Karl Marx, l’economista

Karl Marx, l’economista

Qualche anno fa dei ricercatori della University of Indiana Bloomington hanno misurato l'”impatto” di 35mila autori, basandosi su quante volte i loro testi erano stati citati nel corso degli anni: hanno scoperto che, in cima alla classifica, c’era Karl Marx. Ovvero, il protagonista della quinta parte del nostro viaggio nella storia del pensiero economico.

Ovviamente, non è possibile definire Marx semplicemente come un economista: secondo Wikipedia, egli è stato anche  “filosofo, politologo, storico, sociologo, uomo politico e giornalista”. 

Tuttavia, il ragionamento economico è stato un elemento fondante delle sue teorie. In questo articolo, dunque, andremo a illustrarle e a rintracciare gli autori che ne hanno influenzato l’elaborazione, partendo dal principio.

Vita e opere

Figlio di un avvocato, Karl Marx nasce il 5 maggio 1818 a Treviri, una cittadina della Prussia, dove frequenta le scuole fino all’università. Si laurea a Jena nel 1841, con una tesi sui filosofi greci Epicuro e Democrito, due anni prima di sposarsi con Jenny von Westphalen, figlia di un alto dirigente dello stato prussiano.

Già dal 1842, Marx dirige una rivista giornalistica di Colonia, il Rheinische Zeitung, presto censurata dalle autorità prussiane. Marx decide così di emigrare a Parigi, dove conosce Friedrich Engels, erede di una famiglia di industriali tedeschi del cotone. I due iniziano una stretta amicizia e collaborazione, politica e intellettuale, che andrà avanti per tutta la loro vita.

Espulso da Parigi nel 1845, Marx si trasferisce a Bruxelles. È a questo periodo che risalgono L’ideologia tedesca, saggio filosofico influenzato dalle posizioni della sinistra hegeliana, le Tesi su Feurbach e Miseria della filosofia.

In questi saggi si intravedono due teorie cruciali per Marx: il materialismo storico (cioè la tesi secondo la quale le trasformazioni economiche di una società esercitano un’influenza cruciale sulla cultura e sulla politica) e la teoria del valore (che Marx riprende direttamente da Adam Smith e David Ricardo).

Nel 1848, Marx ed Engels elaborano il Manifesto del partito comunista, una delle opere politicamente più influenti di sempre. L’anno successivo, Marx si rifugia a Londra, dove vivrà fino alla morte (avvenuta nel 1883), impiegando le sue giornate tra lo studio alla British Library, una fitta corrispondenza e l’elaborazione delle sue opere principali. Tra cui figurano i Grundrisse, Per la critica dell’economia politica, e Il Capitale. È su questo insieme di scritti, che fanno parte della “fase matura” del pensiero Marx, che occorre concentrare l’attenzione per illustrare il suo contributo alla scienza economica.

Marx

Il debito di Marx verso Ricardo

Nel nostro articolo sugli economisti ricardiani, abbiamo spiegato come, nei circa 50 anni intercorsi tra la pubblicazione della sua principale opera (i Principi di economia politica e dell’imposta, pubblicati nel 1817) e il 1870, Ricardo rimarrà “il punto di riferimento intellettuale obbligato per tutta una nuova generazioni di economisti”. Figlio della sua epoca, anche Marx cade in questo intervallo di tempo: così, i concetti alla base del suo ragionamento economico sono fortemente influenzati dalle idee messe in circolazione da Ricardo.

In particolare, Marx deve a Ricardo il concetto di “sovrappiù” e l’idea che il sistema economico rappresenti un flusso circolare di produzione e consumo—due idee che il teorico di Treviri rielaborerà in maniera originale. Su questa base poggia il concetto di conflitto storico tra le classi e, in particolare, quello tra borghesia e proletariato, tipico dello stadio “capitalistico” dello sviluppo economico.

Come già osservato, Marx adotta inoltre la teoria del “valore-lavoro” di Ricardo, l’idea cioè “che il prezzo delle merci sia determinato, direttamente o indirettamente, dalla quantità di lavoro richiesto per produrle”. Da questa punto di partenza, Marx elabora poi la legge della “caduta tendenziale del saggio di profitto”, una delle tesi che costituiscono l’architrave del suo pensiero politico, legata all’idea dell’inevitabilità del superamento del sistema capitalista.

La critica alla divisione del lavoro

Da Adam Smith in poi, gli “economisti classici” (Marx incluso) hanno studiato l’economia sulla base della “divisione del lavoro”, cioè la specializzazione dei lavoratori in determinati settori del processo produttivo. Marx parte da questo punto fermo per sviluppare l’idea (di derivazione hegeliana) di alienazione.

Secondo Marx, nel sistema capitalistico il lavoratore è alienato per tre motivi: innanzitutto perché non possiede gli strumenti che utilizza per lavorare, poi perché non è proprietario del prodotto del proprio lavoro, infine perché non controlla l’organizzazione del proprio lavoro. Proprietario di tutti questi aspetti è infatti il capitalista, che investe sui macchinari e paga i salari dei lavoratori, ottenendo in cambio il diritto ad appropriarsi del prodotto del lavoro e venderlo sul mercato.

Così, spiegherà Marx nel corso del capitale, emerge il cosiddetto “feticismo delle merci”: la collaborazione tra lavoratori che prestano la loro opera in settori diversi, alla base della divisione del lavoro e della prosperità di un Paese già nel capolavoro smithiano La Ricchezza delle Nazioni, viene oscurata dal fatto che anche le ore di lavoro diventano una merce, che ha un suo prezzo, il salario, il quale viene utilizzato a sua volta per acquistare altre merci, in un flusso di produzione e consumo senza fine. Questo “feticismo” separa e divide la classe dei lavoratori, che così non può riconoscersi come soggetto dai medesimi interessi: viene così oscurata la “coscienza di classe” dei lavoratori.  

Marx

Il concetto scientifico di “sfruttamento”

Nel sistema economico descritto da Marx, insomma, il lavoro è una merce con un suo mercato e un suo preciso prezzo. Il prezzo del lavoro equivale a quanto basta affinché il lavoratore possa acquistare sul mercato altre merci, quelle necessarie alla sua sopravvivenza (cibo, vestiti, e via discorrendo), e presentarsi in fabbrica giorno dopo giorno, per continuare a vendere il suo lavoro.

Tuttavia, l’esistenza del sovrappiù implica che il lavoro fornito è più alto di quanto basterebbe per fornire ai lavoratori sufficienti mezzi di sussistenza. Il ciclo di produzione crea insomma un “plusvalore”, che finisce nelle mani dei capitalisti. Marx definisce il saggio di sfruttamento come il rapporto tra questo sovrappiù (o “lavoro non pagato”) e il valore dei salari.

Il profitto, conclude Marx, si basa sull’alienazione del lavoratore, e la sua esistenza esprime un particolare rapporto, che vige tra le varie classi all’interno della società. Tuttavia, rispetto ad esempio ai “socialisti ricardiani”, Marx ritiene che questo fatto non sia ingiusto, ma un elemento inevitabile del funzionamento del sistema.

Marx

Accumulazione e ciclo economico

I profitti accumulati dai capitalisti possono essere utilizzati per consumi di lusso, oppure per accrescere i mezzi di produzione e quindi aumentare il numero di lavoratori, generando così una espansione del sistema economico. Ma l’aumento dei lavoratori riduce il cosiddetto esercito industriale di riserva (cioè la massa di disoccupati), fatto che accresce il potere contrattuale dei lavoratori e aumenta i salari.

L’aumento dei salari, a sua volta, diminuisce i profitti a disposizione dei capitalisti, che procederanno dunque a investire il sovrappiù per meccanizzare la produzione e diminuire il numero di lavoratori impiegati. La meccanizzazione tornerà a fare aumentare il numero dei lavoratori che cadono nel cosiddetto esercito industriale di riserva, riducendo i salari, tornando a far crescere i profitti e riattivando il ciclo di espansione.

Secondo lo storico del pensiero economico Alessandro Roncaglia, “il collegamento tra ciclo e sviluppo costituisce forse il principale contributo di Marx all’economia politica classica”. Alla lunga, tuttavia, il processo di sfruttamento e accumulazione conduce secondo Marx a una concentrazione del capitale e di “immiserimento crescente” dei lavoratori.

In un orizzonte di tempo sufficientemente lungo, un proletariato sempre più numeroso e sempre più povero sarà affiancato da una classe di capitalisti sempre più piccola e ricca. Questo renderà invevitabile una rivoluzione, che condurrà al crollo del sistema capitalistico. È così sviluppata la tesi che sta alla base del Marx come teorico politico. Ma questa è tutta un’altra storia.

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