Il movimento dei collettivi dell’affitto

Il movimento dei collettivi dell’affitto

“La generazione in affitto ha trovato un nuovo padrone di casa”. Titolava così il Financial Times non più tardi dell’anno scorso, nel descrivere le nuove sistemazioni abitative preferite dai millennials: i co-living, o collettivi dell’affitto. “Con i prezzi delle case saliti enormemente”, spiegava il quotidiano della City di Londra, questa generazione in affitto non ha abbastanza denaro per permettersi la possibilità di acquistare una casa”, ed è rimasta in un limbo in cui è sempre più difficile ottenere una sistemazione abitativa di lungo periodo e di sufficiente qualità.   

A offrire una soluzione a questo problema iniziano a esserci numerose compagnie private, che prima negli Stati Uniti e ora in Europa (con Regno Unito e Germania in testa) stanno offrendo nuove possibilità abitative, che i millennials si sono mostrati velocemente pronti ad adottare.

Peecondo il San Francisco Chronicle, nella Bay Area, la Mecca dell’industria high-tech, ci sono già almeno 20 di questi progetti immobiliari collettivi. Tanto che il CityLab del The Atlantic si domandava l’anno scorso: siamo di fronte a un vero e proprio movimento, che diventerà la norma abitativa per le nuove generazioni che non vogliono o non possono allontanarsi dalle grandi città?

Per rispondere a questa domanda occorre entrare in luoghi come il The Embassy di San Francisco, una villa di 700 metri quadri con 8 camere da letto, in cui gli abitanti vivono insieme in quella che viene da loro stessi definita “sharing economy 24 ore su 24. Chi ci vive entra a far parte di una piccola ma molto unita comunità, che cena insieme e passa il tempo in stanze dedicate a suonare, o produrre manufatti con stampanti 3D, o giocare a bowling. The Embassy, di proprietà dell’Open Door Development Group, organizza anche eventi settimanali aperti agli abitanti di San Francisco curiosi di conoscere la vita di questi collettivi.

A Londra, invece, una joint venture inglese, qatariota e olandese ha preso in mano e riadattato un complesso edilizio originariamente previsto per ospitare gli atleti durante le Olimpiadi del 2012 nell’East Village. Uno dei residenti di queste nuove esperienze abitative, Rebecca Stevenson, ha spiegato al Financial Times: “Ho 30 anni ma ora qui ho amici che vanno dai 20 ai 60. Tutti si salutano come se fossimo in una piccola città. E poi qui c’è tutto, da feste folli a gruppi di ricamo”, spiega Rebecca. “Quando i miei genitori mi sono venuti a trovare, hanno detto: ‘che bello, è come una residenza di riposo, ma piena giovani!’”.

Al The Collective’s Old Oak, nel Nord-Ovest di Londra, il lunedì ci si ritrova per guardare Game of Thrones. Le proiezioni richiamano buona parte delle 550 persone, perlopiù 20-30enni, che vivono negli 11 piani del condominio. Qui, come in tutti gli altri collettivi, non si vive in veri appartamenti, ma in stanze da 12 metri quadri con un bagno e un letto. Fuori, però, c’è tutta una vita: il complesso offre infatti spa, biblioteca, palestra, ristorante e persino il cinema. Il costo dell’affitto va dalle 800 alle 1000 sterline al mese, e include wi-fi ad alta velocità e tutte le spese, oltre all’accesso a una “biblioteca delle cose”, in cui i residenti si scambiano gratuitamente oggetti necessari alla vita quotidiana.

Il prezzo è abbastanza standard per questo tipo di collettivi e, sebbene 800-1000 sterline per 12 metri quadri possono sembrare tanto, ai giovani della capitale britannica è suonato come un affare, se paragonato con i prezzi richiesti per altre soluzioni. Così, l’Old Oak è a capacità piena per quasi tutto l’anno. Queste comunità rappresentano una versione tecnologica, non politicizzata, e soprattutto for-profit delle comuni preferite dai 20-30enni di due o tre generazioni or sono.

A convincere molti millennials non sono solamente i prezzi, ma anche le particolari “culture” che i co-living propongo e offrono ai propri “visitatori”. Le parole d’ordine sono tecnologia, creatività, imprenditorialità e una vita più eccitante di quella che può essere spesso facile incontrare nella solitudine delle grandi città. Con una grande attenzione a chi è ammesso a vivere nei collettivi dell’affitto.

collettivi affitto 2

Al The Embassy di San Francisco, ad esempio, c’è una vera e propria selezione dei potenziali residenti, che sono scelti su una base valoriale non negoziabile: devono cioè avere “una passione per idee ad alto impatto”, e provengono da campi diversi come scienze, ingegneria, design, business, legge. Secondo il fondatore di Open Door, Jessy Kate Schingler, stanze di prezzi e dimensioni differenti permettono di offrire stanze per varie tasche, da quelle meno costose a veri e propri spazi da affittare su Airbnb, per avere un immediato ritorno economico senza mettere in discussione la sostenibilità finanziaria dell’impresa.

Insomma, se la velocità con cui questi “collettivi” stanno prendendo piede nelle più dinamiche città a globali offre qualche indicazione, vedremo presto anche in Europa e in Italia il moltiplicarsi di questo tipo di soluzioni—che però non mancano anche di ricevere alcune critiche. Secondo alcuni, infatti, la retorica “innovativa” tende in realtà a mascherare un servizio subottimale ad alto prezzo, mentre la “diversità” di queste comunità è spesso “curata”, costruita, e a volte paradossalmente escludente. O, come è stato fatto notare dall’Atlantic,  “qualsiasi tipo comune guadagni magari un reddito di solo 25mila dollari l’anno può ottenere un posto, ma uno studente di dottorato con uno stipendio di 25mila dollari, che prova a risolvere la questione dell’invecchiamento ha sicuramente una probabilità più alta di essere accettato.

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