Guida all’alternanza scuola-lavoro per genitori attenti

Guida all’alternanza scuola-lavoro per genitori attenti

Nel nostro Paese la disoccupazione giovanile è ancora pari al 37%: una cifra altissima, uno spreco di risorse sia umane che economiche. Il gap occupazionale con altri Paesi europei è sempre più ampio, i giovani italiani fanno fatica a trovare un’occupazione stabile e arrivano a pieno ritmo nel mondo del lavoro in ritardo rispetto a molti altri loro coetanei europei.

Per cercare di ridurre questo numero, nel 2015 il governo, tramite la legge sulla Buona Scuola, ha reso obbligatoria la cosiddetta alternanza scuola-lavoro, che prevede che gli alunni affianchino un periodo di formazione teorica in classe a uno di esperienza pratica presso strutture di varia natura: imprese, aziende, associazioni sportive e di volontariato, enti culturali, ordini professionali e istituzioni.

Ma la novità introdotta nel 2015 continua a raccogliere ancora poche adesioni tra gli studenti dei licei: i dati sul primo anno di “obbligatorietà” (2015/2016) certificano che solamente il 36,1% degli studenti al terzo anno degli istituti superiori ha avuto una vera esperienza in azienda—circa uno su tre, e addirittura solo uno su cinque nei licei.

Il dato è preoccupante se si pensa che la maggior parte di queste esperienze si è svolta in poche regioni produttive del nord: Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia Romagna—lasciando scoperti così i giovani provenienti da terre con più alti livelli di disoccupazione, dove ci sarebbe più bisogno di avvicinare domanda e offerta di lavoro.

Il resto (oltre il 65%) delle alternanze si è invece svolto in istituti scolastici o enti pubblici (biblioteche, asili nido, sindacati), o senza un contatto diretto con l’esperienza lavorativa in ambito privato. Anche se queste esperienze possono comunque formare competenze nei più giovani, le assunzioni in questi enti sono solitamente regolate da bandi e concorsi pubblici, in cui vengono considerati titoli indipendenti dallo svolgimento del periodo di alternanza. Così, il tempo speso dai giovani rischia di divenire meno rilevante ai fini della probabilità di essere assunti subito dopo la scuola.

L’alternanza è importante per la carriera dei tuoi figli?                           

Dati alla mano, avere esperienze lavorative già durante gli studi può avere effetti positivi sul futuro professionale dei giovani. Secondo il Rapporto AlmaDiploma 2016, il 16% degli studenti che ha svolto uno stage è stato richiamato dall’azienda in cui l’ha svolto.

Per far sì che questa cifra continui a salire, nella Legge di Stabilità per l’anno in corso (e fino al 31/12/2018) è stato anche inserito un provvedimento grazie al quale le imprese che assumono studenti, che abbiano fatto il 30% del monte ore totale obbligatorio di alternanza scuola-lavoro in quella stessa azienda, hanno la possibilità di usufruire di sgravi fiscali fino a un massimo di 3.250 ore.

Il contratto di assunzione è quello introdotto dal Jobs Act, ossia a tutele crescenti: non sarà una garanzia per tutta la vita, ma per un giovane studente può pur sempre essere un buon inizio. Infatti, la percentuale di diplomati che, a un anno dal titolo, si è inserita nel mercato del lavoro è più elevata tra chi ha lavorato nel corso degli studi rispetto a chi non lo ha fatto: tra questi, infatti, il 37% lavora, soprattutto chi arriva da percorsi tecnici e professionali.

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Si moltiplicano le opportunità di qualità                                                     

Creare un robusto link scuola-lavoro, come accade ad esempio in Germania attraverso il sistema duale, sembra dunque fondamentale per offrire più opportunità. In Germania, infatti, l’istruzione tecnica e professionale dei giovani si articola in maniera strutturale in due luoghi: la scuola e l’azienda.

I 15-16enni che scelgono questo percorso passano 3-4 giorni all’interno dell’azienda e solamente 2 giorni a scuola. Il monte ore trascorso in classe settimanalmente è quindi di 12 ore di cui 8 sono dedicate all’apprendimento di materie pratiche specializzanti e solo 4 sono dedicate all’insegnamento di materie generali non finalizzate.

Al termine del percorso (che può durare due o tre anni), molti studenti rimarranno a lavorare proprio nell’azienda in cui hanno svolto la specializzazione: anche grazie a questo sistema, il tasso di disoccupazione giovanile in Germania è al 6,7%.

Emergono comunque anche da noi alcune “buone pratiche”, esperienze pionieristiche che hanno l’obiettivo di offrire un apprendimento di alta qualità fatto in azienda. Federmeccanica ha, ad esempio, lanciato Traineeship, un progetto pilota che prevede di aprire le porte delle aziende a cinquemila studenti provenienti da 200 scuole in tutta Italia.

Eni ed Enel hanno inoltre dato vita a un progetto d’apprendistato dal valore di 1 milione di euro in 11 regioni (Basilicata, Calabria, Campania, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Sardegna, Sicilia, Toscana e Veneto). Inoltre, il Ministero ha lanciato il programma I Campioni Nazionali dell’Alternanza Scuola-Lavoro, che coinvolge un gruppo di 16 organizzazioni—tra le imprese coinvolte anche leader internazionali come Accenture (300 studenti), FCA-Chrysler (1000 studenti), IBM (500 studenti), McDonald’s (10mila studenti), Zara (576 studenti). Altre storie di successo possono essere trovate a questo link.

L’attenzione dei genitori è sempre più importante

Con l’obbligatorietà dell’alternanza è arrivato un vero e proprio boom: se nel 2013-2014 i ragazzi coinvolti erano 211.053, oggi sono un milione e 150mila e, secondo le stime, il prossimo anno potrebbero arrivare a quota un milione e mezzo.

Ma questo cambiamento ha anche causato parecchi malumori. Scuole che hanno difficoltà a far conciliare la didattica con l’alternanza, aziende che si approfittano degli studenti, genitori che preferirebbero che i loro figli passassero quelle ore extra sui libri piuttosto che al lavoro, e studenti che lamentano sfruttamento e la non attinenza del lavoro assegnato con il loro percorso di studi.

Un periodo di alternanza scuola-lavoro, per quanto a volte non proprio attinente con il proprio percorso di studi, porta sicuramente molti giovani, non tutti, a confrontarsi con un mondo con cui fino a quel momento non sono mai entrati in contatto. Questo è però anche un periodo delicato per la costruzione delle competenze e per l’equilibrio emotivo dei ragazzi, che vanno tutelati da aziende che li accolgono.

Ed è proprio in questo snodo che il ruolo dei genitori diventa molto importante. Innanzitutto aiutando (e non forzando) la scelta dei ragazzi, che avranno bisogno di occhi esperti per districarsi tra il numero crescente di informazioni e possibilità.

Durante l’alternanza, poi, occorrerà che i genitori, comunicando con i ragazzi e interagendo con i professori responsabili, siano presenti, pronti a difendere gli interessi dei propri figli—in modo da rendere l’esperienza davvero un modo per creare ragazzi più preparati, almeno psicologicamente, ad affrontare le difficoltà lavorative che inizialmente gli si paleseranno davanti.

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