L’India ci insegnerà a consumare in maniera sostenibile?

L’India ci insegnerà a consumare in maniera sostenibile?

Nel giro di una decina d’anni, l’India potrebbe scavalcare la Cina e diventare il primo Paese al mondo per numero di abitanti. Oggi ne conta più di 1,3 miliardi: un essere umano ogni sei sul pianeta vive in India, e più del 30% chiama casa i centri urbani, come Jodhpur o la capitale Nuova Delhi, che di recente ha ospitato il forum India Economic Summit.

Mual è il futuro economico dell’India? Come promuovere lo sviluppo industriale in un’ottica di sostenibilità e responsabilità collettiva, riducendo l’enorme problema delle disuguaglianze e garantendo a tutti la sicurezza alimentare, l’educazione, il lavoro?

Secondo il World Economic Forum (WEF), che ha ospitato l’incontro insieme alla Confederation of Indian Industry, dobbiamo accettare che l’India è un paese pieno di diversità e contraddizioni, ma intenzionato ad abbracciare uno sviluppo sostenibile.

A oggi, le emissioni di CO2 per abitante sono “tra le più basse al mondo, ma allo stesso tempo [l’India] è al terzo posto in classifica per emissioni totali. Nonostante sia la terza più grande economia mondiale, ha anche il più alto numero di persone che vive al di sotto della soglia di povertà. Date le dimensioni del paese e la sua rapida crescita, la sostenibilità è una sfida”.

Una sfida sì ma, sempre secondo il WEF, la sostenibilità è anche qualcosa di insito nella tradizione indiana che rifugge lo sprecoin primis quello alimentare—e si fonda su principi yogi come l’aparigraha, il distacco dai beni materiali e della rinuncia al superfluo.

Ma la realtà è spesso molto diversa e il fiume Gange, il corso d’acqua sacro che attraversa l’India (considerato la “personificazione” del dio Ganga) ne è il simbolo: la tradizione vuole che sia capace di autopurificarsi, ma oggi è gravemente contaminato da scarichi industriali, liquami e dai cadaveri che vi vengono riversati senza sosta. Un corso d’acqua spezzato, legato al cuore pulsante della vita indiana e insieme emblema delle sue contraddizioni.

india 2

La sfida dell’India per la sostenibilità

Per farci un’idea, possiamo fare un piccolo passo indietro e guardare agli impegni presi in vista di COP21, la XXI Conferenza delle Parti sul cambiamento climatico tenutasi a Parigi nel 2015. Gli esperti sono rimasti piuttosto colpiti dal piano dell’India: mettere in atto progetti di rimboschimento per ricostituire le foreste distrutte e aumentare l’elettricità da fonti rinnovabili del 40% entro il 2030, massimizzando gli investimenti nell’energia pulita per favorire il progressivo abbandono del carbone.

L’India sembra intenzionata a percorrere questa strada: in un’ottica di sviluppo sostenibile ha già attirato fondi esteri (come i 20 miliardi di dollari della giapponese Softbank e della taiwanese Foxconn) e alla fine del 2016, dopo appena otto mesi di lavori e oltre 700 milioni di dollari spesi, nello stato di Tamil Nadu è stato portato a termine un mastodontico progetto: la centrale solare più grande del mondo, Kamuthi Solar Power Project, una distesa di pannelli che copre 10 chilometri quadrati e produce energia per più di 700mila persone.

Le tariffe per l’energia solare nel frattempo sono diventate sempre più irrisorie, e secondo l’analista Tim Buckley  il passaggio dai combustibili fossili al solare avrà “profonde implicazioni” sui mercati globali dell’energia. “Per la prima volta il solare in India costa meno del carbone” ha spiegato Buckley all’Independent.

india 4

Le contraddizioni indiane

Si tratta di un approccio incoraggiante, soprattutto quando scopriamo che altri paesi che consideriamo molto più avanzati con la conferenza di Parigi hanno letteralmente tirato i remi in barca: il Giappone, arrivati al 2030, ricaverà oltre la metà della sua energia dai combustibili fossili. E non pianifica di fare marcia indietro. Non va dimenticato però che le intenzioni messe sul tavolo a COP21 non sono vincolanti e qualsiasi paese può riformularle in ogni momento, in via del tutto informale.

Chi vive l’India in prima persona sembra poi avere un approccio molto più cauto, come Nisha Agrawal, CEO di Oxfam India e giornalista per The Citizen, quotidiano indipendente di Nuova Delhi. Agrawal ha trovato “surreali” e lontani dalla realtà i toni dell’India Economic Summit, dove la trasformazione del paese è stata paragonata a un film di Bollywood quando di fronte agli occhi di tutti le disuguaglianze sono evidenti.

Secondo l’indice Oxfam che misura l’impegno di un paese per ridurre le disuguaglianze, l’India è tra i paesi che se la cavano peggio. “Le mie speranze sono morte quando ho chiesto di quali riforme avessimo bisogno per consentire una crescita inclusiva e affrontare le crescenti diseguaglianze”, scrive Agrawal. “Un sistema di tassazione più progressivo, o forse aumentare la spesa pubblica e gli investimenti nell’educazione e nella sanità”.

india 3

Una comunità ambientalista vecchia cinque secoli

La difficoltà nel leggere il Paese si crea proprio quando la tradizione e la cultura indiane incontrano lo sviluppo industriale. L’India, infatti, vanta una comunità ambientalista vecchia di cinque secoli. Sono i Bishnoi e oggi vivono tra Rajasthan, Punjab, Haryana e Madhya Pradesh, un popolo la cui religione mette al primo posto la natura e la sua protezione, incoraggiando una vita priva di menzogne e vissuta in piena armonia con le altre specie.

La loro quotidianità, raccontata in un bel reportage di National Geographic Traveller, è un esempio di sostenibilità ma anche di impegno in prima persona: i Bishnoi proteggono la fauna selvatica dal bracconaggio, hanno uno stile di vita frugale, allevano il bestiame senza insistere sempre sugli stessi pascoli (evitando così l’impoverimento del terreno) e hanno vinto battaglie ambientali importanti.

Nel 1730, quando l’esercito del maragià Abhay Singh iniziò ad abbattere una foresta di alberi sacri, una Bishnoi di nome Amrita Devi si fece avanti chiedendo che prendessero la sua testa al posto degli alberi. È stata decapitata insieme alle sue tre figlie e, con loro, sono morti più di 350 Bishnoi che abitavano nel villaggio di Khejarli, fino a quando il massacro ha attirato l’attenzione del re. Oggi il governo indiano consegna, in memoria di Amrita, il premio Wildlife Protection Award, attribuito postumo nel 2001 proprio a un giovane Bishnoi ucciso dai cacciatori di frodo.

india 5

Perché l’India è in testa al Greendex

Nel 2014 il Greendex, un indice sulla sostenibilità stilato dalla National Geographic Society e da GlobeScan, ha mostrato che probabilmente c’è un po’ di Bishnoi in ogni abitante dell’India. La classifica aiuta a valutare i comportamenti dei consumatori e monitorarli per capire quali paesi nel mondo siano più sensibili alle problematiche ambientali, al punto da tenerne conto nelle scelte quotidiane: consumi, abitazione, alimentazione, trasporti.

Tra i 14 paesi coinvolti, l’India ha ottenuto il punteggio più alto, seguita dalla Cina. Due primati che possono stupire o meno, ma sono nuovamente l’evidenza dei paradossi di queste nazioni, molto simili quando si guardano aspetti come l’inquinamento. All’inizio del 2017  un grosso studio ha mostrato che l’inquinamento dell’aria in India sta per superare quello della Cina: provoca più di un milione di morti premature ogni anno soprattutto a causa delle polveri sottili.

Tra il 1990 e il 2015 i decessi causati da questo tipo di inquinamento si sono impennati di uno spaventoso 50%. Tuttavia, il Greendex prende in considerazione aspetti diversi dalle emissioni totali (a questo link è possibile trovare un’analisi dettagliata della costruzione di questo indice). Infatti, i ricercatori di National Geographic danno un peso particolare a fattori come le scelte dei singoli consumatori: quelli indiani sono ad esempio quelli che, con più frequenza tra le 18 nazioni analizzate, dichiarano di acquistare prodotti di seconda mano, di evitare cibo d’importazione, o di preferire l’utilizzo di materiali riciclabili.

A livello macroeconomico, invece, se la Cina ha fatto progressi nelle sue politiche per ridurre l’inquinamento atmosferico, l’India deve ancora impegnarsi in azioni concrete. La regolamentazione ambientale è debole e ai cittadini “restano poche alternative al rivolgersi direttamente ai tribunali” ha commentato al New York Times Gopal Sankaranarayanan, che presso la Corte Suprema indiana vanta alcune vittorie come il divieto sulla vendita di licenze per fuochi artificiali nell’area metropolitana di Nuova Delhi; gli spettacoli pirotecnici del Festival di Diwali, nel 2016, hanno contribuito a far salire l’inquinamento a livelli estremamente pericolosi.

Ma le corti stesse, dice Sankaranarayanan, di rado possono mettere in pratica le decisioni. Nel 2015 il National Green Tribunal ha vietato agli agricoltori che coltivano nell’area intorno alla capitale di dar fuoco ai campi dopo il raccolto, ma la pratica continua indisturbata e il fumo proveniente dai terreni è responsabile di almeno un quarto dell’inquinamento dell’aria a Nuova Delhi. “Se le direttive delle corti non vengono messe in pratica, diventa un problema”, ha concluso Sankaranarayanan. “L’India ha bisogno di soluzioni pratiche per salvare vite”.

Immagini via Unsplash| Copertina | 1 | 2 | 3 | 4