Indonesia, la potenza economica più sorprendente del mondo

Indonesia, la potenza economica più sorprendente del mondo

È un paese sorprendente, l’Indonesia. Tanto per cominciare, quest’arcipelago molto popoloso (253 milioni di persone, e quasi 285 tra un decennio) vanta così tante isole che nessuno ne conosce l’esatto numero: forse 13.667, o 14.534, o ancora 18.307; per il governo indonesiano sarebbero 17.504, secondo gli esperti dell’ECOSOC (un organismo delle Nazioni Unite) si dovrebbe invece scendere a 16.056.

Numeri a parte, c’è da dire che ogni isola è unica. Si consideri la Nuova Guinea. Indonesiana solo a metà (l’altra metà coincide con lo stato indipendente della Papua Nuova Guinea), l’isola è la terra degli yonggom, popolazione di cacciatori-raccoglitori tradizionali che basano la loro sussistenza sulla raccolta di sago (un amido ricavato da una palma) e sulla caccia ai casuari, grossi uccelli inetti al volo, ma assai pericolosi.

Un’altra isola famosa è quella di Bali, meta dei vacanzieri di tutto il mondo. Grazie alla sua popolosa comunità induista, l’idilliaca Bali si distingue a livello religioso e culturale da isole a maggioranza musulmana come Sumatra o Sulawesi (e l’Indonesia, nel complesso, ospita la comunità musulmana più grande del mondo). Né bisogna dimenticare le Molucche, ossia le leggendarie Isole delle spezie che fecero la fortuna dei mercanti portoghesi, inglesi e olandesi tra il XVI e il XVIII secolo.

Ma oltre alla straordinaria biodiversità, e a un patrimonio culturale millenario, l’Indonesia è anche un’economia in ascesa. Nel 2015, secondo i dati del FMI, il PIL è aumentato del 4,8%, e tanto nel 2016 che nel 2017 la crescita dovrebbe essere stata del 5%. Brutalmente, il PIL sfiora i 900 miliardi di dollari, cioè più di quello dei Paesi Bassi, padroni dell’arcipelago fino all’inizio della seconda guerra mondiale. Motore dell'”azienda-Indonesia” è l’isola di Giava, sorta di Germania del Sudest asiatico; da sola vanta 145 milioni di abitanti (circa il 60% di tutti gli indonesiani), e genera il 58% del PIL indonesiano.

Punta di diamante dell’economia nazionale è Jakarta, capitale nazionale nonché metropoli di oltre 10 milioni di abitanti. Per secoli sede del governo coloniale olandese con il nome senza dubbio neerlandese di Batavia (i batavi erano un’antica popolazione germanica), oggi Jakarta è una delle piazze finanziarie più importanti dell’Asia, e contribuisce al PIL nazionale per quasi il 17%.

È la sede di importanti multinazionali indonesiane e straniere, centri di ricerca, grandi musei e gallerie d’arte, è in pieno sviluppo edilizio, e la sua cucina attira i gourmet da Cina, Australia e Malesia (cavallo di battaglia è il gado-gado, una ricca insalata con uova, verdura, tofu, carne di soia e salsa di arachidi). Melting-pot di 300 differenti gruppi etnici, la cucina indonesiana è oggi considerata tra le più vibranti tradizioni gastronomiche mondiali, e contava per il 5,6% del PIL del Paese nel 2015.

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Tale è il boom di Jakarta, che la città rischia di rimanere vittima del suo stesso, tumultuoso successo. Molto affollata e inquinata, rischia di trasformarsi in una delle tipiche megalopoli invivibili dell’Estremo Oriente. Per questo motivo si parla sempre di più di spostare la capitale amministrativa e politica del paese da Jakarta ad altri centri, un po’ come fece il Brasile con Brasilia nel secolo scorso. La candidata più quotata è la Palangka Raya, spaziosa e con appena 240mila abitanti. La città si trova nel Borneo, immensa isola famosa per le sue meraviglie naturali: dal leopardo nebuloso all’orso malese, passando per l’orangutan e il rinoceronte di Sumatra.

Con un’economia così vitale, e una demografia ultra-favorevole (l’età media è 28,4 anni), è logico che crescano gli investitori internazionali. E gli imprenditori che cercano fortuna nel paese, galvanizzati da un futuro che proietta l’Indonesia come settima economia mondiale (superando Germania e Regno Unito) entro il 2030, anno in cui almeno 90 milioni di indonesiani saranno entrati nei ranghi della classe media bramosa di consumi—generando opportunità commerciali pari a 1800 miliardi di dollari.

Sono già 40-50 le aziende italiane attive nel Paese, con interessi nel settore delle costruzioni, dei macchinari, nell’agroalimentare e nella gestione delle risorse naturali e dei rifiuti. Di recente, Eni ha iniziato investimenti che potranno toccare i 400 milioni di dollari, inclusa l’esplorazione di giacimenti di gas nel complesso di Jangkrik.

Anche Pirelli ha aperto un impianto da 120 milioni di dollari a Subang, a est di Jakarta, in collaborazione con il conglomerato indonesiano Astra International. Jakarta rimane la destinazione ideale per le imprese e i lavoratori italiani, anche perché nella megalopoli si è già radicata una ricca borghesia affamata di prodotti del Belpaese. E le grandi aziende indonesiane, spesso con sede nella capitale, sono a caccia di ingegneri, biochimici, informatici ed esperti legali: la società di consulenza globale McKinsey ha stimato che entro i prossimi 15 anni il Paese avrà bisogno di almeno 113 milioni di lavoratori altamente qualificati.

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Jakarta è anche sede di numerose agenzie internazionali attive nelle cooperazione allo sviluppo (qui la guida di Hello!Money su lavorare in una ONG all’estero), dalle Nazioni Unite all’Unicef, che offrono opportunità interessanti per lavoratori europei e italiani. “Opportunità di lavoro ci sono, soprattutto in campo ingegneristico, manifatturiero, trasporti e finanziario. Molti stranieri che conosco, lavorano in banca, in società di ingegneria, controllo di qualità o, se madrelingua inglese, in ambito scolastico”, spiega Marco, ingegnere italiano trasferitosi in Indonesia per lavorare nel settore petrolifero. Il sito VisaHunter offre numerosi canali che puoi sfruttare se sei interessato al lavoro nel Paese.

Altra destinazione immancabile è l’internazionale Bali, che grazie alla sua fiorente industria turistica offre interessanti opportunità a ristoratori, cuochi, commercianti e operatori sanitari. Bali è anche una vera e propria culla per il cibo italiano esportato in Indonesia: sono infatti numerosi i ristoratori dello Stivale trasferitisi ormai definitivamente nell’isola.

In ogni caso non è tutto rose e fiori:  la burocrazia indonesiana è una delle più intricate d’Asia, e la corruzione è un ostacolo per ogni imprenditore, specie se privo di protezioni in alto loco. Negli ultimi anni poi si è acuito il fenomeno del radicalismo islamista, in un paese tradizionalmente tollerante e abituato alla diversità. Ancora, l’economia indonesiana cresce, ma non abbastanza. Il presidente Joko Widodo, alias Jokowi, vorrebbe avere più budget da investire in infrastrutture, istruzione e nuove tecnologie.

Jokowi, che i media anglofoni hanno ribattezzato “l’Obama dell’Indonesia” è considerato uno dei leader più capaci del mondo, ma fatica a trasformare l’economia agrario-idrocarburica indonesiana in una moderna “knowledge economy” come Singapore, l’Australia o in parte la confinante Malesia. Certo, il manifatturiero si va modernizzando, ma la strada da fare è ancora tanta.

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