Le donne vignaiole italiane

Le donne vignaiole italiane

“Sono l’anello centrale di una storia fatta di donne. Tutto ha avuto inizio da mia nonna Giulia, forte come poche, viveva in masseria e si prendeva cura delle pecore, era chiamata la patrona. Ha rappresentato il faro, la guida lungo il mio percorso. Avevo 33 anni, il 10 marzo è nata mia figlia, l’ho chiamata Giulia, dieci giorni dopo è morta la nonna. Ho capito allora che dovevo scrivere una storia nuova. Prima stavo nell’azienda di famiglia che si occupava di estrazione e lavorazione della pietra. La maternità mi ha rimesso in contatto con la mia parte più intima e profonda, alimentando il desiderio di lasciare un mondo migliore alle future generazioni. Così ho preso il coraggio per azzerare la mia vecchia vita e partire da capo con un’azienda tutta nuova”.

Valentina Passalacqua è una delle vignaiole italiane, la new wave di donne imprenditrici che stanno contribuendo a scrivere il presente e il futuro del vino italiano, in un settore da sempre appannaggio degli uomini. Il viaggio sensoriale tra le imprenditrici vitivinicole di successo consta di numerose tappe, da nord a sud, isole comprese. Ma una delle tappe più rappresentative si trova certamente in Puglia, tra gli altipiani a picco sul mare del Gargano.

In casa, anzi tra i filari, di Valentina Passalacqua racconta a Hello!Money com’è nata la sua storia da imprenditrice del vino: “Quando ho costruito la cantina, la parte dell’affinamento è stata la celebrazione della forza della maternità e così ho creato una struttura circolare che evoca il grembo materno: lì evolvono i miei vini, come sono cresciute le mie figlie. Almeno 9 mesi di affinamento in botti grandi, ognuna personalizzata per ogni vino. Una volta nati, i prodotti si esprimono all’esterno e danno vita a vere e proprie famiglie”.

vignaiole

“Ogni nostro vino concettualizza una parola chiave, in questo caso ci sono gli eventi significativi della mia vita che mi hanno portato a ciò che sono oggi, un viaggio in India, momento di grande riflessione, e l’incontro con produttori biodinamici storici, e poi la maternità”.

Si parte dagli Ancestrali, spumanti senza aggiunta di lieviti e zuccheri, forti della rifermentazione del loro stesso mosto. Seguono gli Autobiografici, il “Cosi com’è” e il “Così sono”. Per la famiglia dei Tradizionali, “Bombino” e “Nero di Troia”, 2 vitigni principi di quel territorio adagiato a 200 metri dal livello del mare di fronte alla Montagna del Sole. Ed infine, il Vino di Terra: “Fiano”, “Primitivo” “Negroamaro” e “Rosato nero di Troia”, inni alla biodiversità del Parco del Gargano.

I prodotti di Passalacqua, insomma, hanno un ingrediente segreto che non si può replicare nemmeno tra ampolle e alambicchi del più bravo alchimista, ed è quello spirito materno, marchio di fabbrica, che porta Valentina a trattare ogni singolo prodotto di cantina come un figlio, da seguire in ogni fase della sua crescita.

vignaiole

“Perché per fare un buon prodotto—sostiene—occorre avere un approccio olistico. Ascoltare e rispettare la terra, le stagioni, i cicli astrali, evitando l’invasione incontrollata dell’essere umano”. A 33 anni, Passalacqua ha scelto così di tornare alle origini e produrre un vino vivo e spontaneo come il suo Gargano. E non è un caso se, dopo quel salto nel vuoto e migliaia di carezze ai suoi chicchi succosi, oggi è diventata la regina del Nero di Troia. “Il nostro cru Nero di Troia è stato premiato come vino slow”, spiega.

Il cammino di Valentina è solo iniziato: sogna un agriturismo di camere con vigna e non teme il confronto con i colleghi uomini “La sensibilità delle donne  dà una marcia in più, il nostro essere madri  ci porta a mettere cuore pancia e pazienza in tutto ciò che facciamo, dice a Hello!Money. “Un ottimo vino è tale se racconta un territorio e gli è fedele. Oggi esporto in Russia, Giappone, America, ed è come portare casa mia in giro per il mondo, che poi viene a trovarmi”.

vignaiole

A settecento chilometri in linea d’aria, nella contrada siciliana sui monti Iblei di Fossa di Lupo, il mantra è lo stesso per Arianna Occhipinti: rispettare i tempi e le regole di Madre Natura. Classe ’82, sguardo e occhi che da soli raccontano le origini isolane: “Credo che ci sia un equilibrio, quello della natura, da rispettare in ogni gesto: dalla coltivazione e dalla potatura, fino alla lavorazione del frutto. E il primo gesto che ho imparato facendo vino è stato accettare. Accettare la diversità dei suoli, dell’inclinazione del terreno, dell’altitudine, e l’originalità di un vigneto. Accettare vuol dire rispettare”.

Nel suo percorso trovi curve e strade piane, muretti a secco e sole forte, la canicola dei pomeriggi d’estate e i sapori forti e decisi di una terra straordinaria. Celebrata nel gusto di ogni vino, come nel nome.“Il vino è entrato nella mia vita all’età di 17/18 anni: fu proprio mio zio Giusto che a quell’età mi suggerì l’idea di studiare viticoltura ed enologia a Milano e due settimane dopo non pensavo ad altro”, ricorda Arianna.

“Credo sia importante scoprire nuovi luoghi e aprire la mente a quell’età. Proprio la vicinanza con realtà piccole che ho avuto modo di visitare in quel periodo mi hanno stimolato a cominciare a fare vino. Iniziavo a realizzare quanto il mio territorio fosse particolare con le sue terre calcaree. Queste cose quando sei particolarmente giovane non le apprezzi se ci sei dentro ed hai bisogno di vederle dall’esterno e come capita spesso, da lontano per capire quanto preziosi siano i propri luoghi. Per cui finita l’università sono rientrata e ho affittato un ettaro di vigneto a Vittoria. Territorio del Cerasuolo di Vittoria e di uve autoctone come il Frappato e il Nero d’Avola”.

unnamed

Una decisione come la sua ha un carattere insolito, tanto più se ci si deve confronto con un universo maschile. Jeans, t-shirt e forza da spostare le maree, una guerriera dalle movenze gentili. “Ricordo che all’inizio del mio percorso mi facevo aiutare saltuariamente da due signori del luogo che da sempre avevano lavorato la terra e la vigna. Insolito per loro era vedere una giovane donna tornare in questi luoghi e decidere di diventare un agricoltore, un vignaiolo.E stata un’esperienza unica che mi ha formato parecchio. Stando a contatto con loro e con la terra, ho ritrovato le mie origini ed ho scoperto qualcosa di nuovo: il valore autentico dell’agricoltura”.

“Quando si parla di agricoltura naturale e sostenibile si possono formulare tante ipotesi ma alla fine è la stagione a dettare il passo e le regole del gioco”, continua l’imprenditrice siciliana. “Credo che i vini che debbano veramente raccontare un territorio, una particolare annata e un terreno oltre ad un vitigno, debbano essere trasformati nel modo più naturale possibile. Non possiamo pensare di fare vini sinceri e buoni se poi li modifichiamo. Il mio vino è un vino di territorio poiché racconta un luogo come Vittoria: la sua roccia calcarea, il vento di maestrale, il sole cocente dell’estate. È anche un vino umano perché racconta una scelta umana, di vita a contatto con la terra e di agricoltura”. 

Essere un vignaiolo oggi comporta l’affrontare tante sfide ma ricevere anche tante soddisfazioni. “Senza dubbio l’aver potuto comunicare ad un numero maggiore di persone la mia storia ed i miei luoghi, facendolo con onestà e orgoglio è stata per me un motivo di crescita. Credo che, parlando al femminile, le vignaiole abbiano una sensibilità materna per quello che è il loro territorio e il proprio lavoro. Sento l’azienda come una figlia, la accudisco, la sprono e la coccolo quando serve. Le difficoltà purtroppo sono insite nel rischio di fare qualcosa di proprio partendo dalle proprie mani, dalla propria esperienza. Nulla che una buona dose di coraggio, volontà e ambizione non possano superare”.

Foto per gentile concessione delle intervistate.