Aumentare il salario minimo aiuterebbe davvero l’economia?

Aumentare il salario minimo aiuterebbe davvero l’economia?

Il salario minimo è l’idea che il salario orario garantito ai lavoratori non possa mai scendere, per legge, al di sotto una certa soglia. Questa soluzione ha l’obiettivo di porre un freno strutturale al fenomeno dei working poor, cioè quei lavoratori che, pur presentandosi ogni giorno a timbrare il cartellino, non guadagnano a sufficienza per permettersi standard di vita che li allontanino dalla soglia di povertà.

In Italia, secondo il Consiglio nazionale per l’economia e il lavoro (Cnel), i working poor sono quasi tre milioni: 765mila tra i lavoratori autonomia e il resto tra i dipendenti. Nonostante il salario minimo sia adottato in molti Paesi, in Italia non ne esiste uno stabilito per legge, perché storicamente si è preferito delegarne la definizione alla contrattazione tra sindacati e imprese, rispettando l’autonomia delle parti e facendo dunque riferimento ai contratti collettivi nazionali di categoria.

Tuttavia, l’emergere di figure professionali sempre meno standardizzate (come i lavoratori con partita Iva), in Italia come all’estero, ha reso secondo alcuni sempre più necessario intervenire legislativamente per stabilire un salario minimo sufficientemente elevato.

Anche questa idea ha però trovato un certo numero di detrattori, dal momento che, secondo diversi economisti, un salario minimo più alto aumenta il prezzo unitario del lavoro, rendendo più costoso, per un imprenditore, assumere persone. Così, vuole il ragionamento, si può generare il paradosso per cui, alla fine, gli occupati e i poveri finiscano per essere di più, e non di meno, di quelli iniziali—una vera e propria eterogenesi dei fini da evitare a tutti i costi.

Da decenni i migliori economisti del lavoro si interrogano sulla questione degli effetti del salario minimo, utilizzando metodi creativi per valutare gli effetti della sua eventuale introduzione. Recentemente, la città di Seattle ha offerto un “esperimento naturale” che sta attirando l’attenzione degli economisti di mezzo mondo.

Seattle sta infatti gradualmente aumentando il salario minimo legale fino a 15 dollari l’ora: è arrivata a 13 dollari l’ora e la città ha, al contempo, previsto una valutazione costante degli effetti di questo innalzamento progressivo, valutando varie potenziali aree dell’economia su cui l’introduzione (o, in questo caso, l’innalzamento) di un salario minimo può avere un impatto.

Un’esperienza importante, soprattutto perché i principali studi, effettuati in passato negli Stati Uniti, avevano trovato un effetto negativo di un aumento del salario minimo sull’occupazione: in particolare, un aumento del salario minimo del 10% porta a una riduzione dell’occupazione dei lavoratori più giovani (spesso occupati nei settori a più bassi salari orari) dall’1 al 3% in base alla fascia d’età.

E, in effetti, l’Università di Washington, che sta conducendo lo studio nella città, ha riscontrato risultati simili. Secondo i calcoli dei ricercatori, quando nel 2016 il salario minimo ha raggiunto i 13 dollari orari, i datori di lavoro hanno di fatto iniziato a tagliare il numero di lavoratori o le ore lavorate dagli occupati con i salari più bassi così che, se anche rimane vero che il salario orario medio è aumentato, in generale gli effetti sono stati negativi. Tra perdita di occupazione e riduzioni in orario, i lavoratori più vulnerabili hanno finito per perdere circa 125 dollari al mese, almeno a detta dei ricercatori dello Stato di Washington.

Poche settimane dopo, però, uno studio condotto con metodi innovativi dall’University of California Berkeley’s Institute for Research on Labor and Employment ha sostenuto che i ricercatori di Washington avevano raggiunto le loro conclusioni troppo in fretta. “I risultati—spiegano i ricercatori californiani—mostrano che la nuova politica ha in realtà ottenuto il proprio obiettivo, aumentando i salari dei lavoratori occupati nel settore della ristorazione (quello più colpito da bassi salari orari, ndr)”. Che continuano: “L’occupazione, invece, non è stata colpita”.

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L’esperimento di Seattle, insomma non chiude il dibattito, e sono già molti a sostenere che il punto di partenza per il salario orario era già troppo alto per offrire davvero indicazioni per il resto degli Stati Uniti, o persino per altri Paesi.

Secondo David Card, uno dei pionieri degli studi sul settore, siamo lontani da una soluzione “scientifica” al problema, e molto continuerà a dipendere dal tipo di risultato che il legislatore vuole ottenere. Raggiunto da Vox, ha affermato: “La mia ipotesi è che servirà ancora un po’ di tempo perché i ‘professionisti’ risolvano la questione, e che i media continueranno a trattarla ancora a lungo come una ‘disputa non risolta’”.

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