Buoni e cattivi capi: manuale di sopravvivenza

Buoni e cattivi capi: manuale di sopravvivenza

“L’inferno sono gli altri” diceva Sartre. E in ambito lavorativo un buon (o cattivo) capo può davvero fare la differenza per chi lavora. Secondo un sondaggio di TinyPulse, sito di consulenza per il miglioramento della gestione manageriale in azienda, la seconda risposta più popolare alla domanda “cosa cambiereste del vostro lavoro?” è stata proprio “Il mio capo”.

Di recente anche la società di ricerca Gallup ha pubblicato due studi in cui emerge che circa il 50% degli impiegati che ha cambiato lavoro lo ha fatto per allontanarsi dal proprio capo, mentre  un secondo sondaggio evidenzia come il 51% dei lavoratori disengaged (ovvero quelli a cui non solo non importa più del proprio lavoro, ma che riflettono la loro insoddisfazione sul lavoro dei colleghi, rovinandone gli sforzi) licenzierebbe il proprio capo, mentre tra i lavoratori engaged (quelli cioè che lavorano con passione e si sentono profondamente legati alla compagnia) la percentuale crolla al 6%.

Cosa rende un capo un “buon capo”

Secondo lo studio sopra citato, la metà degli impiegati che licenzierebbe il proprio capo sente che a quest’ultimo non importa di loro in quanto persona. Al contrario, la metà degli impiegati che salverebbe il proprio capo crede di avere con questo un legame forte e positivo, cruciale per il proprio successo lavorativo. Secondo la consulente d’impresa Chinsky Matuson, un buon capo deve possedere tre qualità per attirare dipendenti, clienti e successo: autenticità, visione e altruismo.

Autenticità nel senso di essere fedele a sé stesso e onesto nel rapportarsi con gli altri, mantenendo la stessa linea indipendentemente da chi si trovi davanti. Avere visione aiuta a pianificare a lungo termine, rimanendo sempre aperti a suggerimenti e nuove soluzioni, senza fossilizzarsi nel presente.

Infine, un buon capo dovrebbe dare ai suoi dipendenti più di quanto riceve, per capirli meglio e aiutarli nei compiti quotidiani. Era questo il cuore del “modello Olivetti”, dove esisteva “una grande rete di solidarietà̀ che era in grado di sostenere le persone quando queste si trovavano in difficoltà”.

Un buon capo insomma è una persona giusta nei rapporti personali e lavorativi all’interno dell’ufficio, sa spronare i propri dipendenti, ma anche ricompensarli e valorizzarli evitando che diventino disengaged e si presentino ogni giorno solo per timbrare il cartellino.

In questo caso si parlava di superiori immediatamente diretti o comunque a contatto con i propri sottoposti, ma quanto detto sopra si applica anche a presidenti e proprietari: anche questi ultimi dovrebbero possedere le tre qualità sopra elencate, senza dimenticare che un loro intervento può incidere profondamente nella qualità della vita dei dipendenti.

Da Ford a Google: esempi illuminati

L’idea che un’azienda migliore (e più redditizia) vada di pari passo con la soddisfazione dei suoi dipendenti non è certo nuova: già nel 1914, Henry Ford raddoppiò il salario minimo dei suoi operai (da 2,34$ a 5$ al giorno), riducendo la giornata lavorativa da 9 a 8 ore.

Questa mossa significava per lui acquistare un migliore lavoro dai suoi operai, rendendoli più legati all’azienda (era ed è ancora facile diventare disengaged lavorando in catena di montaggio) e creando al tempo stesso un mercato di consumo solido visto che “proprietario, impiegati e consumatori sono la stessa cosa […]. I propri impiegati dovrebbero essere i migliori acquirenti dei propri prodotti.”

Questo scriveva proprio Ford nel 1926 e, a quasi cento anni di distanza, sembra che questa lezione debba ancora essere imparata—anche se recentemente sono nate discussioni e sono stati tentati esperimenti per migliorare le condizioni lavorative. Uno di questi è la giornata lavorativa ridotta: si lavora sei ore, ma più concentrati e sembra che la felicità dei dipendenti ne guadagni.

Oggi, nell’epoca dell’incertezza lavorativa, è importante anche saper conservare i propri talenti, per questo sempre più aziende cercano di aiutare i dipendenti nella propria vita privata e in particolare nei momenti più difficili: ad esempio in occasione della nascita di un figlio.

Uno studio di Panorama ha dimostrato che le aziende che offrono servizi per aiutare neo-mamme e neo-papà ne guadagnano: intanto, nelle loro fila aumenta la presenza di personale femminile, che riesce così a meglio conciliare casa e lavoro.

Tra i servizi più necessari spiccano l’asilo nido aziendale e la possibilità di svolgere flessibilmente il proprio lavoro, magari ritagliandosi dei momenti in cui si lavora a distanza.

Capi non ci si improvvisa e si può sempre imparare: l’importante è saper conciliare il bene dell’azienda con quello delle persone che ci lavorano e ne fanno la ricchezza.

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Come sopravvivere a un cattivo capo

Nel caso in cui questo non succeda ci sono alcune strategie che possono essere utilizzate prima di gettare la spugna. Abbiamo visto come rapporti equilibrati possono essere la chiave per crescere professionalmente e per lavorare in maniera efficiente, ottenendo una certa soddisfazione sul luogo di lavoro. Nel caso in cui questa relazione non si venga a creare, anzi se ne venga a creare una negativa, ci sono alcune strategie che potrebbero risolvere la situazione.

Il primo passo è sicuramente il controllo delle proprie emozioni e del risentimento: non lasciare che pregiudichino eventuali tentativi di riconciliazione. Per fare questo è importante rimanere sempre professionali, anche di fronte a scenate o peggio ancora insulti ed evitare sfoghi e gossip all’interno dell’ufficio, cosa che rischia di creare un clima di sospetto e tensione.

Invece di lamentarti, è più utile provare a imparare a conoscere il tuo capo: quali sono le sue debolezze, i suoi punti di forza e le sue “fissazioni” (se preferisce i documenti in un certo modo, allora meglio adattarsi) e soprattutto è fondamentale scegliere bene le tue battaglie.

Purtroppo, quando ci si ritrova a dover “combattere” dal basso, una carica a testa bassa potrebbe non essere la migliore soluzione. Invece, imparando a conoscere lo stile di guida del proprio manager, potrai anticipare eventuali critiche, presentare il tuo lavoro in una luce positiva e cercare di instaurare un dialogo, per capire quali potrebbero essere delle opzioni per continuare a crescere nell’azienda. Inoltre, è possibile mettere delle pezze a queste debolezze, aiutando così il clima generale del tuo luogo di lavoro (dopotutto si lavora spesso in squadra!).

Se il dialogo non dovesse funzionare, il consiglio più fornito da vari esperti è di trattare il tuo capo come un bambino capriccioso, ovvero continuare a fare il proprio lavoro senza scendere al suo livello.

In casi estremi, conviene documentare le interazioni negative, in modo da poter, nel caso, dimostrare la tua buona fede e controbattere a eventuali accuse. In questi casi, è meglio rivolgersi alle risorse umane o ai tuoi rappresentanti, sapendo però che il tuo capo potrebbe esserne informato: dovrai quindi prepararti a continuare il tuo lavoro in un clima ostile. Senza dimenticare che se tutte queste tattiche falliscono, è sempre possibile cambiare lavoro.

Immagini | Copertina di Cowork Klitmøller| Foto 1 modificata in b&n di Manuel Schmalstieg