L’energia verde crea più posti di lavoro di quella fossile

L’energia verde crea più posti di lavoro di quella fossile

Investire sulle fonti rinnovabili non significa soltanto ridurre le emissioni di anidride carbonica o contribuire alla causa della sostenibilità ambientale: l’energia verde può diventare anche un’importante sorgente di posti di lavoro.

La lezione arriva direttamente dagli Stati Uniti, che nell’ultimo anno hanno raggiunto uno storico risultato: secondo quanto riportato dal Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti d’America nel “Energy and Employment Report for 2017”, nel 2016 per la prima volta gli impiegati nel settore dell’energia solare hanno superato gli impiegati nella generazione di energia elettrica attraverso il carbone, il petrolio e il gas.  Nel 2016, in particolare, l’occupazione nel settore dell’energia solare è aumentata del 25% rispetto all’anno precedente, raggiungendo i 374.000 lavoratori contro i 187.117 delle fonti fossili.

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Oggi il comparto dell’energia solare costituisce il 43% dell’intera forza lavoro della produzione dell’energia elettrica—che include anche sia il fotovoltaico che l’energia solare a concentrazione—, mentre i lavoratori legati ai combustibili fossili rappresentano soltanto il 22%.

Un ulteriore e importante risultato è stato raggiunto dal settore dell’energia eolica, che ha registrato un aumento del 32% dei posti di lavoro rispetto all’anno precedente. In totale, insomma, sono 2,2 milioni gli americani impiegati nella progettazione, installazione e produzione di prodotti e servizi per l’efficienza energetica.

Nonostante i numeri positivi, il report precisa che “la maggior parte dell’energia generata negli Stati Uniti proviene ancora dalle fonti fossili” e che proprio queste ultime, secondo l’Annual Energy Outlook 2016, “continueranno a fornire il 53% dell’energia necessaria negli USA almeno fino al 2040”. Il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti d’America spiega inoltre che il boom della forza lavoro nel settore dell’energia solare può essere attribuito ai lavori di costruzione legati allo sviluppo di una nuova capacità di generare energia solare.

L’impulso al mercato occupazionale delle energie rinnovabili è una conseguenza degli investimenti che gli Stati Uniti ha fatto negli ultimi anni nel settore: ben 44 miliardi sono stati investiti nel 2015—il 17% in più rispetto al 2014—, tra aziende private ed enti pubblici. Il tutto è avvenuto in un contesto di grandi cambiamenti nel panorama energetico mondiale: secondo quanto riportato da una ricerca dell’ONU, il 2015 è stato l’anno migliore per le energie rinnovabili. Soltanto un paese ha speso più degli Stati Uniti.

Sono infatti circa 100 i miliardi di dollari investiti dalla Cina nell’energia pulita nel 2015, una cifra pari del doppio degli USA e ad un terzo della spesa mondiale. Anche in questo caso gli investimenti hanno dato una scossa positiva al mercato del lavoro: degli 8,1 milioni di posti di lavoro legati alle energia rinnovabili che esistono nel mondo, 3,5 milioni sono in Cina.

E in Italia? Anche nel nostro Paese, negli ultimi dieci anni il sistema energetico è cambiato profondamente con l’espansione delle fonti di energia rinnovabili. Secondo un rapporto di Greenpeace, nel 2013 gli impiegati italiani nel settore erano 64mila—un numero che, secondo Legambiente, potrebbe espandersi fino a 250mila unità— in futuro.

I numeri più recenti però sono contradditori: se da un lato il nostro Paese è primo al mondo per l’utilizzo di energia solare, producendo l’8% del fabbisogno attraverso il fotovoltaico; dall’altro i tagli retroattivi sugli incentivi prospettano nei prossimi anni un’inversione di marcia negativa proprio nel momento meno opportuno, durante il quale stiamo assistendo a un vero e proprio boom globale dell’energia pulita.

Immagini via Flickr | Copertina di Ian D. Keating