Storie dei lavoratori e delle aziende emiliane rinate dopo il terremoto

Storie dei lavoratori e delle aziende emiliane rinate dopo il terremoto

Oltre al dramma delle vite umane perdute, i terremoti che continuano a squassare il nostro Paese compromettono quel peculiare intreccio tra memoria storica e vivacità locale che fa dei borghi italiani dei piccoli gioielli nel panorama internazionale. A essere intaccata è anche la capacità produttiva di questi luoghi e quindi, per chi rimane, la possibilità di continuare a vivere dignitosamente.

Una ricostruzione puntuale su questi dati non è mai stata tentata, perché è sempre stato difficile avere tempi certi di ricostruzione e misurare la reale ripresa—anche economica—nelle aree devastate. Eppure, a ben vedere, le vicende dei post-terremoto recenti, pure inquinate troppo spesso da speculazioni e incapacità amministrative, mostrano che quella capacità di ripresa esiste, esibendo un tratto più profondo e più difficile da scalfire degli abitanti di queste zone: l’abilità nel resistere e soprattutto reagire.

Prendiamo il caso dell’Emilia Romagna. Si sa che, con il terremoto del 2012 (7 vittime e una magnitudo del 5,9 sulla scala Richter), è stata colpita una zona altamente produttiva, che rappresenta almeno il 2% del PIL italianocirca 30miliardi di euro.

Ma l’area emiliana danneggiata dal sisma—33 comuni tra Reggio Emilia, Bologna, Ferrara, fino a Mantova e Rovigo—è fatta di aziende grandi, piccoli distretti manifatturieri e di logistica, che a cascata hanno condizionato anche la vita economica dell’indotto, generando una perdita anche laddove le scosse non erano arrivate.

La Regione Emilia Romagna, ai tempi, svelò l’economia dei luoghi compromessi dal sisma: 19,6 miliardi di euro di valore aggiunto nel 2011 generato dalla zona, 12,2 miliardi di euro di esportazioni e 48mila imprese per 187mila addetti.

Ma è qui che è successo il miracolo. A fine 2013, nessuna delle imprese andate distrutte pensò di andar altrove. I lavoratori in cassa integrazione, che avevano perso il posto a causa della chiusura di molte aziende, scesero a 2670. Per la ricostruzione emiliana si spese 1 miliardo e 370milioni e successivamente 1,3 miliardi per riportare i cittadini nei centri storici danneggiati.

Siamo ancora abbastanza lontani da un ipotetico “ritorno alla normalità”: 30 comuni sono ancora nel pieno della ricostruzione, tanto da richiedere una proroga dello stato di emergenza di altri due anni, fino al 31 dicembre 2020. Le stime parlano di 350 milioni ancora necessari. Insomma, c’è ancora molto da fare. Eppure, a cinque anni di distanza dal sisma, iniziano anche a moltiplicarsi le storie di chi si è impegnato fino in fondo per resistere e non mollare di fronte alle difficoltà. Eccole.

aziende emilia terremoto 3

“Alla fine non abbiamo tradito il nostro paese. La nostra terra. Siamo stati in trincea. Messo a garanzia tutto per anticipare gli investimenti e cavalcare la rinascita… Oggi corriamo davvero, dobbiamo aprire un’area per la logistica per servire anche il mercato statunitense”.

Ha raddoppiato la superficie da 5 a 10mila mq la Ferropol dei fratelli Raffaele e Andrea Molinari, convinti che l’unico modo per uscire a testa alta dal sisma fosse quello di sfruttare l’appoggio istituzionale e la sospensione dei contributi per investire sul futuro. I dipendenti di questa azienda, specializzata in rivestimenti, sono così passati da 45 a 80, ai quali bisogna aggiungere le 25 persone che lavorano nell’indotto.

La volta del riscatto è  uno stretto rapporto tra datori di lavoro e dipendenti. “Per noi non sono operai e non ci sentiamo i loro padroni ma crediamo molto in un rapporto dipendente-titolare di fiducia e rispetto reciproco”, ha spiegato Raffaele Molinari, che dal 2012 organizza anche gite aziendali con cui viene rinsaldato lo spirito di comunità: “Quando ho visto i miei dipendenti nelle tendopoli ho pensato che, soprattutto i bambini, dovevano cambiare aria e così abbiamo organizzato la prima gita a Valeggio sul Mincio. Da allora una gita ogni anno.”

Accanto ai Molinari, a San Felice sul Panaro c’è la Corob di Francesco De Lucia, una delle prime aziende nella produzione di tintometri con decine di brevetti in tutto il mondo e 110 dipendenti. “Il terremoto aveva danneggiato fortemente il capannone—ha raccontato De Lucia—hanno messo su delle tecnostrutture, spostato le linee, si è ripreso a lavorare, ha vinto la voglia di ricominciare, l’etica del lavoro che è tipica di questa terra”.

A poco più di un anno dal sisma, l’80% delle imprese nel cratere aveva ripreso le attività. Dal 4 agosto 2016, Corob è stata venduta a una private equity italiana. Un fondo con cultura industriale che vuole far crescere l’attività e sviluppare il business restituendo all’azienda di San Felice la sua identità. “La ricostruzione è un progetto aperto. Si è ripartiti dalla resistenza delle persone, dietro al lavoro c’è un territorio vero.”

Ancora poche centinaia di metri e si arriva all’ingresso dello stabilimento della Zincol Italia, che sul sito mette in bella mostra una massima di Franz Kafka: “Da un certo punto in avanti non c’è più modo di tornare indietro. È quello il punto al quale si deve arrivare”. Leader italiano nella zincatura a caldo dell’acciaio, Zincol è stata gravemente colpita dal terremoto. Spiega il titolare Giancarlo Desirò: “Sì, in quei giorni abbiamo pensato pure di chiudere, ma dipendenti e istituzioni ci hanno fatto capire che invece stavamo sbagliando tutto”.

Così, la proprietà ha fatto la scelta di ricostruire l’impianto modenese: 25 milioni di euro le risorse investite, in parte fondi propri dell’azienda e in parte contributi regionali. Il nuovo stabilimento, inaugurato a meno di un anno fa, è uno degli stabilimenti più efficienti in Europa. Oggi l’azienda conta 60 dipendenti, quasi il doppio rispetto ai livelli del 2012.

“Il terremoto è stato un elettroshock. Un catalizzatore di relazioni e persone. Da quel giorno tutto è cambiato. E non solo lo stabilimento di San Felice: 190 dipendenti, ricostruzione a tempo di record e nessuno ha perso un’ora di lavoro”, hanno spiegato Lino Brusco e Walter Cantino della cartiera International Paper.

Anche Ital-Frutta di Diana Bortoli ha scelto di raddoppiare invece di lasciare: “La realizzazione di nuove linee produttive finanziate con i fondi terremoto hanno permesso non solo di resistere ma di ripartire già sei-sette mesi dopo il sisma e ragionare su strategie commerciali più ampie, con più potere contrattuale sui mercati.”

Una decina di chilometri più a ovest, a Mirandola, a fare le spese delle scosse telluriche era stato il Distretto Biomedicale, fiore all’occhiello dell’innovazione italiana e secondo polo al mondo nel settore. Oltre 5mila addetti e 100 aziende specializzate in prodotti plastici monouso e apparecchiature per dialisi, chirurgia, trasfusioni utilizzati nei più disparati settori medici.

Nonostante i danni per oltre 400 milioni di euro, nessuna delle aziende del distretto ha scelto la via della delocalizzazione e, nel 2015, hanno aperto il Tecnopolo, che unirà imprese, territorio e università per lo sviluppo e il trasferimento tecnologico: piccole prove di Silicon Valley all’italiana. “Dare forza al territorio” è la massima di questi imprenditori e innovatori.

Come spiega l’a.d. Angelo Giovanni della Ster: “Stiamo investendo su nuove linee di produzione. Lavoriamo prodotti tutti a km 0 per dare forza al territorio. Il terremoto e la ricostruzione hanno velocizzato tutto questo.” Insomma, non è finita qui. Per dirla con le parole di Giancarlo Desirò, della Zincol: “Da qui non solo non ci muoviamo ma ci ingrandiremo…”.

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