Per passare a un’economia green, i governi devono investire ora

Per passare a un’economia green, i governi devono investire ora

Lo “sviluppo sostenibile” è uno dei principali obiettivi della comunità internazionale, almeno a partire dalla Conferenza delle Nazioni Unite su Ambiente e Sviluppo, svoltasi a Rio De Janeiro nel 1992. In quell’incontro è stato richiesto a tutti i governi nazionali di sottoscrivere e attuare un’agenda di politiche in grado di permettere uno sviluppo economico sempre più “verde”.

La cosiddetta Agenda 21 è un documento di 350 pagine diviso in 40 capitoli, che include obiettivi ambiziosi come proteggere l’atmosfera, combattere la deforestazione, conservare la biodiversità, controllare l’inquinamento, lo sviluppo delle biotecnologie e la gestione delle scorie radioattive.

Più di recente, l’Accordo di Parigi ha impegnato 195 Paesi a combattere l’aumento delle emissioni di gas serra e finanziare il passaggio a un’economia più sostenibile. E se, da una parte, gli ostacoli al raggiungimento di questi obiettivi rimangono numerosi, per altri versi molti vedono la “rivoluzione verde” come inevitabile.

Una transizione inevitabile?

Recentemente, il prestigioso quotidiano inglese Financial Times osservava che “lo spostamento verso le energie rinnovabili sta cambiando profondamente intere industrie”. Si chiedeva: “il ventunesimo secolo sarà l’ultimo secolo per le energie di origini fossile?”.

E se era solo l’anno scorso quando un manager del settore automobilistico tedesco descriveva le automobili elettriche Tesla come “una barzelletta che non può essere presa seriamente se paragonata alle grandi automobili prodotte in Germania”,  oggi proprio Tesla vale in borsa più di storici marchi automobilistici come Ford e General Motors.

Allo stesso tempo, come abbiamo già raccontato proprio su Hello!Money, l’energia verde produce già oggi più posti di lavoro di quella fossile. Tuttavia, secondo Daron Acemoglu, economista del Massachusetts Institute of Technology, capire “esattamente quando la rivoluzione verde raggiungerà la sua massa critica è di enorme importanza per politici e investitori: sono in molti ad aspettare i benefici dal cambiamento del nostro modo di produrre e di innovare”.

Un modello per capire la corsa verso l’energia sostenibile

Così, insieme a tre colleghi, Acemoglu, considerato come uno dei primi cinque economisti economisti più influenti al mondo, ha sviluppato un modello per calcolare quando, e sotto quali condizioni, le nuove tecnologie pulite” vinceranno la “corsa” contro le vecchie tecnologie (inquinanti).

Già in precedenza, lo stesso Acemoglu aveva suggerito che una combinazione di sussidi alla ricerca e di tasse sulle emissioni poteva aiutare a spingere il cambiamento tecnologico verso tecnologie più pulite. “La questione di come combinare questi due strumenti per assicurare una transizione verso l’energia pulita, e di quale sia la velocità ottimale di tale transizione, rimane però ancora aperta”, spiegava. Il modello microeconomico sviluppato ora dall’economista analizza proprio le condizioni che permetteranno (o impediranno) il passaggio a un sistema economico sostenibile.

Nel modello dei quattro economisti, le imprese devono decidere quale tipo di energia utilizzare durante il loro processo produttivo, scegliendo tra un tipo di energia pulita e una inquinante. Gli imprenditori prendono questa scelta sulla base del costo relativo dell’energia, che è influenzato dalle tasse sulle emissioni (che colpiscono solamente l’energia inquinante, aumentandone il prezzo).

Inoltre, le imprese decidono se condurre attività di R&D (ricerca e sviluppo) per migliorare l’efficienza della produzione di energia. Se le tecnologie “inquinanti” sono all’inizio più avanzate, allora la ricerca in energia verde dovrà fare molti salti per rendere quest’ultima davvero conveniente. In questo ambito, i sussidi alla ricerca possono rendere meno costoso il processo di ricerca e potrebbero condurre, nel lungo periodo, a un superamento dell’efficienza della produzione di energia verde rispetto a quella inquinante.

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I risultati dello studio

Il modello sviluppato dagli economisti è stato testato e simulato sulla base di dati provenienti dagli Stati Uniti tra il 1975 e il 2004, riguardanti spesa per ricerca, richieste di brevetti, fatturati, creazione di nuove imprese e occupazione nei vari settori dell’economia Usa.

Come i ricercatori si aspettavano, le tasse sulle emissioni risultano uno strumento molto efficace per la ridefinizione del mix di energia utilizzato, perché svolgono il ruolo di ridurre immediatamente le emissioni inquinanti (che diventano più costose) e di incoraggiare la ricerca sulle tecnologie verdi.

Secondo il modello, però, anche i sussidi alla ricerca hanno un ruolo da svolgere: sono questi ultimi che portano più aziende a cambiare immediatamente la direzione del cambiamento tecnologico, mentre l’effetto della tassazione sulle emissioni tende a aumentare nel tempo, per poi iniziare a declinare dopo circa 130 anni.

Quindi, concludono i ricercatori, un “governante illuminato” può ottenere una transizione ottimale aumentando le tasse sulle emissioni in maniera contenuta ma stabile, accompagnandole con forti sussidi alla ricerca per ottenere uno spostamento graduale del sistema.

Chi si sta incamminando sulla strada del rinnovamento

Forti investimenti nelle nuove tecnologie è la strada scelta dalla leadership cinese di Pechino. La Cina è già da tempo il più grande investitore in energie rinnovabili a livello domestico: nel 2015, il Paese ha investito 102 miliardi di dollari, più del doppio di quanto speso dagli Stati Uniti e cinque volte quanto la spesa della Gran Bretagna.

Ma l’espansionismo cinese nelle nuove tecnologie pulite ha toccato anche alcune delle più innovative imprese estere. Gli investimenti cinesi in altri Paesi hanno toccato i 32 miliardi di dollari nel solo 2016. Secondo un rapporto dell’Institute for Energy Economics and Financial Analysis, oggi sono a guida cinese cinque delle sei più grandi imprese che producono moduli fotovoltaici, i più grandi produttori di turbine eoliche e di batterie ricaricabili, e la più grande compagnia elettrica al mondo.

Dal punto di vista delle tasse sui combustibili fossili, invece, il trend globale è positivo, con una percentuale sempre più elevata delle emissioni mondiali a essere tassata. A impostare i livelli più alti di tassazione sono la Svezia e la Svizzera, seguita dalla Finlandia. Tuttavia, sono ancora pochi i Paesi che hanno introdotto regolamentazioni e tassazioni efficaci per affrontare il problema.

A che punto siamo oggi?

Dal 2002 l’Indice di Sostenibilità Ambientale (Environmental Performance Index) viene calcolato per quantificare sinteticamente le “prestazioni ambientali” dei vari Paesi del mondo sulla base degli obiettivi stabiliti dai Millenium Development Goals delle Nazioni Unite. Questo indice è stato sviluppato dalla Yale University e dalla Columbia University in collaborazione con il Forum Economico Mondiale e il Centro comune di ricerca della Commissione europea.

Tra i 180 Paesi analizzati nel 2016, a spuntarla come il Paese a maggiore sostenibilità ambientale è stata la Finlandia, seguita a stretto giro di boa dai cugini scandinavi: nell’ordine Islanda, Svezia e Danimarca. Secondo gli analisti a spingere questi Paesi in cima alla classifica non è solamente la loro peculiare condizione geografica ma anche—come previsto dal modello di Acemoglu e colleghi—le specifiche politiche perseguite dai governi. La Finlandia, ad esempio, ha deciso di raggiungere entro il 2050 una società a impatto zero, in cui cioè non si consumi più energia da combustibili fossili di quanto la natura possa sostenere.

Helsinki ha così introdotto leggi vincolanti per fare in modo che il 38% dell’energia consumata provenga da fonti rinnovabili entro il 2020, con un conseguente crollo delle emissioni di anidride carbonica. Esempi interessanti ci sono anche fuori dall’Europa. La classifica Sudamericana è ad esempio dominata dalla piccola Costa Rica. Il Paese, vera e propria mecca dell’ecoturismo, produce già la totalità della propria energia elettrica attraverso fonti rinnovabili.

La ragione di questo record va identificata in alcune scelte compiute a livello nazionale nel 1970, quando invece di basarsi sulle energie fossili i costaricani scelsero di puntare tutto sulle fonti idroelettriche locali (che oggi forniscono l’80% di tutta l’energia prodotta).

 Il ruolo dei governi: agire bene e in fretta

Dunque, i governi possono svolgere un ruolo molto importante per accelerare la transizione e ottenere un sistema economico sostenibile a livello ambientale. Ovviamente, ogni nazione dovrà valutare i propri livelli di tassazione e di sussidi sulla base del grado di inquinamento e dello stato della tecnologia nazionale. E nessuno potrà, da solo, risolvere problemi che richiedono interconnessione a livello globale.

Tuttavia un forte messaggio che emerge dalla ricerca di Acemoglu è legato alle tempistiche dell’introduzione delle politiche “verdi”. Per esempio, i ricercatori calcolano che ritardare l’introduzione di queste politiche porterebbe a un intervento meno aggressivo a partire da quel momento. Questo perché, nel frattempo, in assenza di interventi il gap tra la tecnologia verde e quella inquinante potrebbe essere aumentato, rendendo ancora più difficile il superamento della prima sulla seconda.

Secondo il modello di base utilizzato dagli economisti, un ritardo di 50 anni tipo potrebbe portare a un raggiungimento della transizione definitiva verso l’economia verde circa 250 anni più tardi rispetto a quanto sarebbe possibile con un intervento immediato. Il che implicherebbe forti perdite di benessere per tutti i cittadini, e per la sopravvivenza del pianeta intero.

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