La discriminazione verso i lavoratori senior è sempre più un problema

La discriminazione verso i lavoratori senior è sempre più un problema

Gli inglesi lo hanno chiamato “ageism”: quando un candidato viene scartato da un datore di lavoro perché “troppo in avanti con l’età”. Secondo un recente sondaggio della Bbc, un adulto su cinque nel Regno Unito ne è stato vittima, e tre su dieci lo hanno sperimentato proprio nella ricerca di un lavoro.

I più colpiti sono i lavoratori nella fascia 55-64 anni, seguiti da quelli che si collocano tra i 18 e i 34. L’Europa nel 2000 ha emanato una direttiva sull’uguaglianza nell’occupazione (Employment Equality Framework Directive), che riconosce ai lavoratori giovani e vecchi il diritto allo stesso trattamento, al di là dell’età.

A guardare i dati sull’occupazione in Italia, per i lavoratori over 50 sembrerebbe di trovarsi davanti a un paradosso. Nella fascia dei più anziani pare sia in corso una battaglia: aumentano gli occupati, ma anche i disoccupati. Gli ultimi dati Istat relativi al mese di luglio 2017 dicono che nell’ultimo anno gli occupati (al netto della componente demografica) sono aumentati dell’1,8%, ma nello stesso tempo anche i disoccupati sono cresciuti del 15,4%. Seppure non paragonabile alle percentuali giovanili, tra i lavoratori più avanti con l’età il tasso di disoccupazione è salito di quasi un punto percentuale nell’ultimo anno, arrivando al 6,8%.

Cosa sta accadendo? Secondo l’analisi fatta dal centro studi sul lavoro Adapt, le ragioni sono diverse: la popolazione invecchia, la coorte più anziana si allarga, e grazie alla legge Fornero aumentano gli occupati perché l’età della pensione si spinge più in avanti; ma allo stesso tempo chi perde il lavoro dopo i 50 anni fatica a ritrovarlo (e non poco).

Né giovani, né anziani, i disoccupati senior vivono una sorta di limbo del mercato del lavoro. In attesa della pensione, e senza una rete familiare che faccia da paracadute. A luglio 2017 erano 560milapiù dei 556mila della fascia d’età 15-24 anni—con una crescita record di oltre il 225% a partire dalla crisi (nel 2006 i disoccupati over 50 erano circa 150mila). E se si sommano anche i coetanei inattivi e scoraggiati—più di 670mila, cresciuti del 72% dal 2006, secondo il report realizzato dal centro studi Datalavoro per Il Sole 24 Ore—si arriva a un bacino di 1,2 milioni di soggetti over 50 in una condizione di disagio lavorativo.

A pagare il conto della crisi, insomma, non sono solo i giovani. Anzi. L’Ufficio nazionale anti discriminazioni razziali (Unar), dice che oltre il 70% delle segnalazioni che arrivano è relativo alle difficoltà di accesso al mondo del lavoro. E quasi la metà delle denunce (47,8%) riguarda l’età dei lavoratori.

Ma non vale per tutti. Come ha documentato l’Isfol (ora Inapp), i maggiori rischi di disoccupazione riguardano la componente over 50 più debole: quella costituita dai lavoratori a bassa scolarizzazione, specie se vicini all’età del pensionamento. Che sono la maggioranza, perché in oltre il 60% dei casi i lavoratori senior sono fermi alla licenza media, e difficilmente si possono ricollocare. La condizione di disoccupati rischia così di cristallizzarsi nel tempo fino alla fine dell’età lavorativa. Non a caso, la quota di disoccupati senior in cerca di lavoro da un anno o più nel 2016 ha superato il 60%, contro il 53,8% dei più giovani.

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Ad oggi diversi Paesi europei provano a incoraggiare l’assunzione dei lavoratori senior tramite incentivi economici e fiscali, proprio come accade per i più giovani. Italia compresa: da noi la legge Fornero ha introdotto degli sgravi contributivi, confermati anche per il 2017, per l’assunzione di lavoratori che abbiano compiuto 50 anni e che versino da oltre 12 mesi in stato di disoccupazione.

In Bulgaria, invece, è previsto il rimborso del primo anno di salario all’azienda che assume un lavoratore senior. In Francia è in vigore un National Action Plan che impone una quota minima di lavoratori over 50 nelle aziende, pena il pagamento di una sanzione pecuniaria. A Malta sono previsti invece incentivi fiscali. E in altri Paesi, come il Regno Unito, sono previste facilitazioni alla formazione per compensare gli svantaggi legati all’età e favorire il ricollocamento.

Una soluzione potrebbe essere anche quella di sfruttare l’esperienza di questi lavoratori all’interno delle aziende, puntando allo scambio di conoscenze con i più giovani. È quello che viene definito reverse mentoring o peer mentoring. Si tratta di una pratica bidimensionale: i più giovani condividono con i senior le proprie conoscenze sull’uso di tecnologie, nuove forme organizzative e social media; e i più adulti trasmettono ai colleghi giovani i principi base del mestiere, frutto di anni di esperienza.

Aziende come la svizzera ABB hanno già scelto questa formula con incontri a cadenza regolare. E poi c’è anche qualche azienda che cerca proprio lavoratori dai capelli bianchi. Come è accaduto con Eolo, azienda di telecomunicazioni di Varese, che lo scorso aprile, in partnership con i comuni della zona, ha deciso di assumere tecnici di età superiore ai 45 anni per aiutarli nel reinserimento lavorativo. “La carta vincente degli over 45 è l’esperienza“, dicono, “perché possono offrire competenze maturate sul campo e mettere a disposizione la propria maturità professionale”. 

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