Chi sono gli imprenditori cinesi che investono in Italia

Chi sono gli imprenditori cinesi che investono in Italia

Nemmeno quarant’anni fa Song Qinghour, l’attuale terzo uomo più ricco della Cina e “re” dell’acqua minerale e delle bibite gasate Wahaha, guadagnava appena 25 centesimi al giorno vendendo ghiaccioli all’uscita delle scuole. Wang Jianlin, a capo dell’impero Wanda e il più ricco dei cinesi, era un soldato nell’esercito di liberazione.

L’uomo che lo segue a stretto giro nella classifica dei paperoni d’Oriente, Jack Ma, era stato perfino rifiutato come commesso da KFC prima di dare vita al gigante dell’ecommerce Alibaba, l’azienda che si è quotata sul mercato statunitense con l’Ipo più grande della storia.

Ma l’avvio delle politiche di riforme e di apertura diedero vita ai consumi e furono la spinta propulsiva di che si gettò nel mondo degli affari. La massima di Deng Xiaoping “lasciate che alcuni si arricchiscano per primi” risale proprio a quegli anni. Nessuno poteva aspettarsi che avrebbe aperto la strada a quel processo che avrebbe portato la sua nazione a diventare la seconda economia mondiale in appena tre decadi. Oggi i cinesi hanno capitali da investire in tutto il mondo. Anche in Italia, e non sono cifre da poco.

A partire dal 2010, gli investitori della Repubblica popolare hanno portato nel Belpaese quasi 22 miliardi di dollari. Si tratta soprattutto di aziende di stato, certo. Colossi che comprano quote più o meno importanti nei settori dell’energia, dei trasporti e della finanza.

Come l’acquisizione record di ChemChina del 2015: 7,7 miliardi di dollari per portare Pirelli e 140 anni di storia industriale italiana in mani cinesi.

Per non parlare degli investimenti immobiliari, molto più difficili da tracciare. Hanno venduto quote a gruppi privati Vodafone, Wind e Inter. E qualcuno dei nomi che sta dietro alle acquisizioni del nostro paese lo dovremo ricordare. Ecco chi sono i più ricchi investitori cinesi nel Belpaese.

Zhang Jindong, 41esimo tra i paperoni d’oriente, è un altro di quelli che si sono fatti da soli. Ha cominciato vendendo elettrodomestici di seconda mano e oggi, a 53 anni, possiede la Suning, azienda leader nel settore, e ha un patrimonio stimato di 4 miliardi di dollari. A giugno dell’anno scorso ha comprato la seconda squadra di calcio di Milano e da allora è diventato noto anche da queste.

Di Ren Zhengfei, invece, 73 anni e un patrimonio di 7,2 miliardi, si conosce meglio il nome dell’azienda che ha fondato: la Huawei. Anche lui è un “self made”. Figlio di maestri di scuola elementare della Cina rurale è entrato come ingegnere nell’esercito dove ha fatto rapidamente carriera. È solo alla fine degli anni Ottanta che con un capitale di appena 21mila rmb (oggi sarebbero poco meno di tremila euro, ma ovviamente il potere d’acquisto non è comparabile) si mette in proprio. Fonderà quella che oggi è l’azienda leader mondiale della telefonia mobile che ha investito anche nelle telecomunicazioni del nostro paese: 910 milioni in Vodafone nel 2010 e 1,3 miliardi nel 2013 in Wind (VimpelCom).

Secondo i dati dell’ultimo rapporto Hurun, il Forbes cinese, anche le loro sono storie tipiche della Repubblica popolare. Nel 2016, infatti, per il secondo anno di seguito la Cina si è aggiudicata il primo posto per numero di paperoni che non hanno potuto contare su alcun patrimonio di famiglia. Per la prima volta, invece, il numero dei cinesi è maggiore degli americani (568 contro 535) e Pechino supera New York per numero di miliardari che vi abitano. Ma oltre il sorpasso epocale, sono le storie di ognuno di loro che mettono in luce come la Cina abbia fatto suo l’elemento fondativo del sogno americano: il “self made man”, l’uomo che è capace di costruire il suo impero dal niente.

Immagine modificat in b&n di Banalities via Flickr