La lezione di Netflix per lavorare meno e meglio

La lezione di Netflix per lavorare meno e meglio

“Hard work? Not relevant”, lavorare duro alla fin fine non è così importante. Ecco la lezione di Netflix, la piattaforma di streaming fondata nel 1997 che ha rivoluzionato il consumo culturale e conta 81 milioni di sottoscrittori nel mondo.

Oggi Netflix, con un fatturato che ha toccato i 6,7 miliardi di dollari nel solo 2015, è una delle compagnie che paga i suoi dipendenti più di tutti gli altri negli Stati Uniti. Il salario tipo è di 180mila dollari all’anno. E va aggiunto alle vacanze illimitate che ogni impiegato può decidere di prendersi in ogni momento dell’anno, senza dover rinunciare al proprio stipendio.

“Eravamo molto poveri all’inizio,” spiega Patty McCord, l’ex direttrice delle risorse umane che più di ogni altro ha contribuito a ideare e mettere in pratica la filosofia-Netflix. Colpita dalla dot-com bubble, nell’ottobre del 2001 la compagnia, ancora giovanissima, si è trovata con una scelta difficile per sopravvivere: “licenziare un terzo dei nostri dipendenti,” circa 40 persone che erano state a Netflix sin dall’inizio.

All’improvviso, il personale era ridotto all’osso, con solo i membri davvero essenziali dello staff rimasti a bordo, e i problemi finanziari si facevano sempre più pressanti. Non avendo soldi per la benzina, “dovevamo organizzare macchinate per andare al lavoro”—spiega McCord—“eppure non vedevamo l’ora di iniziare la giornata”.

In poco meno di un anno, e grazie allo sviluppo della piattaforma da parte di alcuni dei migliori ingegneri informatici in circolazione, Netflix avrebbe ottenuto finanziamenti per 82,5 milioni di dollari. Ancora 12 mesi e sarebbe arrivato anche il primo milione di abbonati.

È così che nasce l’idea di mettere nero su bianco i principi che avevano salvato la compagnia, in una presentazione che—da quando è stata pubblicata nel 2009—è stata letta più di 8 milioni di volte. Sheryl Sandberg, il numero due di Facebook, l’ha definito “il più importante documento mai pubblicato nella Silicon Valley”.

Non misuriamo le persone sulla base di quante ore lavorano o quanto tempo rimangono in ufficio,” si legge nel documento di McCord. “Quello che ci interessa è fare un grande lavoro.” Quindi, “performance di serie B, anche e sostenute da un grande sforzo, generano pacchetti di licenziamento; performance di serie A, anche se generate da uno sforzo minimo, sono ricompensate da maggiori responsabilità e ottimi stipendi.”

È così che Netflix cerca di attrarre solo i migliori professionisti in circolazione. “Non siamo una famiglia, siamo una squadra, e non siamo una squadra di bambini che si vogliono divertire, siamo una squadra di professionisti,” spiega ancora McCord.

Chi lavora a Netflix sa che non può aspettarsi di avere un lavoro per tutta la vita—tanto che la stessa McCord, quando Netflix ha iniziato a spostarsi su un modello di business che prevedeva la creazione di serie tv (come House of Cards), ha dovuto farsi da parte.

Al momento, però, sembra che la strategia stia funzionando e sempre più imprese seguono i principi di Netflix. Per esempio, Treehouse—una compagnia di educazione digitale con circa 85 dipendenti—ha deciso di fissare una settimana lavorativa corta, di soli 4 giorni. Le motivazioni le ha spiegate il CEO Ryan Carson, sostenendo che “la vita è troppo breve per non avere il venerdì libero”.

A tal proposito, sempre più ricerche mostrano che se i turni eccessivi di lavoro riducono la qualità delle prestazioni dei propri dipendenti, al contrario la riduzione dell’orario lavorativo aumenta il livello delle performance. A confermarlo è il confronto tra Grecia e Germania nell’arco di un anno lavorativo: nonostante gli ellenici lavorino 600 ore in più dei tedeschi, la produttività dei teutonici è di circa il 70 percento più elevata.
Immagine in licenza Creative Commons CC BY-NC.