La vita dei frontalieri italiani che lavorano in Svizzera

La vita dei frontalieri italiani che lavorano in Svizzera

Guadagnano una volta e mezzo in più dei loro colleghi in Italia, per il semplice fatto di aver scelto di attraversare un confine ogni mattina. Da casa a lavoro, da una nazione all’altra: sono i frontalieri verso la Svizzera che continuano a aumentare di numero, anno dopo anno—soprattutto tra i francesi, ma anche tra gli italiani come rileva l’Ufficio svizzero di Statistica.

Nel quarto trimestre 2017, infatti, i nostri lavoratori che “emigrano” per andare in ufficio sono aumentati dell’1,4%, del 2% i francesi, e in generale l’aumento medio di ogni nazionalità è dell’1,7%. Assumendo una prospettiva di più lungo periodo si nota un trend costante di crescita di questi lavoratori verso la Svizzera. Sempre l’ufficio federale di Statistica (UST) elvetico rileva che, nel 2016, il numero di frontalieri di nazionalità straniera che si contavano in Svizzera era aumentato di 11.300 unità (+3,7%).

Un po’ più della metà (54,9%) era domiciliata in Francia, circa un quarto (22,6%) in Italia e un quinto (19,3%) in Germania. In Ticino si osserva la quota di frontalieri (27,1%) più elevata rispetto al totale degli occupati. Privilegiano il settore dei servizi (in cui lavora il 65,4%), mentre il 34% è impiegato nel secondario. Nei cinque anni si nota una tendenza nuova: i frontalieri giovani sono diminuiti (-1,6%), mentre la quota degli over 55 ha registrato un incremento (+2,4%).  Gli italiani sono quasi 72mila.

Foto via Unsplash.

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Quanto guadagnano i frontalieri?

Le polemiche sui frontalieri non sono mai mancate: e sono culminate, nel settembre 2016, in un referendum in cui gli svizzeri hanno chiesto di avere di fatto la precedenza rispetto agli stranieri nel mondo del lavoro. Prima i Nostri, lo slogan utilizzato in quella campagna. Gli italiani che vivono in Italia e vanno a lavorare in Svizzera, per lo più nel Canton Ticino, sono accusati di aver dato vita a un fenomeno di dumping salariale. Accetterebbero stipendi ben più bassi di quelli che servono a un cittadino di Lugano e dintorni.

Secondo uno studio del Ministero svizzero dell’Economia in effetti i frontalieri guadagnano, mediamente, il 25% in meno dei residenti. E proprio per questo, e a seguito del risultato del referendum, nel 2017 il Canton Ticino ha fissato un minimo salariare di 19 euro l’ora, che equivalgono a uno stipendio per un lavoratore full time di non meno di 3mila euro.

Quanto guadagnano invece i residenti? è la stessa Confederazione elvetica a renderlo noto con un simulatore disponibile online. In Svizzera un giornalista trentenne che lavora a tempo pieno sfiorerebbe i 6mila franchi al mese, come un operaio specializzato in meccatronica. Lo stipendio di un lavapiatti o un cameriere supera i 3mila euro. Certamente da queste cifre vanno detratti i contributi e va considerato che si rapporta con un costo della vita ben più alto di quello italiano. Problema quest’ultimo che però viene azzerato se si vive a Varese o a Comotutto sommato anche con una riduzione del 25%. Anche grazie all’accordo sull’imposizione fiscale, grazie a cui gli italiani hanno un’incidenza su questi lordi di circa il 20%, ben più bassa di quella che avrebbero in Italia.

Foto via Unsplash.

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Vite da frontalieri

D’altro canto, gli imprenditori elvetici non sembrano disdegnare i frontalieri, visto che il loro numero aumenta. Dunque, qual è la verità? Difficile stabilirlo, noi abbiamo provato a chiederlo agli stessi frontalieri che ogni giorno valicano la dogana.

“Lo stipendio equivale a una volta e mezza quello che prenderei in Italia a parità di mansioni”, dice Federica, residente nella provincia di Como. “Io lavoro nell’amministrazione di un’azienda italiana con sede in Svizzera e ho iniziato la mia carriera là, dopo la laurea a Milano. Francamente non posso fare paragoni con l’Italia, ma direi che qui, senza dubbio i diritti del lavoratore, anche senza eccessiva sindacalizzazione, sono salvi. Capita che qualcuno storca il naso per il pregiudizio che si nutre verso gli italiani. Ma poi penso che se le aziende ci assumono non lo fanno per un’opera caritatevole, ma perché siamo capaci di fare il lavoro che a loro è funzionale”. 

Immagine modificata in b&n di Kecko via Flickr.

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In un’azienda farmaceutica, sempre italiana, lavora Luca, ingegnere chimico con la qualifica di ricercatore. Originario del Sud Italia, si è stabilito a Como da dove ogni mattina non gli pesa viaggiare in treno verso Lugano. “Il treno è rapido e puntuale, in quell’ora posso dedicarmi alla lettura o rilassarmi o preparo qualcosa per l’ufficio se necessario. Ho trovato il lavoro dei sogni, che forse non avrei saputo neppure immaginare finita l’Università”.

Salvatore, invece, laureato a pieni voti in informatica a Zurigo si è trasferito: ha uno stipendio di 100mila franchi l’anno che per un trentenne italiano in Italia equivale a un sogno a occhi aperti. Parliamo dunque di un’immigrazione di alto livello, non solo e non necessariamente di bassa manovalanza. Ed è pur sempre vero che il grande Nord ha bisogno di questa circolazione di uomini e menti. Lo dimostra il caso limite di un paesino della cintura Nord di Lugano, dove i residenti sono 1200 e i lavoratori che arrivano da Lombardia e Piemonte 1800. In Ticino, che è cresciuto del 30% mentre l’Italia subiva la crisi, il 27,1% dei lavoratori, poco meno di un terzo, è frontaliero: se si chiudesse il confine sarebbe probabilmente la paralisi per la regione elvetica. 

Immagine di copertina in cc modificata in b&n di Vasile Covanu via Flickr.