Quando i dipendenti comprando l'azienda in crisi salvano il posto di lavoro

Quando i dipendenti comprando l'azienda in crisi salvano il posto di lavoro

L’impresa chiude, i lavoratori se la comprano. Così salvano l’azienda, e il posto di lavoro. Tecnicamente si chiamano workers buyout, e altro non sono che dipendenti che si riorganizzano in cooperativa per salvare l’azienda fallita o in liquidazione.

Dal 1985 a oggi, da quando in Italia è entrata in vigore la cosiddetta “legge Marcora” per favorire la rigenerazione delle aziende da parte dei lavoratori, secondo i dati di Cooperazione finanzia impresa (la società partecipata dal Ministero dello Sviluppo economico che si occupa di promuovere le operazioni di workers buyout) sono stati salvati e ricreati oltre 15mila posti di lavoro. Destinati altrimenti a finire nel bacino della cassa integrazione o della disoccupazione.

Si va dallo storico Birrificio Messina, che dopo un breve “transito” alla Dreher e all’Heineken, è stato recuperato da 16 dei suoi ex dipendenti; alla cooperativa Girasole di Comacchio, avviata da 15 ex lavoratori (di cui 12 donne) della Servizi Ospedalieri s.p.a che continueranno a fornire servizi di lavanderia agli ospedali e alle cliniche della zona, ampliando il loro raggio di azione anche ai campeggi.

Il libro Se chiudi ti compro (Guerini e Associati), racconta dieci storie di aziende italiane rigenerate dai lavoratori. Un viaggio all’interno di dieci capannoni, destinati alla chiusura. Compresa la più antica azienda rigenerata ancora in attività, la Scalvenzi, in provincia di Brescia: nel luglio del 1982 venne costituita la nuova cooperativa fondata da 22 soci, che versarono 15 milioni di lire a testa.

A salvare i capannoni, come si racconta nel libro, è l’impegno di chi prima era dipendente, e si è reinventato socio. Non si tratta di storie semplici, anzi. Come quella della Zanardi Editoriale di Padova, che stampava per i migliori editori italiani. Nel febbraio del 2014 uno dei titolari, Giorgio Zanardi, si toglie la vita mentre l’azienda è sommersa dai debiti.

Dopo l’analisi dei conti e una lunga riflessione, si decide di dare l’impresa in mano ai lavoratori. Non solo. Spesso per rigenerare le imprese sono necessarie ristrutturazioni che comportano un taglio dei costi, degli stipendi e anche della forza lavoro. Alla Pkarton di Roccavione, ex cartiera Pirinoli, i componenti del consiglio di amministrazione guadagnavano 280mila euro. Oggi i tre componenti del cda non percepiscono nessun compenso.

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Sul numero dei casi di workers buyout promossi nel nostro Paese non ci sono dati univoci. Secondo la mappatura realizzata da Vita, mensile dedicato al mondo non profit, nel 2015 si registravano 69 realtà di workers buyout attive in Italia, dislocate soprattutto nelle regioni del Centro Nord, e in particolare in Toscana ed Emilia Romagna, dove il tessuto cooperativo è molto forte.

Per quanto riguarda i settori, si va dalla grande distribuzione al manifatturiero, passando per le costruzioni. L’Istituto europeo di ricerca sull’impresa cooperativa e sociale (Euricse), in una ricerca del 2015, evidenzia invece che in Italia fino al 31 dicembre 2014 risultano attive 129 imprese rigenerate. Secondo i calcoli di Euricse, dal 1979 al 2014, i casi complessivamente registrati sono 252, di cui 47 si trovano nel Nord-Est, 12 nel Nord-Ovest, 55 nel Centro, 7 nel Sud e 8 nelle Isole.

La maggior parte delle esperienze realizzate riguarda piccole e medie imprese, in cui è più semplice trovare la coesione e l’identità di vedute fondamentali per la rigenerazione. Ma ci sono stati casi che hanno coinvolto anche aziende più grandi. Come la Fenix Pharma, multinazionale del settore farmaceutico, sorta dalla chiusura della Warner Chilcott (ex Procter & Gamble Pharmaceuticals). In questo caso, i dipendenti, per rilevare l’azienda, hanno ridotto i propri emolumenti a mille euro a testa, per i primi 12 mesi e hanno riscosso in anticipo i tre anni di mobilità, reinvestendoli nel capitale della nuova società, assieme al sostegno finanziario di Coopfond e Cfi.

L’unico caso in ambito siderurgico, invece, è quello della Italcables. L’azienda napoletana, in concordato preventivo e dopo due tentativi di messa in vendita andati a vuoto, è risorta attraverso l’impegno degli stessi lavoratori.  

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Tra gli interventi realizzati di recente, merita anche una particolare attenzione il caso della nuova Plastica Sud di Brindisi, progetto promosso da 15 lavoratori di un’impresa confiscata alla criminalità organizzataIl progetto è stato realizzato in collaborazione con l’Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati e ha permesso di definire un modello di intervento adottabile in nuove iniziative, per promuovere il recupero di aziende sottratte alle mafie attraverso la costituzione di cooperative di lavoratori.

Certo, ci sono alcune condizioni che favoriscono il processo di workers bouyout. Fra tutte, spiega Euricse, la dimensione aziendale e la presenza sul territorio di forti reti relazionali. Non è un caso, come detto, che i workers buyout italiani siano prevalentemente piccole e medie imprese, tra cui in particolare aziende da 10 a 49 dipendenti (quasi il 70%), da 50 a 249 dipendenti (poco più del 22%) e con meno di 10 dipendenti (quasi il 7,5%). La dimensione media è quella corrispondente alla piccola impresa, con circa 41 dipendenti.

Se si guarda all’evoluzione del fenomeno, come avvenuto anche all’estero, i casi di aziende rigenerate sono aumentate nei momenti di crescita del tasso di disoccupazione. Le prime esperienze sono state avviate in Italia nei primi anni Ottanta, come reazione all’aumento della disoccupazione causata dai ridimensionamenti e dalle chiusure di imprese soprattutto manifatturiere.

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Si è registrata poi una flessione tra il 2000 e il 2007, associata a un quadro macro-economico nazionale in ripresa, ma anche al temporaneo blocco della legge Marcora. Dopo la riforma del 2001 del testo di legge e in parallelo al nuovo aumento nei tassi di disoccupazione dovuto alla crisi iniziata nel 2008, oggi i casi di workers buyout hanno ripreso a crescere.

Dall’analisi dei casi esistenti in Italia, Euricse ha evidenziato anche un buon tasso di sopravvivenza di queste cooperative, con una vita media di poco inferiore ai 13 anni. Un dato pari alla vita media delle imprese italiane, che è di 13,5 anni. Ben il 35,3% dei workers buyout ha avuto una vita attiva superiore ai 16 anni. E quasi l’85% delle aziende rinate durante il secondo periodo della legge Marcora è ancora attivo.

Insomma, si tratta di una vera politica attiva del lavoro diversa dal classico salvataggio di un’azienda. E che ha ricadute importanti anche sulle casse dello Stato. Come spiegano da Cfi, gli investimenti nelle aziende rigenerate hanno creato un ritorno economico per lo Stato pari a 6,8 volte il capitale impiegato. Una sorta di uovo di Colombo.

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