che esistano due soli Paesi, Inghilterra e Portogallo, in cui si producono solamente due beni, vino e formaggio. In Inghilterra, dove la tecnologia è più avanzata, si può produrre un chilo di formaggio con un’ora di lavoro e un litro di vino con due ore di lavoro. In Portogallo, invece, servono 6 ore di lavoro per un chilo di formaggio e 3 ore per un litro di vino. Nota, insomma, che in Inghilterra la produzione è più efficiente per entrambi i beni.

Eppure, Ricardo mostrerà che anche in questo caso è comunque più conveniente commerciare rispetto a produrre tutto domesticamente.

Ipotizziamo infatti che un litro di vino e un chilo di formaggio siano venduti allo stesso prezzo. In questa situazione, i lavoratori inglesi potrebbero decidere se impiegare un’ora per produrre un chilo di formaggio, o lo stesso tempo per mezzo litro di vino.

Ma poiché vino e formaggio hanno il medesimo prezzo, a questi converrà produrre il formaggio e venderlo in cambio di un litro di vino, ottenendo quindi una quantità doppia rispetto a quanto avrebbero ottenuto producendolo autonomamente.

Stesso discorso per i lavoratori portoghesi: specializzandosi nel vino, con 3 ore di lavoro produrranno un litro, che potranno scambiare per un chilogrammo di formaggio, la cui produzione richiederebbe in Portogallo ben 6 ore—il doppio del tempo!

Così, come spiegato da Krugman e Obstfeld, “in questo esempio, il commercio internazionale consente a ogni Paese di impiegare il proprio lavoro con efficienza doppia rispetto alla situazione in cui tutti i beni devono essere prodotti internamente”.

L’impatto di Ricardo oltre la scienza economica

Da uomo politico, Ricardo utilizzò questo modello per sostenere la liberalizzazione dei commerci e, in particolare, l’abolizione dei dazi sulle importazioni di cibo da parte del Regno Unito stabilite dalle corn laws, introdotti nel 1815 su spinta dei proprietari terrieri inglesi.

Ricardo sapeva che l’abolizione di questi dazi avrebbe avvantaggiato i capitalisti e penalizzato i proprietari terrieri, ma era proprio il suo modello economico, che abbiamo appena illustrato, a mostrare come fossero proprio i primi a spingere la crescita, e non i secondi—una classe da lui ritenuta non produttiva.

Rappresentando i vantaggi del commercio internazionale per l’intera Inghilterra, Ricardo aprì la strada all’utilizzo della scienza economica come strumento politico e, quando le corn laws furono abolite nel 1846, è proprio rifacendosi alle sue idee che i sostenitori dell’abolizione poterono vincere la loro battaglia.

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