Guida alla lettura dei dati Istat sul lavoro

Guida alla lettura dei dati Istat sul lavoro

Percentuali, segno più, segno meno, disoccupati e occupati. Ogni volta che l’Istat rilascia i suoi dati mensili sul mercato del lavoro, si scatena la danza delle interpretazioni. È arrivato quindi il momento di imparare a leggerli da soli per farsi un’idea.

Non sono dati semplici da leggere e necessitano di alcune precisazioni. A partire dalle definizioni. Ecco le più importanti:

— Gli occupati sono le persone di 15 anni e più che nella settimana di riferimento hanno svolto almeno un’ora di lavoro retribuito (non retribuito nel caso in cui si tratti della ditta di un familiare).

— I disoccupati sono coloro, tra i 15 e i 74 anni, che non hanno un lavoro e che nelle quattro settimane che precedono la settimana di riferimento si sono mossi in qualche modo per cercarne uno.

— Gli inattivi invece non fanno parte della forza lavoro e non sono né occupati né disoccupati, nel senso che non hanno un lavoro e non lo cercano.

Terminate le definizioni, andiamo alle percentuali. Quando l’Istat dice che in Italia il tasso di disoccupazione è all’11,2%, non significa che l’11,2% degli italiani non ha un lavoro. Considerando che siamo più o meno 60 milioni, significherebbe che oltre 6 milioni di italiani sono disoccupati. E invece così non è.

Il tasso di disoccupazione si riferisce alla forza lavoro, ossia l’insieme di occupati e disoccupati. Quindi l’11,2% della forza lavoro che cerca ma non trova un lavoro. Che equivale più o meno, in termini assoluti, a 2,9 milioni di disoccupati. Il tasso di occupazione e quello di inattività, invece, vengono calcolati in rapporto alla popolazione di riferimento.

Per avere uno sguardo d’insieme sul mercato del lavoro, poi, bisogna tenere in considerazione anche gli inattivi. Se i disoccupati diminuiscono, infatti, non è detto che ci siano più persone occupate. I disoccupati possono calare anche per effetto di un aumento degli inattivi, con il passaggio degli individui da una condizione di ricerca di un posto di lavoro a una condizione di non ricerca e scoraggiamento (questi vengono detti anche scoraggiati).

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Dall’altro lato, se la disoccupazione sale, non è detto per forza che l’occupazione si riduca. Un aumento della disoccupazione può essere, paradossalmente anche una buona notizia, se è accompagnato da una diminuzione dell’inattività. Perché vorrebbe dire che c’è una spinta delle persone prima scoraggiate a cercare lavoro. Ma è anche vero che l’uscita dall’inattività potrebbe significare il peggioramento delle condizioni reddituali di un nucleo familiare, che porta quindi alla ricerca di un impiego.

Passiamo poi al tasso di disoccupazione giovanile. La percentuale è riferita alla fascia tra i 15 e i 24 anni e va rapportata al numero di chi cerca un lavoro. Se il tasso di disoccupazione giovanile è al 35%, non vuol dire quindi che il 35% dei ragazzi italiani tra i 15 e i 24 anni cerca e non trova un lavoro. Dal calcolo del tasso di disoccupazione sono per definizione esclusi gli inattivi, nella maggior parte dei casi in questa fascia d’età impegnati negli studi. L’incidenza dei giovani disoccupati sul totale dei giovani della stessa classe d’età è invece di circa il 9%. Significa che meno di un giovane su dieci in Italia è disoccupato, secondo la definizione da noi già introdotta all’inizio di questo articolo.

L’Istat inoltre divide i dati sul lavoro in base al genere. E spesso in questi casi si dice che il tasso di occupazione femminile italiano “non è mai stato così alto dal 1977”. Negli ultimi dieci anni (agosto 2007-agosto 2017), il tasso di occupazione femminile è passato dal 46,8% al 48,9% attuale. Un record per l’Italia, in effetti, se si guarda ai dati Istat dal 1977 in poi.

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L’Istituto nazionale di statistica nel suo Data Warehouse riporta le serie storiche della rilevazione delle forze lavoro dal 2004, ma ha inserito anche le serie dei principali aggregati del mercato del lavoro dal 1977, ricalcolate in modo da eliminare i break causati dalle modifiche introdotte nell’indagine nel corso del tempo. Ecco perché si usa il 1977 come anno spartiacque, e non perché prima di quell’anno ci fossero più donne al lavoro.

Ultima precisazione: bisogna tenere conto della differenza tra i dati Istat e quelli Inps. I dati Istat si basano su una indagine campionaria della forza lavoro condotta attraverso interviste cadenzate nel corso del tempo. Viene comunicata su base mensile, affiancata dagli andamenti trimestrali e annuali. I dati Inps invece tengono conto delle comunicazioni obbligatorie emesse dalle aziende quando assumono o licenziano un lavoratore, e quindi sono uno strumento utile per capire quali sono le tipologie contrattuali privilegiate dai datori di lavoro.

Ogni mese l’Inps pubblica i dati dell’Osservatorio sul precariato, che monitora attivazioni, trasformazioni e cessazioni dei rapporti di lavoro. Anche l’Istat distingue nei suoi dati tra contratti dipendenti, permanenti o a termine, e lavoro autonomo. Ma la fonte sono le interviste e non le comunicazioni obbligatorie. I dati Istat e Inps, quindi, si completano tra loro. E vanno letti entrambi per avere un quadro chiaro su dove sta andando il mondo del lavoro, senza metterli in contrapposizione.

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