Il pensiero di Adam Smith, padre dell’economia moderna

Il pensiero di Adam Smith, padre dell’economia moderna

Anche se non sempre ce ne accorgiamo, poche forze influenzano la nostra vita di tutti i giorni come quelle dell’economia e del mercato. Nella serie che inizia oggi, Hello!Money ti porta alla scoperta dei più importanti economisti della storia, pensatori che hanno influenzato in modo decisivo il modo in cui oggi vediamo il sistema economico e il suo funzionamento. Questa guida non può che partire da Adam Smith, uno dei capostipiti della scienza economica moderna.

Il giovane Adam Smith

Nato nel 1732 in una piccola città della costa orientale della Scozia (Kirkcaldy), Smith si forma in filosofia all’Università di Glasgow, dove si trasferisce a 14 anni, e poi al Balliol College di Oxford. A Oxford, il giovane Adam rimarrà solo sei anni, trovandosi più a proprio agio nelle terre scozzesi che nei formalismi autoritari della celebre università inglese: appena arrivato, ad esempio, Smith viene punito per aver letto un libro considerato troppo trasgressivo, il “Trattato della natura umana di David Hume.

In effetti, l’interesse di Smith per l’economia nasce da una serie di interrogativi filosofici legati alla tradizione dell’illuminismo scozzese, tra le cui figure spiccano Francis Hutcheson, insegnante di Smith a Glasgow, e lo stesso Hume, che di Smith diventerà un grande amico.

Secondo lo storico del pensiero economico Alessandro Roncaglia, il contributo filosofico del giovane Adam Smith “consiste nell’indicare la complementarità tra il perseguimento degli interessi personali e il riconoscimento di un ruolo centrale alle regole morali per il buon funzionamento della convivenza sociale”. È questo il messaggio chiave di una delle sue opere principali, la “Teoria dei sentimenti morali (pubblicata nel 1759).

La morale della “simpathy”

Per quanto riguarda gli interessi personali, Smith è molto chiaro nel sostenere che “ogni uomo è certamente, da ogni punto di vista, più capace e più adatto di ogni altra persona a prendersi cura di sé stesso”. Dall’altra parte, però, per dirla sempre con le parole di Smith della Teoria dei sentimenti morali: La maggior parte della felicità umana sorge dalla consapevolezza di essere amati”.

Le persone non sono quindi atomi isolati, ma vivono costantemente nel bisogno degli altri, ed è qui che sorge il concetto fondamentale legato alla parola inglese “sympathy”. Traducibile in italiano come “compassione”, per Smith sympathy sta a indicare la capacità di condividere quello che provano le altre persone, e di giudicare le proprie azioni sulla base degli effetti che queste avranno sugli altri.

Così, la famosa affermazione di Smith secondo cui Non è certo dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dal fatto che essi hanno cura del proprio interesse”, sta a indicare che, in una società civile ben funzionante, il perseguimento dell’interesse individuale convive con la massimizzazione del benessere di tutti, purché gli scambi siano retti dal principio di sympathy e da istituzioni legali efficaci e imparziali. D’altro canto, come chiosa lo stesso Smith, “la società non può sussistere tra coloro che sono sempre pronti a danneggiarsi e a farsi torto l’uno con l’altro”.

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La ricchezza delle nazioni

La Teoria dei sentimenti morali ebbe un notevole successo e fu ristampato varie volte. Tra i lettori del libro ci fu anche Charles Townshend, patrigno del giovane duca di Buccleuch, che chiede a Smith di divenire maestro del rampollo, offrendogli uno stipendio di 300 sterline l’anno.

Smith, che nel frattempo era tornato a Glasgow per insegnare filosofia morale, accetta e nel 1764 lascia la propria cattedra. Inizia così, insieme al giovane duca, una serie di viaggi che toccano le principali capitali europee. Questi viaggi saranno intellettualmente importanti per Smith, che avrà modo di conoscere alcuni dei maggiori pensatori della sua epoca: a Ginevra incontra Voltaire, a Parigi d’Alembert e Quesnay—in particolare quest’ultimo, che aveva pubblicato solo 5 anni prima il suo “Tableau économique, è considerato uno dei precursori della scienza economica moderna.

Tornato in Inghilterra, grazie al ricco vitalizio del duca di Buccleuch e le idee accumulate durante i viaggi europei, Smith torna nella nativa Kirkcaldy, dove vive con la madre tra il 1767 e il 1773, in un ritiro che gli permetterà di scrivere il libro di economia più famoso di tutti i tempi: “l’Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni“, pubblicato a Londra il 9 marzo del 1776.

Il successo del libro è immediato, e ne saranno stampate cinque edizioni nel giro di 12 anni—una sorta di record per l’epoca. Pur essendo per molti versi un libro rivoluzionario, La ricchezza delle nazioni deve essere considerato come parte di una ricerca più ampia di Smith, iniziata ancora prima della Teoria dei sentimenti morali con molti altri scritti giovanili. Pur essendo un libro di economia, nei cinque tomi che costituiscono La ricchezza delle nazioni Smith porta insomma a compimento la propria indagine filosofica sulla società umana, aiutando allo stesso tempo a fondare una nuova disciplina: la scienza economica.

Il ruolo della divisione del lavoro e “mano invisibile”

Il punto di partenza della riflessione economica di Smith è la divisione del lavoro: “il suo obiettivo è spiegare come funziona un sistema economico in cui ogni persona è impiegata in un compito specifico e ogni impresa produce una merce specifica”, spiega Roncaglia. Smith pone proprio la divisione del lavoro alla base del successo delle varie nazioni e come elemento di spiegazione delle differenze tra i tenori di vita (il reddito pro capite) dei differenti Paesi.

Nel “modello” di Smith, il reddito nazionale (Y) è pari al numero di lavoratori (L) moltiplicato per la produttività di ciascun lavoratore (p, cioè la quantità di prodotto ottenuta in media attraverso il lavoro). La produttività del lavoro, a sua volta, aumenta quanto più aumenta la divisione del lavoro. È un principio raccolto in un altro famoso passaggio del libro, quello della “fabbrica degli spilli”.

Smith spiega che, grazie alla divisione del lavoro, la produzione di un semplice spillo si specializza: “Un uomo tira il filo del metallo, un altro dirizza, un terzo lo taglia, un quarto lo appunta, un quinto l’arrota all’estremità ove deve farsi la testa; farne la testa richiede due o tre distinte operazioni, collocarla è una speciale occupazione, pulire gli spilli ne è un’altra, ed un’altra ne è il disporli entro la carta. […] Quei dieci individui dunque potrebbero insieme fare più di quarantottomila spilli in un giorno. […] Se essi avessero lavorato separatamente e indipendentemente l’uno dall’altro […], ciascuno di loro non avrebbe potuto produrre venti spilli, e forse neanche uno in un giorno”.

Quando un sistema economico si basa sulla divisione del lavoro, i lavoratori possono specializzarsi, svolgendo solamente compiti specifici, e quindi produrre molto di più. È chiaro che questa idea si ricollega in maniera cruciale alle concezioni sulla società che Smith aveva espresso nella Teoria dei sentimenti morali. Se ciascuno producesse tutto da solo, e solo per sé stesso, vivremmo in un sistema autarchico: ognuno fa il proprio interesse, ma tutti sono più poveri.

Invece, la specializzazione è compatibile con l’interesse e con quello pubblico, perché con più produzione aumenta la ricchezza sociale, a patto però che la società sia retta da un principio di collaborazione che permetterà a lavoratori specialisti di produrre insieme. In una società così organizzata, ogni individuomira solo al suo proprio guadagno ed è condotto da una mano invisibile a perseguire un fine che non rientra nelle sue intenzioni”. Il concetto di “mano invisibile“, pur essendo usato solo di passaggio da Smith, diventerà nel corso dei decenni e dei secoli successivi un elemento fondante di tutto il pensiero economico moderno.

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Il liberismo smithiano

Nella teoria smithiana, la divisione del lavoro si ricollega direttamente alla estensione dei mercati. Nell’esempio degli spilli, una fabbrica con 10 operai specializzati produrrà 48mila spilli, mentre 10 operai da soli ne producono al massimo 200: la produttività complessiva è così aumentata di almeno 240 volte.

Di conseguenza, il mercato dovrà essere in grado di assorbire la produzione aggiuntiva—dovranno quindi aumentare i commerci e quindi, secondo Smith, qualsiasi ostacolo al libero scambio di merci rappresenta, in fin dei conti, un ostacolo all’accumulazione della ricchezza e al benessere dei cittadini. Qui sta il cuore della tesi “liberista” di Smith.

Nonostante la sua posizione sia stata adottata da molti nei secoli successivi, durante la sua epoca il liberismo di Adam Smith era considerata come una soluzionesovversiva” da molti intellettuali conservatori. Infatti, secondo Smith, per creare una società prospera occorre creare condizioni di libertà politica ed economica, e quindi combattere le concentrazioni di potere in ogni ambito, permettendo agli individui di ottenere i propri interessi e alla “mano invisibile” di fare in modo che questi finiscano per coincidere con un aumento del benessere di tutti.

Immagini | Copertina modificata in b&n di michael kooiman via Flickr |Foto 1 |Foto 2 modificata in b&n di Matt Kieffer