Esiste ancora la classe media in Italia?

Esiste ancora la classe media in Italia?

L’ascensore sociale in Italia, ma anche in altri paesi europei e negli Stati Uniti, si è bloccato tra un piano e l’altro, al 2008, l’anno della crisi. E la maggior parte degli sforzi dei più giovani non è impegnata nello sbloccarlo, bensì nel bloccare il “discensore” sociale.

Sembra uno scioglilingua ma è molto meno divertente: c’è un’intera generazione che si impegna per bloccare la discesa verso una classe sociale con una capacità di spesa più bassa rispetto a quella di provenienza. Oltre la metà degli italiani (52%)–e tra questi la nuova classe dirigente–si auto-colloca tra i ceti popolari e nella classe operaia (working class); non più nella “società di mezzo” (middle class). L’addio all’epoca della classe media ha coinciso con la nascita dei trentenni di oggi.

Il guaio della percezione è che si finisce per crederci.

E chi, tra le classi, ha determinato di più in questa “narrazione” dell’incertezza? I lavoratori autonomi, i piccoli imprenditori e i disoccupati: coloro, insomma, che rischiano con più facilità di altri di non avere un reddito fisso, o sono già esclusi dal mercato del lavoro. E questo nonostante i semi di speranza e di ripresa che Ocse, Istat e lo stesso governo nazionale spargono sul campo. Ma se si va a vedere il rapporto  2015 delle Camere di Commercio per le aperture di partita Iva e le attività di servizi, l’incremento è tutto nell’imprenditoria giovanile (under 35) e negli stranieri (in maggioranza giovani). Anzi: più che nelle imprese, il self-employment (l’auto-impiego) degli under 35 scommette sulle aziende innovative–le famigerate start-up–un quarto del totale.

Una questione di classe: dati in contrasto con la percezione?

 Non proprio. L’innovazione traina l’ottimismo e il lavoro: negli ultimi dieci anni in Italia, le aziende costituite da giovani hanno prodotto maggior livello occupazionale, quasi la metà del totale dei nuovi posti di lavoro. E però la sensazione di aver perso più di qualcosa resiste: il 55% delle donne si riconosce nel ceto più popolare, mentre gli uomini “tengono” al 49% .

A pesare di più, insomma, non è la crescita pur sensibile di nuove aziende, magari con un business innovativo, ma è l’incertezza verso il futuro. Il 59%, tra tutte le classi sociali, ritiene che oggi sia inutile fare progetti impegnativi per sé o per la propria famiglia a causa di un futuro incerto e carico di rischi. La stessa sfiducia che spinge, per la prima volta in 130 anni, gli americani tra i 25 e i 34 anni–giovani adulti che notoriamente escono per primi dal nido familiare rispetto agli europei–a restare a casa con i propri genitori.

Story-telling ipocrita!

  Ma la percezione e la sfiducia nel futuro è alimentata anche da uno story-telling (parola-cliché attribuita al linguaggio dei più giovani) pieno di stereotipi, il quale ha contribuito a dissimulare alcune verità su millennials e under 40 per molto tempo. Non tutti gli under trentacinque vogliono lavorare in una start-up, ma come si fa a non voler tutti–che ci si senta o no “working class”–un’entrata sufficiente per vivere e permettersi lo stesso agio, formato “basic”, vissuto durante l’infanzia?

Immagine via Flickr

Chiara Organtini