Come stanno cambiando gli investimenti e i risparmi per i trentenni

Come stanno cambiando gli investimenti e i risparmi per i trentenni

Naturalmente avversi al rischio ma molto più consapevoli: sono i trentenni che si approcciano oggi alla finanza. Secondo uno studio di Standard Life Investments, le nuove generazioni di risparmiatori scateneranno una vera e propria rivoluzione nell’industria del risparmio.

“Storicamente il livello di educazione finanziaria degli italiani è sempre risultato piuttosto carente. Negli ultimi anni, però, abbiamo l’impressione che i giovani tra i 30 e i 45 anni, stiano acquisendo un maggior grado di consapevolezza circa l’importanza delle tematiche finanziarie in generale, e della previdenza complementare in particolare”, spiega a Hello!Money Marco Palacino, Managing Director per l’Italia di Bny Mellon Investment Management.

“Parte del merito risiede nel fatto che questi stessi temi hanno ricevuto una maggiore esposizione mediatica negli anni successivi alla crisi finanziaria globale. Ma la ragione risiede anche nei crescenti timori circa il futuro delle pensioni pubbliche e nella rinnovata importanza del ruolo di promotori e consulenti finanziari in un contesto di mercato spesso troppo complesso per gli investitori fai-da-te”.

Eppure secondo un recente sondaggio, che porta ancora la firma di Bny Mellon Im, quasi un trentenne su due non riceve alcuna informazione su questioni finanziarie nell’ambito dei propri studi o del proprio lavoro; quasi tutti (il 90%) tirano a indovinare per calcolare l’ammontare di cui avranno bisogno per il futuro post-lavorativo; e la grande maggioranza (77%) preferirebbe una sincerità brutale sullo stato della propria pensione piuttosto che ricevere messaggi edulcorati e accondiscendenti da banche, fondi pensione o consulenti.

“È interessante notare–continua Palacino–che molti (63%) sarebbero disposti ad accantonare molto di più per la previdenza complementare, se fossero certi di poter attingere più volte al montante del fondo pensione qualora ne avessero la necessità”.

Trend che si riferiscono a un campione internazionale e che mostra deviazioni di Paese in Paese, e anche in base alle fasce d’età ma che, secondo Palacino, è abbastanza coerente con quanto accade in Italia.

“Di certo è vero che nella fascia di età di cui parliamo molti italiani stentano a mettere da parte una percentuale dei risparmi mensili sufficiente a garantire, quando sarà il momento di andare in pensione, un buon tasso di sostituzione dello stipendio”, spiega il manager.

“È una conseguenza dei lunghi anni di difficoltà attraversati dal mercato del lavoro italiano, durante i quali la priorità per i giovani e meno giovani si è spostata dal risparmio di lunga durata–per intenderci, quello destinato alla pensione–all’accantono di liquidità per esigenze di medio e breve termine, ad esempio, come ammortizzatore di sicurezza in vista della fine di un contratto a tempo determinato”.

In un mondo a bassi tassi d’interesse e ritorni contenuti o negativi per molti investimenti tradizionali, i fondi pensione e i Pip devono essere in grado di individuare fonti di rendimento alternative per assicurare l’erogazione delle rendite e la copertura delle passività.

“Per introdurre quanti più trentenni possibili al mondo delle pensioni complementari e del risparmio gestito, anche in ottica previdenziale, è importante coniugare tali strategie d’investimento evolute con una trasparenza totale dei prodotti d’investimento, con una corretta comunicazione finanziaria”, conclude il manager di Bny Mellon. La previdenza è un cruccio per chi ha da poco superato i 40, ma anche per gli ultimi nati nel gruppo dei Millennials, che hanno un’età compresa tra i 30 e i 36 anni.

“Nei prossimi 70 anni–scrivono gli analisti di Standard Life Investments­–questa generazione gestirà 30mila miliardi di asset solo negli Usa. E che abbiano un modo diverso di considerare soldi e investimenti rispetto a chi li ha preceduti lo si deve al fatto che sono nati e cresciuti in un mondo caratterizzato da rapidi cambiamenti e in cui sono i primi nativi digitali”.

Hanno accesso facile alle informazioni, possono comprare e vendere azioni e fondi comuni online, da soli, e dunque i consulenti finanziari devono saper offrire qualche valore aggiunto nuovo. Quale? Una strada potrebbe essere quella di seguire l’istinto ambientale dei ragazzi del millennio, che poi li rende simili ai 40enni della generazione X: la metà dei venti-trentenni e il 47% dei quarantenni si dicono preoccupati delle sorti del pianeta.

Per il 75% di questi investitori, secondo Forbes “è importante o molto importante che un’azienda dia qualcosa indietro al territorio invece di pensare solo al profitto”. Dunque, nei prossimi anni, tutto ruoterà intorno all’impacting investing, quello che ha un effetto positivo su territorio e società: secondo JpMorgan crescerà di valore dagli attuali 9 miliardi ai mille miliardi del 2020. Le case d’affari sono avvisate.

Laura Magna

Immagini di John Morgan via Flickr