Da Zuckerberg a Gaga, chi sono i milionari che vogliono “cambiare il mondo”

Da Zuckerberg a Gaga, chi sono i milionari che vogliono “cambiare il mondo”

“Non voglio fare soldi. Voglio fare la differenza”. Chi l’ha detto? Lady Gaga, popstar e do-gooder di spicco, in una pubblicazione di prossima uscita per Simon & Schuster, “Good is the New Cool“. Il libro è opera di due campioni del marketing, Afdhel Aziz e Bobby Jones, e fa il punto sul modello filantropico dei nuovi ricchi: i do-gooder appunto – termine inglese traducibile con “quelli che vogliono fare del bene”.

I do-gooder fanno breccia nella gente perché, oltre a cedere stock di azioni o devolvere denaro in beneficenza, motivano la loro filantropia come un tassello di un progetto più ampio, quello di “cambiare il mondo”. Beyoncé supporta il movimento “Black Lives Matter”, in barba alle critiche. Mark Zuckerberg donerà, nel corso della vita, il 99% delle sue azioni (45 miliardi di dollari su un totale di patrimonio personale di 46,8 miliardi) per “avanzare il potenziale dell’umanità e promuovere l’equità”. Sean Parker, fondatore di Napster, ha devoluto 250 milioni di dollari in ricerche sull’immunoterapia anticancro.

I do-gooder si aggiungono a una lista ormai lunga di benefattori d’eccellenza, come i sottoscrittori del “Giving Pledge”, che hanno promesso di donare la maggior parte della propria ricchezza nel corso della propria vita. Si tratta di quasi 700 miliardi di dollari promessi, un terzo del PIL italiano, da persone come Bill Gates, Michael Bloomberg e George Soros. Eppure, per i 30/40enni ossessionati dal mantra dell’innovazione, anche la beneficenza va reinventata: non contano più le fondazioni o almeno non vengono più usate come fregio monumentale per gli atti di filantropia. Anche perché il ritorno in termini di popolarità della beneficenza “vecchia maniera”, in mano agli uomini più ricchi del mondo, è ormai annacquato, percepito più come un tentativo di espiazione che come un gesto di autentico interesse per gli altri – quando non come un semplice motivo di elusione fiscale.

La Chen Zuckerberg Initiative, invece, sceglie di non registrarsi come “charity”, e motiva questa scelta proprio per evitare di ottenere benefici fiscali garantiti alle fondazioni tradizionali. I coniugi a capo di Facebook pagheranno fino in fondo le tasse sul capitale quando trasferiranno le proprie azioni alla fondazione, “ma in questo modo avremo più flessibilità per compiere la nostra missione in maniera efficace”.

Gli altruisti 3.0 sembrano insomma non subire la morale del profitto e i loro fan sembrano riconoscerglielo. Il modello di nuova filantropia si appresta ad essere affiancato alla sharing economy e al crowdfunding: sono gli stessi follower di Lady Gaga a mostrare la strada, facendo beneficenza per un progetto caritatevole supportato da startupper facoltosi. I nuovi filantropi mescolano così l’affermazione di sé con i “like” e la coscienza sociale, fanno branding di se stessi negli spazi lasciati vuoti dall’insofferenza per la ricchezza, come se non fossero dei veri paperoni o addirittura in forza della loro opulenza.

Chi sono dunque i nuovi ricchissimi? 30-40enni convinti che donare arricchisca sé stessi e faccia parte, assieme alla possibilità di guadagnare, dell’affermazione della propria identità. “Faremo la nostra parte non solo perché ti amiamo – hanno spiegato gli Zuckerberg annunciando il loro progetto nella lettera alla loro figlia neonata – ma anche perché abbiamo una responsabilità morale verso tutti i bambini della prossima generazione”. Sicuri di far parte della grande community che cambierà finalmente il mondo.

Foto 1 modificata in b&n di Mike Deerkoski

Chiara Organtini