È in provincia di Bologna la prima città Italiana che vuole diventare completamente verde

È in provincia di Bologna la prima città Italiana che vuole diventare completamente verde

A dieci anni dalla fondazione della prima Transition Town italiana, siamo andati a Monteveglio (Bologna), il primo comune italiano (e il primo nell’Europa continentale) a veder nascere una iniziativa di “transizione” verso un futuro “oil free”.

L’idea che sta dietro alle Transition Town, la si può riassumere così: se pensi che la politica arrivi sempre troppo tardi su questioni ambientali e di rinnovamento energetico, cerca di rifondare una comunità e darti da fare con chi c’è. Come? Preparandoti, studiando a fondo lo scenario, e poi cercando soluzioni. 

A Monteveglio l’integrazione della transizione nelle politiche locali è avvenuta in maniera formale e dichiarata: è uno dei primi posti al mondo in cui l’amministrazione locale ha stretto una partnership strategica con il movimento cercando di sposare i principi e condividere i progetti. Il risultato lo vedremo a breve, ma è ancora da venire—se si pensa che l’esistenza di Monteveglio ha aperto la strada a idee come l’Oil Free Zone, aree in cui non vengono usati combustibili fossili, nella nostra normativa nazionale (Legge 221/2015).

Da quando nel 2006 Rob Hopkins fondò la prima Transition Town, Totnes in Devon (GB), il movimento ha raggiunto più di 50 paesi, e sono circa 2000 le TT nel mondo. “In questo caso non è la quantità che conta, perché sono pochissimi i punti di questa rete in cui si generano cose significative, ma quelle sono così significative da poter produrre grandi conseguenze”. A parlare a Hello!World è Cristiano Bottone, cofondatore del movimento transizionista italiano, che dalla sua postazione decentrata in Emilia Romagna è oggi nel nostro paese una delle persone più attive e preparate sui temi della riduzione del consumo energetico, educazione ambientale ed economia circolare.

Bottone è un po’ più di un “fondatore di comunità”, è piuttosto un rivoluzionario travestito da impiegato e un pensatore olistico, un omeopata dell’eco-sostenibilità: “Le proposte ecologiche sono spesso piccole soluzioni sintomatiche che possono anche avere una loro utilità a risolvere i sintomi, ma non tengono conto dei sistemi complessi”.

Se oggi a Monteveglio c’è l’unica scuola italiana riscaldata unicamente a pannelli solari e i bambini delle elementari sanno che cos’è l’energia grigia o il paradosso di Jevons; se tutte le utenze elettriche pubbliche del Comune usano energia certificata (quindi virtualmente da fonti rinnovabili); se qui sono nati  gli esperimenti che poi hanno ispirato il primo CSA (Community Supported Agriculture) di Bologna, una cooperativa agricola in cui i soci condividono con i produttori i rischi e i benefici della produzione; se l’asilo nido è stato apripista per la sperimentazione dei pannolini lavabili, lo si deve a questa strana idea e ai suoi “facilitatori”—che nel gergo della transizione sono persone a loro volta preparate che aiutano la gente a capire come fare).

Bottone nella sua prima vita faceva il pubblicitario a Bologna e aveva una barca a vela di legno. L’esperienza della vita a bordo, mi spiega, è utilissima per capire il sistema complesso dei consumi. “Il cervello umano è adattivo e l’ambiente barca, come anche l’astronave, è un sistema autonomo, non controllato dall’esterno, e su piccola scala un sistema autonomo utile per capire i consumi di acqua, elettricità e cibo”.

Del resto è nota la storia di Ellen McArthur, la più famosa navigatrice solitaria inglese, che durante un giro del mondo senza scalo si rese conto che la nostra economia non è poi tanto diversa dalla barca, visto che abbiamo un mondo con risorse limitate (dal 2009 Ellen ha smesso di sfidare gli oceani e ha dato vita a una fondazione che oggi è il riferimento più importante  per chi si occupa di “economia circolare”).

Quello che manca totalmente nella nostra cultura “riduzionista”, continua Bottone, è il concetto di trasversalità che nella vita a bordo è invece molto presente: “In barca tutto è collegato, mentre noi viviamo nella cultura della verticalità: ci siamo evoluti riducendo gli elementi, semplificando il campo di osservazione della realtà”.

E’ dagli anni Settanta che ci siamo accorti che stavamo finendo le risorse del pianeta, ma adesso abbiamo i pc, gli algoritmi, abbiamo tutte le informazioni, eppure abbiamo deciso di non osservarle. “Viviamo in un mondo che sa tutto e non vuole sapere niente”, dice Bottone mentre racconta di uno dei Fab Lab più attrezzati d’Europa, a Monteveglio.

E i fondi per fare tutte queste cose dove si trovano? “I soldi per fare le cose che servono non ci sono nel sistema. Sostanzialmente si deve barare costantemente trovando risorse qui e là, orientate a obiettivi molto specifici, avendo sempre in testa un disegno molto più complesso. Lavoriamo con Anci, con la Regione, con Enea, con fondazioni private”.

Quello che abbiamo imparato dalla storia di questo paesino dell’Appennino bolognese è che Monteveglio non è un modello da copiare, ma il processo, la “transizione” appunto, che porterà forse questo e altri centri a diventare piccole città verdi del futuro.

Immagine di copertina modificata in b&n di Matteo Castaldo via Flickr.