Nelle terre colpite dal terremoto verranno prodotti i jeans dei Rolling Stones

Nelle terre colpite dal terremoto verranno prodotti i jeans dei Rolling Stones

A partire dalla copertina dello storico disco Sticky Fingers dei Rolling Stones, i jeans ritratti da Billy Name sono diventati delle vere e proprie icone di stile a livello globale. E sono pochi a sapere che questi jeans arrivano dall’Italia. Partono, per la precisione, dal “Tacco d’Italia”—quel basso Salento che 30 anni fa splendeva per il distretto Tessile Abbigliamento Calzaturiero e ora registra aziende chiuse e migliaia di vertenze.

È la storia di una centrifuga temporale lunga almeno 10 anni, dal 2005 ad oggi. L’anno della svolta. Perché oggi Meltin’pot, l’azienda con sede a Matino (Lecce) che quei jeans li produce, dopo anni di esternalizzazione verso l’estero ha deciso di puntare sul reshoring: riportare “a casa” processi produttivi esportati nel passato all’estero per sopravvivere, ricordando che “Italians do it better”.

Per ora nessun investimento diretto nella produzione: nel Salento si danno le direttive, resta in casa insomma la fucina creativa, il design, che da lavoro a 50 persone. La novità è che il prodotto finito sarà realizzato e acquistato dal centro Italia: Marche e Abruzzo, le regioni colpite dai terremoti degli ultimi mesi.

Ma da dove parte l’inversione di rotta di una delle storiche glorie del tessile pugliese? Da una caduta, costata la perdita di centinaia di posti di lavoro in loco. Fino al 2005, l’opificio contava 400 dipendenti, contro i solo 50 di oggi. In quel momento, però, il brand pugliese combatteva già con la perdita di posti di lavoro e si reinventava de-localizzando, abbattendo i costi spostando la produzione prima in Egitto, poi Tunisia e infine Turchia, da dove ancora oggi arriva il 50% della produzione.

Augusto Romano, figlio del patron Cosimo che fondò l’azienda, è convinto che questo modello non è più sostenibile: “Per evitare la concorrenza dei paesi a basso costo, occorre tornare in Italia dove si fa il jeans di maggiore qualità, del resto l’appeal del prodotto italiano per design, qualità e creatività è elevato in tutto il mondo”, spiega Romano. “Il mercato è pieno di prodotti mediocri, d’ora in poi faremo un jeans differente e questo può accadere solo in Italia”.

Senza la qualità che abbiamo perduto, si ragiona a Matino, nemmeno la risonanza mediatica delle forniture in esclusiva per i Rolling Stones può servire ad evitare il peggio—e in effetti negli anni scorsi non sono servite nemmeno campagne pubblicitarie a più zeri, culminate nel 2013 sul palco di Glastonbury, quando Mick Jagger, Ronnie Wood e Charlie Watts hanno indossato i Meltin’Pot nel tour celebrativo dei 50 anni di carriera.

Oggi, la scommessa è quella di puntare su un brand storico per invertire i flussi commerciali: dall’Italia verso l’estero, dalle officine delle terre colpite dal sisma fino ai negozi di alta fascia di Shangai, Pechino, Hong Kong, Taiwan e Macao, fino a Chongqing, megalopoli in crescita sulle rive del fiume Azzurro, che oggi conta almeno 35 milioni di abitanti.

Senza escludere il Medio Oriente: “Una piazza con un mercato interessante”, conferma Augusto Romano, ad di Meltin’pot. “Anche lì proporremo un jeans di fascia medio-alta realizzato in Italia. Partiremo da Teheran, città cosmopolita, per poi aprire un centinaio di stores in pochi anni”.

Che sia arrivato il momento per gli imprenditori italiani di tornare ad aprirsi al mondo attraverso gli occhi e le arti dei talenti di casa nostra?

Immagine di Gorupdebesanez via Wikipedia

Fabiana Pacella