Il mondo del circo tra un passato glorioso e le difficili sfide del futuro

Il mondo del circo tra un passato glorioso e le difficili sfide del futuro

Una distesa di sabbia, un tendone circolare, musiche che paiono uscite dai carretti della fortuna che giravano le feste di paese, luci a giorno, lustrini, nasi rossi e l’odore dei popcorn e zucchero filato che si trova solo qui e in nessun altro posto del mondo. In una parola: fascino.

Carrozzone animato, sospeso come per magia in una dimensione onirica, il circo ha origini che si perdono nella notte dei tempi. Dalle corse dei cavalli aggiogati a carri a due ruote—prime testimonianze di circo che risalgono alla Grecia pre-cristiana—fino ai giorni nostri, lo spettacolo più antico del mondo è cambiato, cavalcando mode e tempi. Unica caratteristica immutata: la capacità di ammaliare grandi e piccoli, regalando sogni e meraviglia.  

Le origini del circo: tra storia e mito

Di circo si parlava già nell’Iliade, e allora come adesso lo spettacolo era l’unica valvola di sfogo dalla quotidianità, un momento di pathos e leggerezza per evadere dai problemi e respirare guardando l’arena in fiamme. “[Populus] duas tantum res anxius optat panem et circenses, il popolo due sole cose ansiosamente desidera: pane e giochi circensi, scriveva in epoca romana il poeta Giovenale, per indicare quanto pane e circo fossero per le persone comuni aspirazioni quotidiane, ingredienti fondamentali per tirare fino alla fine la giornata.

Per il circo, questa era l’epoca di aurighi, corridori e bestiari, reclutati spesso tra i giovani nobili per regalare spettacoli nel Circo Massimo prima e nel Circo di Costantinopoli poi. Roma, Alessandria, Catania,  Milano,  Aquileia, Antiochia furono le prime città ad avere un circo, una sede fissa all’aperto, prima che lo spettacolo divenisse un carrozzone viaggiante senza fissa dimora se non negli occhi e nella memoria degli spettatori.

Questo nuovo genere itinerante di rappresentazione circense, passando attraverso piccoli cambiamenti spalmati nei secoli, arrivò molto dopo, tra il 1700 e il 1800, prima col Circo Astley il cui fondatore, Philip, è riconosciuto come l’ideatore del circo moderno, e come colui che ha portato alla ribalta la figura melanconica del clown, espressione esasperata di difetti e goffaggini umane.

Poi arrivò il Circo Barnum. Era il 1900 quando Phineas Taylor Barnum con i suoi animali e i Fratelli Ringling, unirono i loro spettacoli viaggianti creando un pezzo di storia made in Usa, che per oltre 100 anni, fino alla sua chiusura lo scorso 21 maggio 2017, ha messo in scena lo stupore attraverso le capacità di centinaia di artisti e le esibizioni di altrettanti animali, primo fra tutti l’elefante Dumbo, vestito da pagliaccio, zimbello dei suoi simili e dei ragazzi più monelli.

Intanto in Italia, si impastava l’epopea di una famiglia circense che ancora oggi porta avanti la tradizione, resistendo alla crisi e ai cambi generazionali. Storia e leggenda insieme narrano che, nel 1820, nacque Paolo Orfei, capostipite di una “dinastia specializzata nella produzione di emozioni. Si racconta che Paolo, sacerdote di Massalombarda, preferì alla vocazione la strada del saltimbanco. Il primo vero circo Orfei, però, nacque qualche anno più tardi, grazie a suo figlio Ferdinando.

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Cosa rimane del circo oggi?

Così come il circo delle arene romane fu raccontato con una corsa di quadrighe divenuta un cult, nel film “Ben-Hur del 1959, con Charlton Heston, i tendoni dell’arte circense ispirarono la tormentata storia d’amore sul trapezio de Il più grande spettacolo del mondo, film del 1952 diretto da Cecil B. DeMille, cui partecipò anche il personale del Ringling Bros. e Barnum & Bailey Circus

Quadri di poesia amara, tra lustrini, cerone e forza bruta, furono appesi invece nella storia della cinematografia italiana da Federico Fellini, con La Strada. Pellicola di pregio, in grado di raccontare in punta di ciak il mondo degli artisti girovaghi, nel volto di Anthony Quinn-Zampanò e Giulietta Masina-Gelsomina.

L’arte circense ha toccato secante nel tempo cinema, teatro, musica, costume. Fonte d’ispirazione per altri artisti, e banco di prova per riscoprire, in ognuno di noi, il senso della meraviglia. Tra il vecchio e il nuovo, l’orizzonte del circo contemporaneo ha trovato poi consacrazione nel canadese Cirque du Soleil.

Ma ora quel mondo vive la crisi, non ci sono più file al botteghino, tablet e smartphone sono compagni senz’anima che hanno scalzato Pierrot e Dumbo, sempre meno animali in gabbia e, in Italia, un disegno di legge in bilico, in attesa di definirne il futuro prossimo.

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I numeri del circo in Italia

A febbraio scorso il Censis, in collaborazione con la LAV, ha realizzato il primo studio sul settore circense mai realizzato in Italia, analizzando lo stato dell’arte e l’impatto di carattere occupazionale ed economico che avrebbe avuto l’approvazione del Disegno di legge sulla riforma dello spettacolo.

Secondo il rapporto, il settore circense mostra su scala nazionale una marcata flessione del numero di spettacoli: -10,9% (dal 2010 al 2015 il numero è sceso da 17.100 a 15.242). Il numero di partecipanti, seppure in modo minore, registra anch’esso dal 2010 al 2015 una riduzione del -5,1% passando da 1.155.182 a 1.096.695.  

L’analisi della distribuzione della spesa al botteghino nelle regioni italiane mostra una crisi diffusa: –58,8% al Nord Est, -45,2% al Centro, -13% al Sud e Isole, calcolando la variazione percentuale per macro-area nel 2015 rispetto al 2010. Ancora più clamorose le percentuali con segno negativo regione per regione:

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Gli unici valori positivi si registrano in Piemonte (+2,5%), Trentino Alto Adige (+13%), Molise (+96,8%), Calabria (+79,8%), Lombardia (+583,7%). In Lombardia, tuttavia, ha inciso molto un evento eccezionale come Expo 2015, che ha fortemente valorizzato il circo contemporaneo, anche grazie ad una riuscita collaborazione con il Cirque du Soleil

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Sul fronte finanziamenti ed erogazioni pubbliche, l’entità dei contributi destinati alle sole attività circensi, se si confronta l’ammontare del 2015 con quello del 2010, è caratterizzata da una diminuzione del -9,3%. Ma il dato così esposto non tiene in considerazione l’andamento altalenante riscontrato soprattutto dal 2011 al 2013.

La prima evidenza è il drastico calo dei contributi relativi all’attività circense e circo contemporaneo in Italia, che ha visto diminuire sia l’ammontare erogato sia il numero di domande accolte. In questo scenario di crisi di sistema si inserisce una importante, e molto dibattuta, riforma, ora in attesa dell’esame definitivo da parte della Camera.

A fine settembre infatti, il Senato ha approvato il ddl spettacolo con 121 voti a favore, 12 contrari e 73 astenuti, scontentando di fatto gli animalisti, che chiedevano la graduale eliminazione degli intrattenimenti circensi con animali (come previsto dal testo iniziale). In questa fase dell’iter, invece, il termine “eliminazione” è stato sostituito da “superamento”, creando non pochi mal di pancia tra quanti si sono battuti per giungere alla definitiva eliminazione degli animali dall’elenco dei numeri degli spettacoli viaggianti.

Dettaglio assegnazioni in migliaia di euro del Fondo Unico per lo Spettacolo (FUS) per le attività circensi (1) e numero assegnazioni per attività, 2010-2015 (v.a.)

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“Il nostro Paese ha una tradizione circense che da molti anni si scontra con la sempre più convinta sensibilità collettiva verso gli animali e verso le loro condizioni di vita nei circhi, a cominciare dal rispetto dei più elementari bisogni etologici—afferma (anche qui mettiamo link su parola rilevante) la LAV—Sensibilità e scelte che spiegano la forte disaffezione del pubblico verso gli spettacoli con animali.Animali e circo

L’impiego di circa 2mila animali, non condivisibile da un punto di vista etico, ha un costo rilevante in termini di mantenimento, cura e trasporto, oltre che implicazioni davvero discutibili sul piano educativo.” Di recente, anche la Federazione dei Veterinari Europei, inclusi quelli italiani, ha chiesto “di proibire l’utilizzo di mammiferi esotici nei circhi in quanto non vi è affatto la possibilità che le loro esigenze fisiologiche, mentali e sociali, possano essere adeguatamente soddisfatte”. Così, anche nelle preferenze del pubblico, il circo contemporaneo senza animali scalza man mano quello tradizionale.

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Ma le risultanze della discussione del ddl in Senato sparigliano le carte e raccontano un futuro imminente diverso: gli animali che sono attualmente nei circhi restano. Scompariranno man mano, in maniera naturale, e solo allora si avrà il passaggio effettivo e definitivo dal circo tradizionale con fiere dietro le sbarre, a quello contemporaneo dove si esibiscono solo esseri umani. Intanto è vero che sempre più Paesi in UE e nel mondo vietano o limitano l’utilizzo di animali negli spettacoli.

“Mentre l’Italia è purtroppo ferma a una norma di 45 anni fa, la Legge n.337 del 1968 che consente l’uso di tutti gli animali nei circhi, moltissimi Stati dell’Unione Europea e del mondo hanno già proibito totalmente o parzialmente l’uso di animali nei circhi e/o in qualunque forma di spettacolo. Su 28 Stati dell’Unione Europea, più della metà hanno già introdotto legislazioni in materia. A livello internazionale, l’ultimo paese ad introdurre una proibizione all’uso di animali esotici nei circhi è stato il Messico nel gennaio del 2015”.

Divieti all’utilizzo di alcune o tutte le specie animali nei circhi in Europa e nel mondo

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“Sono nato nel circo, sono figlio e nipote di circense, così anche i miei ragazzi. Non potrei fare altro, non lo vedo possibile”. Lino Orfei, 59 anni e un cognome importante, è figlio di Amedeo, cugino di Moira Orfei “degli elefanti”. Negli occhi il tramonto di un’epoca diversa, in gran parte superata, tra nostalgia e futuro, nelle mani la voglia di fare immutata, un affare da dna quasi.Vita circense

“Perché qui non c’è tempo da perdere, c’è poco da fare i romantici, si deve trottare. Trovare l’area di sosta, parlare con le amministrazioni che ci ospitano, pagare le tasse e la luce e tutto il resto, garantire il pane a tutta la gente che lavora tra spettacolo e manutenzione e montaggio, prevedere le nuove tappe”, dice Lino Orfei a Hello!Money. “Andare, si deve andare…e io mi occupo di tutto questo. Un tempo lavoravo negli spettacoli in prima persona, adesso tranne poche comparse, sbroglio matasse e gestisco rogne. Ma sono un Orfei vero, nessun prestanome, come accade spesso in questo ambiente. Il circo che porto avanti, tra mille difficoltà, ha il nome di mio padre Amedeo, Orfei purosangue”.

Una famiglia cresciuta a pane e circo, per citare Giovenale. I suoi ragazzi, Michael, Alex, Ivan, Perla, mandano avanti lo spettacolo di due ore destreggiandosi tra leoni, cavalli, clave, palline, trapezi, scatole in bilico e risate dolceamare come da canovaccio per ogni clown che si rispetti.

In italia vogliono farlo morire, il circo, questa storia degli animali è diventata un’ossessione. Da 40 anni sono insieme al mio elefante Dumbo, ci parlo, ci gioco come fosse una persona. Ancora adesso scendiamo in pista per il numero del barbiere, io e lui. Se lo perdessi perderei un pezzo di cuore,” sostiene ancora Lino Orfei.

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 “Vent’anni fa hanno tolto gli scimpanzé a noi circensi, noi ne avevamo due e c’era anche un orango. Li curavamo, erano ghiotti di latte, tre ‘persone’ di famiglia. Ora, se i miei animali vanno a stare meglio di come stanno con noi, posso anche lasciarli andare, ma il più delle volte queste bestie muoiono perché non sono più nell’habitat in cui sono nate e cresciute”.

Tra roulotte, auto e pista dell’Amedeo Orfei, si muovono trenta persone. Poi ci sono gli animali: tre dromedari, i pony, un cavallo d’alta scuola, le zebre, un elefante e quattro leoni seguiti dalla domatrice Perla—una virago dalla voce ferma e decisa.

Ci parla, con le sue fiere, proprio come faceva un tempo con i cavalli. Non farebbe loro del male per nessuna ragione al mondo”, continua Lino Orfei. “Viviamo con gli animali e per gli animali, basti pensare che in famiglia sono entrati di diritto tre cani e tre gatti trovati per strada, durante il nostro viaggio senza sosta”.

Italiani gli Orfei, “eppure in Italia non ci sentiamo a casa. Non siamo trattati bene, né noi né i colleghi. Lavoriamo molto meglio in Spagna, Francia, Svizzera e Tunisia. Basti pensare che in molti comuni italiani manca l’area, che invece dovrebbe essere garantita, per ospitare spettacoli viaggianti. Allora dobbiamo rivolgerci a privati e affittare le loro proprietà all’aperto. È dura ma resterò in Italia, perché è qui che son nato. La conosco tutta, in lungo e in largo”.

Una vita in bilico, quella dei circensi. Declinata al presente, l’unico tempo certe. Un cammino sospeso su una corda tesa tra due capi opposti, domani si vedrà.

“Quando ero giovanotto ero contento di essere un circense  perché in un condominio l’antipatico te lo godi sempre, noi invece no. Siamo liberi, marinai, montiamo la nostra struttura, speriamo di lavorare, viviamo l’incerto”, racconta Lino orfei. “Gli amori nascono anch’essi per caso, tanti circensi hanno la donna che non fa parte del loro giro, spesso conosciuta durante gli spettacoli. Oppure accade il contrario. Mia zia ad esempio, sorella di mio papà, ha sposato uno di Empoli che commerciava auto ed è andata via con lui. Da giovani, invece, abbiamo un amore in ogni porto’”.

Poi quella che da sempre è stata chiamata la magia del circo, quel non so che in grado di rendere ogni giorno diverso, una sfida per la sopravvivenza. Un piatto che può riempirsi o restare vuoto, un brivido che scandisce l’avvicendarsi dei giorni.

La cosa più bella è che vada tutto bene, che lo spettacolo piaccia, che nessuno si faccia male. Si studia l’arte a scuola o sotto al cielo, alcuni frequentano l’accademia circense a Verona, oppure imparano per strada, seguiti da un maestro. Occorrono attività fisica, allenamento ma soprattutto forza di volontà e costanza”, specifica Lino Orfei. “La mattina si prova, si organizza, si smonta e si riparte, è una catena di montaggio. Un giorno per montare e poi si debutta. Teniamo prezzi bassi perché la gente non può più permettersi grandi spese. L’emozione però, nonostante crisi e difficoltà, è sempre la stessa. In un anno da Nord a Sud, giriamo almeno 40 città in Italia. Siamo cittadini di ogni luogo”.

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Il circo nel Mondo Nuovo

Qual è allora il futuro del circo nel mondo nuovo? Là dove vita vera e gioco ed esperienze s’incontrano e convivono, come accade al circo, “la tendenza ad estremizzare è abbastanza frequente e sempre in ogni caso espone ad errori”. Lo sostiene Nicola Paparella, docente universitario, saggista ed esperto di fenomeni sociali.

Il circo non è solo animali, non è solo spettacolo. “Va detto subito, il circo è anche il luogo in cui i bimbi si confrontano con il mistero, col meraviglioso, con ciò che crea stupore”, spiega Paparella a Hello!Money. “È soprattutto esperienza dello stupore, intanto per i più piccoli ma anche per gli adulti, che ne avvertono il fascino allo stesso modo”.

Attraverso le gabbie si vedono fiere ammaestrate che in contesti normali è difficile avere così vicino “ma la verità è che nello spettacolo circense, soprattutto l’adulto si confronta col limite, con il gioco dell’apparire, con ciò che determina stupore e meraviglia, sostiene Paparella. “Se il circo oggi non ha l’appeal e il pubblico di epoche passate è perché non è stato, negli ultimi tempi, ciò che avrebbe potuto e dovuto essere. Quando ad esempio, un circo si ferma a svernare in un paese e apre le sue porte al pubblico affinché partecipi ai momenti di allenamento, sostanzialmente sta mostrando l’altra faccia di sé stesso”.

Osservazione che trova un riscontro interessante: “In alcune zone d’Italia esistono associazioni, club, palestre, che progettano e realizzano momenti di gioco e addestramento al circo, non hanno nulla a che vedere con l’attività circense originariamente intesa ma accolgono bimbi, giovani, perché imparino a camminare su assi d’equilibrio, diventino clown, usino il trapezio. Dovremmo riflettere sul fatto che per un verso la gente non va al circo, per l’altro stanno nascendo scuole di clown e addirittura il sorriso e i modi gentili e burloni del pagliaccio, sono cura in contesti delicati, come testimonia il successo della clown terapia. È evidente che il circo, inteso come spettacolo viaggiante, è invitato a riflettere su se stesso per capire come possa sollecitare lo stupore e la meraviglia in coloro che oggi si divertono sempre più con i videogames”.

La diffusione delle nuove tecnologie, specie quelli digitali legati a pc e smartphone, ruba tempo, disponibilità, attenzione, a forme più tradizionali di intrattenimento. Difficile dire se l’una si può preferire all’altra, se innovazione spinta e tradizione lontana possono convivere.

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“Nella concorrenza tra universo digitale ed esperienza diretta si smarrisce la partecipazione emozionale della persona. Probabilmente oggi il punto non è se prevalga l’attività ludica dei media o il circo, si tratta di capire se per caso, in questo gioco concorrenziale non si vada a smarrire la riflessione personale sull’universo emozionale dell’individuo”, sostiene ancora Paparella. “È il gioco delle emozioni che si sta paurosamente mascherando, erodendo, per poi spuntare all’improvviso nel gesto eclatante che non dà alimento all’emozione, ma appena uno sfogo alla pulsione. Questo è socialmente inaccettabile e distruttivo per la persona. Un’ora al circo, tra odore di pop-corn, nasi rossi e saltimbanchi potrebbe aiutarci a recuperare ciò che stiamo perdendo”.

Ecco insomma lo stato del circo. Da un lato i numeri, i dati, freddi, incontrovertibili, e il tempo che passa con le mode che cambiano. Dall’altro il romanticismo di cui il circo, quello di una volta, è ammantato. Quello che ha portato questa realtà, pur sognante, sui pentagrammi di cantautori come Francesco De Gregori. La sua “Donna Cannone del 1983 prese infatti spunto da un vecchio trafiletto di giornale dal titolo La donna cannone molla tutti e se ne va, che raccontava di un circo rimasto orfano della sua artista, andata via per inseguire l’amore della sua vita.

Quel trafiletto recitava: “Siamo agli inizi del Novecento, in uno di quei capannoni destinati ai circensi. In uno di quegli attimi morti, mentre la gente va via dal circo, mentre gli artisti riposano le stanche membra, due occhi si incrociano… Due anime sentono di doversi amare.. ma la regola lo vieta. Non avrebbero potuto esaudire il loro puro desiderio di condividere le proprie emozioni con l’altro perché ‘le regole del circo’ non consentivano. Così la donna cannone, quell’enorme mistero, volò…”

Fabiana Pacella 

Immagini via Facebook e WikipediaLe tabelle e i grafici sono tratti da “I CIRCHI IN ITALIA – Ricerca per l’accompagnamento di una riforma“.