Guida al congedo di paternità in Italia

Guida al congedo di paternità in Italia

In Italia se ci si sposa – e si è lavoratori dipendenti – si ha diritto a un congedo dal lavoro di quindici giorni senza rinunciare a un euro dello stipendio. Paradossalmente invece se nasce un bambino, le cose si fanno molto più complicate. Perché la possibilità di assentarsi dal lavoro esiste e sempre mantenendo inalterata la retribuzione, ma è molto più ridotta. A consentirlo è il cosiddetto congedo di paternità, ovvero un permesso di astensione dal posto di lavoro dopo la nascita di un figlio, misura parallela rispetto al lungo periodo di assenza obbligatoria della madre pari a cinque mesi retribuiti all’80 per cento della busta paga. I giorni riconosciuti ai papà sono invece pochissimi: sei in totale, di cui cinque obbligatori e uno facoltativo da chiedere in sostituzione a una giornata di congedo della mamma.

Il congedo dei papà

E dire che di passi in avanti ne sono stati fatti perché l’estensione a sei giorni è cosa recentissima e appena confermata con l’approvazione della Manovra seguita alla lunga trattativa con l’Europa. Dissipati quindi i timori iniziali di una possibile cancellazione del congedo in corrispondenza con la fine della sua sperimentazione proprio a dicembre 2018, si è scelto invece di potenziarlo. La sua introduzione risale infatti a pochi anni fa: nel 2012 con la legge Fornero, quando per la prima volta si prospettò l’ipotesi di consentire ai padri lavoratori dipendenti di restare a casa per tre giorni dopo l’arrivo di un bebé. Ed è dal primo gennaio 2013 che “il congedo obbligatorio è fruibile dal padre entro il quinto mese di vita del bambino (o dall’ingresso in famiglia in caso di adozioni) e quindi durante il congedo di maternità della madre lavoratrice o anche successivamente purché entro il limite temporale sopra richiamato” chiarisce il sito Inps.

Di questi tre giorni, due – secondo la previsione iniziale – andavano sottratti in caso di fruizione a quelli obbligatori riservati della madre, restando di fatto per i papà un solo giorno di astensione obbligatoria. Nel 2016 la legge di Bilancio fa però un nuovo passo in avanti, e i giorni di assenza forzosa diventano due, in aggiunta ai – sempre due – giorni facoltativi nel caso in cui non ne usufruisse la mamma. Fino alla ridefinizione odierna del congedo, esteso appunto a sei giorni, su cui i neopapà italiani potranno contare a partire dal primo gennaio 2019.

Il confronto con l’Europa: i giorni di astensione negli altri paesi

Meglio di niente si dirà. Ma il confronto con l’Europa, come spesso accade sul fronte welfare e non solo, è impietoso, sia in termini di durata che di coperture finanziarie. Un congedo di paternità esiste in tutti e 28 gli Stati membri, eccezion fatta per Austria e Germania dove la misura è unica per entrambi i genitori, che possono astenersi dal lavoro fino a 14 mesi al 67 per cento dello stipendio. In Norvegia per esempio, il permesso è pari a sei settimane senza nessuna decurtazione dal salario, oltre a ulteriori 45 settimane all’80 per cento dello stesso da dividere con la mamma. In Svezia si hanno a disposizione addirittura 480 giorni di congedo fino al compimento del nono anno del bambino, da suddividere tra madre e padre. Qualcosa di simile al nostro congedo parentale: 11 mesi per mamma e papà entro i dodici anni del figlio, ma che in Italia sono al 30 per cento dello stipendio (o senza indennità se oltre il nono anno). In Svezia invece, le prime due settimane dopo la nascita sono fruibili da entrambi in genitori in contemporanea e a stipendio pieno, oltre al fatto che i papà svedesi in congedo sono tutelati da una retribuzione al 76 per cento per ben quindici settimane.

Sono invece quattro le settimane di congedo garantite in Finlandia, le stesse riconosciute ai neopapà spagnoli, a cui è riconosciuta una remunerazione al 100 per cento. E ancora sono due le settimane in Francia, così come nel Regno Unito e in Estonia, senza perdere un euro dello stipendio; e in Irlanda, dove il trattamento è invece analogo a quello della malattia. In Portogallo si può disporre di 120 o 150 giorni consecutivi a seconda che i genitori condividano o meno le ferie. Nei Paesi Bassi il congedo parentale è invece ammesso solo part time e su consenso del datore di lavoro.

Il futuro del congedo di paternità

Va detto anche che il costo per le finanze pubbliche italiane del congedo di paternità non è cosa di poco conto. Ogni giornata di astensione obbligatoria costerebbe secondo alcune stime 10 milioni di euro alle casse dello Stato, contro gli 1,3 di quelle facoltative. La spesa complessiva per la maternità ammonta invece a circa 2 miliardi e mezzo (dati del 2015). Un esborso tutto a carico dell’Inps, così come per la maggior parte dei paesi europei, dove i congedi sono quasi sempre a carico del sistema di previdenza nazionale. Con una ulteriore differenza sostanziale però rispetto all’Italia: qui da noi a pagare in prima battuta è di solito il datore di lavoro, solo in un secondo momento risarcito dall’Inps, a meno che non sia il lavoratore a fare domanda all’istituto di previdenza.

Uno degli elementi da correggere, oltre a quello della scarsa durata, se si punta a far decollare una misura che potrebbe fare la differenza. Non solo sul piano culturale, con una genitorialità ancora tutta incentrata sulle madri. Ma anche dell’occupazione di queste, alleggerendole dalle incombenze della cura del bebè e favorendo il loro rientro al lavoro, a sua volta uno stimolo per l’economia in termini di domanda di servizi: un passaggio che – secondo certi calcoli – potrebbe far crescere il Pil perfino del 7 per cento. Senza contare poi che i papà sembrano entusiasti del congedo a loro favore: i beneficiari sono passati in breve dai 70mila iniziali agli oltre 100mila del 2017.

Foto cover: IstockPhoto