Perché il Medio Oriente sta investendo nei progetti green

Perché il Medio Oriente sta investendo nei progetti green

Il mondo sta diventando più verde? Sembra di sì, anche se molto lentamente. L’anno scorso gli investimenti mondiali nelle energie rinnovabili hanno sfiorato i 330 miliardi di dollari, il massimo mai registrato. Un mese fa Stati Uniti e Cina, i due maggiori produttori di gas serra del pianeta, hanno finalmente ratificato l’accordo di Parigi sul clima. E secondo l’americana Energy Information Administration, nel 2040 quasi il 30% dell’elettricità mondiale sarà generato da fonti rinnovabili.

Insomma, la consapevolezza di dover proteggere l’ambiente sta crescendo in tutto il mondo, portando con sé nuove opportunità di business. Basti pensare che un anno fa, un esperto uomo d’affari come Bill Gates ha annunciato  di voler investire 2 miliardi di dollari nel green tech per i prossimi 5 anni.

Ma il trend sembrano averlo annusato pure i paesi del Golfo, le cui entrate dipendono quasi esclusivamente dall’export di gas e petrolio, e che proprio per questo motivo negli ultimi anni se la sono vista brutta. Secondo il Fondo monetario internazionale, solo l’anno scorso i paesi esportatori della regione MENA (Middle East and North Africa), inclusi i paesi del Golfo, hanno perso quasi 400 miliardi di dollari a causa dei bassi prezzi del greggio. Per la prima volta gli sceicchi si sono visti costretti a lanciare una “spending review” per evitare di far lievitare la spesa pubblica e prosciugare le riserve di valuta straniera.

Non che rischino di ritrovarsi senza idrocarburi: il sottosuolo della sola Arabia Saudita custodisce circa un quinto delle riserve mondiali di petrolio. In fondo però, l’età della pietra non si è conclusa per mancanza di pietre, ed è difficile pensare a un posto migliore del deserto arabico per piazzare distese di pannelli solari. Proprio Riyad, ad esempio, ha annunciato di voler arrivare a coprire oltre il 20% dei suoi bisogni energetici con l’energia solare entro il 2032. E il colosso saudita Advanced Water Technologies sta costruendo il maggior impianto di desalinizzazione a energia solare del mondo ad Al Khafji, una cittadina al confine col Kuwait. L’impianto dovrebbe essere completato l’anno prossimo, e produrrà 60mila metri cubici di acqua potabile al giorno, sufficienti per rispondere ai bisogni di circa 150mila persone.

Anche dagli Emirati Arabi Uniti arrivano “annunci green”: Dubai punta a ricavare il 5% del suo fabbisogno energetico da fonti rinnovabili entro il 2030, Abu Dhabi il 7% entro il 2020. Da parte sua, il Kuwait ha varato un piano da vari miliardi di dollari per raggiungere la quota del 30% di energia prodotta da fonti rinnovabili entro il 2030, e insieme al gruppo spagnolo TSK sta costruendo un grande impianto fotovoltaico a un centinaio di chilometri dalla capitale.

Intanto il sultanato dell’Oman pianifica la costruzione di un impianto eolico sull’isola di Masirah, mentre nel deserto del sud del paese sta realizzando Miraah, il più grande impianto fotovoltaico del mondo. E ancora, il Qatar ha annunciato di voler coprire il 16% della sua produzione totale di elettricità con l’energia solare entro il 2020. Nel complesso, il Gulf Cooperation Council (il club dei paesi del Golfo ricchi) prevede di investire 100 miliardi di dollari nelle energie rinnovabili nell’arco dei prossimi 20 anni.

Ma tra gli annunci e le velleità spuntano anche alcuni fallimenti. Primo fra tutti Masdar, l’ambiziosissimo progetto concepito dal principe Mohammed bin Zayed al-Nahyan. “Masdar” in arabo significa fonte, e in effetti Masdar City avrebbe dovuto essere una città alimentata esclusivamente da energie rinnovabili, solare in testa, a zero emissioni di biossido di carbonio. Col primo mattone posato nel 2006, l’inaugurazione era stata programmata proprio quest’anno. Invece, secondo un’inchiesta del Guardian, non solo ad oggi ne sarebbe stato costruito solo il 5%.

Colpa della crisi economica globale scoppiata nel 2008, che avrebbe scoraggiato molti investitori un tempo pronti a scommettere sul progetto, e poi dei bassi prezzi del petrolio degli ultimi due anni, che hanno spinto gli emiri di Abu Dhabi a procedere con più calma. Tanto che l’inaugurazione della città è stata rinviata fino al 2030. Inoltre, sempre secondo l’inchiesta del Guardian, le autorità avrebbero anche ammesso che l’obiettivo delle emissioni zero non verrà raggiunto, neanche se la città dovesse essere effettivamente terminata. Una fine a dir poco ingloriosa per un progetto da circa 22 miliardi di dollari.

Immagine di Jens Oliver Meiert via Unsplash