John Stuart Mill e l’economia come strumento per proteggere i più deboli

John Stuart Mill e l’economia come strumento per proteggere i più deboli

Nella precedente tappa del nostro percorso lungo la storia del pensiero economico abbiamo incontrato David Ricardo, una delle figure più importanti tra gli economisti del XIX secolo. Anche dopo la sua morte, avvenuta nel 1823, la principale opera di Ricardo, quei Principi di economia politica e dell’imposta pubblicati nel 1817, sarà il punto di riferimento intellettuale obbligato per tutta una nuova generazioni di economisti cresciuti al suo fianco o nella sua ombra.

Le tesi di Ricardo relative alla necessità di ridurre e abolire i dazi doganali per permettere i guadagni derivanti dal commercio internazionale, e la sua visione del rapporto tra lavoro, profitti, e accumulazione di capitale come fonte della crescita economica rimarranno per almeno cinquant’anni il gold standard del pensiero economico.

Ciononostante, i “ricardiani” non rappresenteranno mai una vera e propria scuola, fedele alla parola del maestro, ma un vivace gruppo di intellettuali con posizioni anche molto lontane le une dalle altre. Con le loro variegate versioni del “ricardismo, questi daranno vita a differenti tradizioni politiche e getteranno i semi per la “rivoluzione marginalista”, che attorno al 1870 cambierà per sempre il volto dell’economia, decretando il passaggio dall’epoca “classica” a quella “neoclassica”, ancora oggi alla base di parte della disciplina.

Il Political Economy Club di Londra

Gli amici e seguaci di Ricardo erano dunque figure dotate di grande autonomia intellettuale, unite dalla considerazione dell’analisi del maestro “come il faro che illumina il loro cammino”. Al centro del dibattito di queste figure vi è il Political Economy Club, fondato nel 1821 da trentadue gentiluomini interessati alla nuova scienza economica, inclusi lo stesso Ricardo, Malthus e James Mill—il padre di John Stuart Mill, teorico del liberalismo e uno degli allievi più in vista di Ricardo.

Ideato come strumento di lobby per sostenere l’abolizione delle corn laws, il Political Economy Club rappresenta un importante centro di dibattito sui principali temi dell’epoca. Tra i membri del club vi è anche Robert Torrens, ex ufficiale del corpo dei Royal Marines britannici e per alcuni anni membro del Parlamento inglese.

Sebbene sostenitore della teoria dei vantaggi comparati, Torrens è tuttavia un critico dei fautori del libero commercio senza freni. Egli nota, infatti, che il regime di libero scambio può funzionare in maniera universalmente benefica solamente se tutti i Paesi aboliscono i dazi al commercio internazionale.

Se, invece, questa reciprocità viene a cadere, sostiene Torrens, non avrebbe senso per un singolo Paese aprire i mercati ai prodotti stranieri, dal momento che in questo caso solamente i produttori oltremare avrebbero un guadagno. Altri importanti membri del dibattito attorno alla scuola ricardiana sono poi Samuel Bailey, Thomas De Quincey e John Ramsey McCulloch.

Quest’ultimo, in particolare, è noto come uno dei più accaniti propagandisti delle idee di Ricardo. In questo ambito, egli difende con particolare convinzione la teoria del “valore-lavoro del maestro, cioè l’idea che il prezzo delle merci sia determinato, direttamente o indirettamente, dalla quantità di lavoro richiesta per produrle. Più critici invece Bailey e De Quincey, che avanzano le proprie teorie della creazione di valore, nella direzione di una teoria dei prezzi basati sulla domanda e l’offerta basata su una valutazione soggettiva degli agenti economici partecipanti allo scambio.

John Stuart Mill 2

A destra e a sinistra del maestro

Secondo lo storico del pensiero economico Alessandro Roncaglia, è in parte possibile definire il campo del dibattito dell’epoca lungo un asse “destra-sinistra”, intese ovviamente non in senso contemporaneo, quanto in virtù del “progressismo” o del “conservatorismo” contenuto nell’interpretazioni delle tesi ricardiane da parte dei vari autori. “Al centro abbiamo il pensiero di Ricardo. Accanto a lui, i suoi fedelissimi: James Mill, McCulloch”. Sul fronte progressista ci sono invece i “socialisti ricardiani”.

Alcuni di loro, come Thomas Hodgskin, sono ricordati per aver “utilizzato la teoria ricardiana del valore-lavoro a sostegno della tesi secondo cui il giustoreddito dei lavoratori coinciderebbe con l’intero valore del prodotto. Più precisamente, se le merci traggono il proprio valore dal lavoro che è stato direttamente o indirettamente necessario per produrle, i lavoratori avrebbero un diritto ‘naturale’ all’intero prodotto del loro lavoro, senza deduzioni per profitti o rendite”.

Per questi pensatori i profitti ottenuti dai capitalisti e le rendite dei proprietari terrieri sono guadagni illegittimi, perché non derivanti da un’attività di creazione di valore. Questo modo di vedere l’economia trovò sbocco nel movimento cooperativo, un modello in cui i lavoratori organizzano autonomamente la produzione, godendo a pieno dei frutti del proprio lavoro.

Sul fronte opposto, oltre all’amico-rivale Malthus, ci sono invece Nassau William Senior e i suoi allievi della cattedra di economia politica dell’Università di Oxford. Secondo Senior, ciò che giustifica il profitto dei capitalisti è l’astinenza. Infatti i capitalisti, pur avendo del denaro, si astengono dal consumarlo immediatamente, utilizzandolo invece per pagare i salari ai lavoratori o per fare altri investimenti. Così, i profitti sono la giustaretribuzione per questa attesa.

In questo dibattito, una figura a sé stante può essere vista in Charles Babbage. Matematico, filosofo e inventore, Babbage si dedicò anche all’economia nella sua intensa attività intellettuale. Anche lui debitore all’impostazione ricardiana, Babbage si concentra però sulla dinamica della ricchezza delle nazioni, sviluppando una visione ottimista del progresso tecnologico che, almeno nel lungo periodo, avrebbe secondo lui potuto liberare gli uomini dal lavoro.

John Stuart Mill

John Stuart Mill e l’elogio della libertà

Tuttavia, l’allievo più influente di Ricardo fu senza dubbio John Stuart Mill. “Esponente del punto di arrivo del ricardismo e autore di una autorevole sintesi del dibattito economico della sua epoca, Mill è il riferimento principale per una concezione progressiva del liberismo”.

Teorico della necessità di proteggere le minoranze, Mill sviluppa una peculiare concezione della società democratica, estremamente avanzata per l’epoca: sostenitore convinto dell’emancipazione femminile e aperto alle idee del cooperativismo, secondo Mill “l’unica libertà che merita questo nome è quella di perseguire a modo nostro il nostro bene”.

Questa frase incapsula in poche parole il pinnacolo dell’utilitarismo, inaugurato in Inghilterra da Jeremy Bentham: l’idea, a cui Mill sarà sempre fedele, per cui è ‘giusto’ ciò che aumenta la felicità e il benessere degli esseri senzienti. Da un punto di vista economico, Mill produce quello che per oltre quarant’anni (fino cioè alla pubblicazione dei Principi di economia di Marshall nel 1890, di cui parleremo in un articolo futuro) sarà il testo di riferimento per lo studio dell’economia in lingua inglese.

Si tratta dei suoi Principi di economia politica, un libro dall’immediato successo (ben otto edizioni durante la vita dell’autore). Il testo, diviso in cinque libri proprio come la Ricchezza delle Nazioni di Adam Smith, unisce tutti i principali contributi del pensiero economico dell’epoca, analizzando produzione, distribuzione, scambio, sviluppo economico e ruolo del governo. Con i suoi Principi, inoltre, Mill introduce anche i principi che fonderanno la base della sua visione del progresso morale e culturale della società, una visione di notevole influenza, anche grazie a saggi successivi come Sulla libertà (pubblicato nel 1859).

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