Gli spazi verdi salveranno l’aria e l’economia delle città del futuro

Gli spazi verdi salveranno l’aria e l’economia delle città del futuro

Londra, Parigi, Roma, Mumbai, New York, Singapore. I moderni centri urbani ci sembrano realtà uniche nel loro genere, ciascuno con le sue peculiarità e fiori all’occhiello, con la sua storia e i suoi problemi trascurati.

Eppure tutte le città di oggi possono essere riassunte in una manciata di numeri: coprono solo l’1% della superficie del pianeta ma ci vive quasi un essere umano ogni due. Producono circa l’89% del prodotto mondiale lordo ma consumano quasi l’80% dell’energia.

I benefici del verde in città

Se da un lato è evidente che stiamo marciando verso un futuro città-centrico, dall’altro lo è anche che di rado progettiamo questi enormi centri urbani in modo sostenibile: il verde urbano è banalizzato e diventa quasi una decorazione, un’isola di pace che non ha altro ruolo che rilassarci in pausa pranzo o permetterci di portare il cane a spasso e i bambini a giocare se non abbiamo un nostro giardino. In realtà? Può essere molto, molto di più.

Sempre più studi ribadiscono che il verde, anche quello urbano, fa bene: favorisce la salute mentale e riduce lo stress, ha effetti positivi sul peso alla nascita dei bambini e sul loro stile di vita, più attivo rispetto a chi non ha a disposizione un’area verde vicino a casa.

In aprile una ricerca di Harvard condotta su più di 100mila donne ha scoperto che vivere in o vicino a un’area verde allunga la vita: il tasso di mortalità per patologie renali, respiratorie, tumori e problemi legati alla salute mentale è ridotto del 12%. “Lo studio si aggiunge alle evidenze che provano come la natura possa essere legata a una salute migliore”, ha commentato Peter James, tra gli autori.

Un altro recente studio dell’Università della California, poi, porta ulteriori conferme e i numeri sono impressionanti: per ogni dollaro speso piantando nuovi alberi e curando quelli esistenti, nelle città californiane i benefici sono stati di 5,82 dollari.

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Il verde nelle città italiane

In Italia avremmo un gran bisogno di tutti questi effetti positivi, e i dati rilasciati ogni anno nel rapporto Air Quality in Europe (provenienti da oltre 2mila e 500 stazioni di monitoraggio) non fanno che confermarlo. Nella Pianura Padana si respira un’aria tra le peggiori d’Europa e città come Milano, Torino e Brescia superano il limite di PM 2.5 (il particolato fine in grado di penetrare in profondità nei polmoni) stabilito dall’Unione Europea.

Una recente indagine basata sui dati dell’ISPRA ha mostrato che il cervello e il cuore di chi vive a Torino o Milano invecchiano quattro volte più rapidamente rispetto a quelli di chi abita a Roma.

Non per questo al di fuori dei capoluoghi del Nord si può tirare un sospiro—o meglio un respiro—di sollievo: grandi città come appunto Roma, Firenze, Bologna e Napoli sono comunque a rischio. Non che nel resto d’Europa si possa davvero festeggiare: nel 2015 il 7% della popolazione urbana UE è stata esposta a livelli di PM2,5 superiori al valore limite annuale. L’82% circa è stato esposto a livelli che hanno oltrepassato le più rigide linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. In base alle stime, nel 2014 l’esposizione al PM 2,5 ha determinato la morte prematura di 428mila persone in 41 Paesi europei.

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Non tutto il verde è uguale

Uno dei grossi pericoli quando cerchiamo nell’ambiente una soluzione tout court, tuttavia, è cadere nella banalizzazione, riducendo il tutto al “piantare più alberi” senza alle spalle analisi serie. Ci sono specie più efficaci nell’assorbire l’inquinamento, altre poco adatte alla vita in città.

Non c’è una strategia universale, una ricetta che funzioni per ogni città allo stesso modo. I progetti di architettura che immaginano e creano già oggi idee di città del futuro, come il Bosco Verticale di Milano, hanno il dovere di adottare questo approccio e devono essere personalizzati, fatti su misura per la città.

Il verde non deve essere solo bello, decorativo, un lusso che ci fa sentire a posto con noi stessi, ma va composto scegliendo specie in grado di vivere bene con poco substrato a disposizione, che tollerano la continua esposizione al sole e al vento e non hanno bisogno di una manutenzione “estrema”, la cui richiesta di acqua, fertilizzanti e cure potrebbe andare ad assottigliare anche di molto gli effettivi benefici.

Solo in questo modo la pianificazione cittadina assolve davvero al suo ruolo, creando un ambiente piacevole e funzionale, promuovendo lo sviluppo economico e la sostenibilità a lungo termine.

Anche il tuo giardino conta

Anche il verde urbano privato ha un ruolo fondamentale. Per Paesi come il Belgio, ad esempio, si stima che la superficie coperta dai giardini sia l’8% del territorio nazionale, poco meno delle foreste (che rivestono il 10%).

Questo aspetto spesso trascurato viene trattato in modo straordinariamente rivelatorio—non guarderai più il vostro giardino o terrazzo allo stesso modo—da Renato Bruni, professore di botanica all’Università di Parma, nel suo libro Le piante sono brutte bestie (Codice Edizioni, 2017): “Molti forse non se ne rendono conto, ma per effetto dello stile che hanno scelto il loro giardino inquina e macina risorse come le vituperate monocolture agricole. A proposito di monocolture: l’85% di tutti i prati di Parigi e dintorni è popolato da un’unica specie, Lolium perenne”, scrive Bruni. E ancora, “[…]

In Australia, quasi il 60% dell’acqua potabile consumata in estate finisce ad abbeverare prati composti da piante inadatte al clima di quei luoghi e alle quali sono richieste performance puramente estetiche irraggiungibili senza aiuti. Le cose non cambiano molto negli Stati Uniti, dove le percentuali oscillano tra il 40 e il 70% a seconda delle zone climatiche e del ceto dei proprietari, mentre più vicino a noi si riscontrano valori simili in Spagna, dove il consumo è superiore al 40% annuo con picchi estivi del 70%, pari a una media di un metro cubo giornaliero di acqua potabile per ciascun giardino urbano”.

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Effetti ambientali ed economici del verde urbano

Il verde urbano, proprio come il giardino privato, per essere sostenibile e svolgere una funzione ecosistemica non deve e non può essere legato alla sola estetica. Va ideato in modo tale da non rappresentare solo un costo e in questo giocano un ruolo cruciale gli esperti di progettazione e tutti i professionisti del settore floro-vivaistico, che possono per primi promuovere la vendita e la scelta di specie adatte.

Soprattutto perché le città moderne sono impegnate anche su un altro fronte, parallelo e imprescindibile dalla vegetazione: la capacità di fronteggiare il cambiamento climatico. In base alle ultime stime il riscaldamento globale avrà effetti importanti sulle città: l’aumento delle temperature potrebbe avere effetti 2,6 volte più gravi nelle aree urbane a causa di quello che viene chiamato “effetto isola di calore”. Quando il terreno e i corsi d’acqua vengono coperti da colate di cemento, tutta questa superficie sottratta alla natura si trasforma in un recipiente perfetto per accumulare il calore prodotto in città.

In una recente analisi, pubblicata su Nature Climate Change, gli scienziati quantificano il fenomeno con un modello basato su più di 1500 città e le prospettive non sono affatto rosee, a partire dai costi esorbitanti. Se a livello globale la perdita di PIL associata agli effetti del cambiamento climatico sarà intorno al 5,6%, per le aree urbane si arriverà a sfiorare l’11%. Quasi il doppio.

Eppure basterebbe poco per aumentare le performance cittadine: sostituendo il 20% delle pavimentazioni e delle coperture con tetti verdi (i “living roofs”), letteralmente tetti viventi coperti da vegetazione) o superfici fredde, le temperature si abbasserebbero di 0,8 gradi e il risparmio per le città sarebbe 12 volte superiore all’investimento fatto per le installazioni.

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Come saranno le città verdi: da Singapore alla Milano del futuro

Ma di città verdi, futuristiche e che fanno della natura il perno del benessere umano—nonché un driver importante per la crescita economica e il turismo—si parla da decenni. La moderna Singapore, che ha riqualificato l’area del porto con gli spettacolari giardini botanici Gardens by the Bay (attirando più di 20 milioni di visitatori in cinque anni), era già viva e possibile nella visione del suo Primo Ministro Lee Kuan You, nel 1967.

La Singapore come garden city ebbe inizio con più di 50mila alberi piantati nel giro di una manciata di anni, l’introduzione del Tree Planting Day e l’emanazione del Trees Act: agenzie e industrie, pubbliche e private avrebbero dovuto prevedere spazi verdi e alberi in tutti i progetti edilizi come nello sviluppo di infrastrutture quali strade e parcheggi.

Tra il 1975 e il 2014 l’area coperta da parchi e spazi verdi—oggi più di 300 in tutta Singapore—è aumentata da nove a quasi 100 chilometri quadrati e insieme agli affascinati turisti di tutto il pianeta la città ha attirato, in un insperato ritorno, anche animali selvatici come uccelli, insetti e addirittura le lontre lisce (Lutrogale perspicillata), piccoli mammiferi a rischio di estinzione che oggi si fanno tranquillamente il bagno nelle acque della baia.

Il city greening di Singapore è diventato famoso in tutto il mondo anche grazie agli spettacolari Supertrees, alberi artificiali alti 50 metri che punteggiano la baia e sono come giardini verticali: generano energia solare, raccolgono l’acqua piovana e 11 su 18 sono dotati di sistemi fotovoltaici che producono energia, contribuendo ad alimentare le strutture cittadine.

Nella serie di documentari BBC Planet Earth II, i Gardens by the Bay hanno un meritato posto d’onore. “Questo è un nuovo tipo di mondo urbano che abbiamo progettato e realizzato pensando non solo a noi stessi, ma anche agli altri”, racconta David Attenborough mentre la sua voce ci accompagna tra la vegetazione di Singapore. “Ci troviamo di fronte a una visione delle nostre città del futuro?”.

Di recente, in Italia questa sfida è stata rilanciata proprio dall’ideatore del bosco verticale, Stefano Boeri: “La Milano del futuro fatta di acqua e verde”. È questa la visione di Boeri, ha disegnato “lo schizzo di questa sua Milano, con il naviglio riaperto in via Melchiorre Gioia e la darsena a San Marco, e poi i 45 chilometri di verde che collegano appunto le sette stazioni: Farini, Porta Genova, Porta Romana, Rogoredo, Greco-Breda, Lambrate e S. Cristoforo.”

Una visione dinamica di una città aperta e rivolta al futuro. Infatti, come spiegato da Richard Florida “start-up, high-tech, e venture capital si sono di recente avvicinati ai centri urbani, spostandosi in periferie camminabili, transitabili e più aperte come sistema”. Per avere futuro, insomma, le città devono reinventare la loro vita collettiva e il verde può esserne proprio la chiave.

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