Le novità normative previste per chi si prende cura di un familiare a tempo pieno

Le novità normative previste per chi si prende cura di un familiare a tempo pieno

Tornano all’esame del Senato tre disegni di legge che, se dovessero andare in porto, promettono di rivoluzionare il mondo dell’assistenza in Italia. L’obiettivo dei progetti, ora unificati in un testo unico, è infatti quello riconoscere, dopo almeno due decenni di attesa, la qualifica di caregiver, ovvero quel soggetto che si prende cura di un familiare invalido al 100% e che necessita di assistenza continua per almeno 54 ore settimanali. 

Chi sono i “caregiver” italiani

Il quadro presentato dall’ultimo rapporto Istat, che analizza le condizioni di salute degli anziani in Italia comparandoli con i loro coetanei europei, non è dei migliori: secondo l’Istituto nazionale di statistica, infatti, il 23,1% dei nostri pensionati ha gravi limitazioni motorie e uno su due soffre di almeno una malattia cronica grave o è multicronico.

Va da sé che per chi non vuole o non può—economicamente parlando—optare per un aiuto esterno o, peggio, per chi non può disporne per carenza dei servizi territoriali di assistenza, altro non può fare che affidarsi alla rete di solidarietà di famigliari e parenti. A ciò si aggiunga l’aiuto continuo che necessitano coloro che presentano “una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa” (come recita la legge quadro n.104/1992) e il risultato è presto fatto.

In Italia, esiste una schiera di donne (perlopiù) e uomini “invisibili” che quotidianamente prestano il proprio aiuto e il proprio tempo al genitore anziano, al famigliare disabile o al parente non più in grado di prendersi autonomamente cura di se stesso: parliamo insomma dei caregiver famigliari che, secondo una recente indagine del Corriere della Sera, nel nostro Paese arrivano addirittura a quota un milione. Per dare una risposta a questi “invisibili”, la Commissione Lavoro ha così provato a unificare le tre proposte di legge in un testo unico. Veniamo dunque al contenuto della nuova proposta.

Cosa contiene il testo unificato

Il primo dei quattro articoli di cui si compone la norma definisce le finalità che lo Stato si propone di riconoscere, ossia “l’attività di cura non professionale e gratuita prestata nei confronti di persone che necessitano di assistenza a lungo termine a causa di malattia, infermità o disabilità gravi, svolta nel contesto di relazioni affettive e famigliari, ne riconosce il valore sociale ed economico connesso ai rilevanti vantaggi che trae l’intera collettività, la tutela al fine di conciliarla alle esigenze personali di vita sociale e lavorativa”. I seguenti articoli definiscono invece i tratti del rapporto assistito-assistente. Questi comprendono:

— La volontarietà e gratuità dell’assistenza;

— Il grado di parentela o affinità entro il secondo grado, oltre alla possibilità che uno dei due possa essere il coniuge, il convivente di fatto, l’unito civilmente o l’affidato;

— La non obbligatorietà di convivenza tra i due (come invece era previsto nel ddl n. 2048);

— La condizione di invalidità civile dell’assistito “al punto da necessitare assistenza globale e continua […] per almeno 54 ore settimanali”.

Il quarto e ultimo articolo infine si propone di definire a mezzo decreto del ministro del Lavoro e delle Politiche sociali d’intesa con il ministro della Salute, entro 90 giorni dall’entrata in vigore della legge, “le modalità di accertamento dei requisiti del prestatore volontario di cura e dell’assistito di cui all’articolo 3”.

familiare caregiver 2

Alcuni punti poco chiari

Ma è proprio qui che il testo si ferma, provocando una certa delusione da parte di chi si aspettava finalmente un riconoscimento anche economico per questo tipo di prestazioni di assistenza. L’idea iniziale, contenuta da una delle tre proposte originarie (in particolare dal ddl n.2048) era infatti quella di riconoscere ai medesimi soggetti un assegno a carico dell’Inps, a titolo di rimborso spese, di importo non superiore a 1.900 euro annui, laddove questi non fossero titolari di reddito, o almeno parzialmente incapienti.

Invece, il nuovo testo non prevede alcuna agevolazione fiscale sulle spese sostenute per l’assistenza al congiunto disabile tantomeno la previsione di un loro rimborso, nessuna tutela in ambito previdenziale (come proponeva il ddl n. 2128) o assicurativo in caso di malattia, infortunio o malattia professionale, esclusa anche l’eventuale richiesta al proprio datore di lavoro di usufruire della modalità del telelavoro o di passare da un full time a un part time (come avanzato sempre da un altro dei testi originari il  ddl n. 2128).

Inoltre, sono emerse delle discrepanze tra il secondo e il terzo articolo della proposta. Mentre il secondo articolo parla di “caregivers” identificati dalle “regioni” e dalle Province Autonome di Trento e Bolzano, il terzo articolo fa infatti riferimento al “prestatore volontario di cura” “di competenza dello Stato”.

Di qui la confusione: il caregiver regionale sarà quindi lo stesso riconosciuto come prestatore volontario di cura dallo Stato? Non è chiaro. Situazioni che hanno spinto il Coordinamento nazionale famiglie disabili a bocciare la nuova proposta di legge: “Dopo 20 anni di attesa la montagna ha partorito il topolino”. Rimangono dunque tutti da seguire gli sviluppi di una vicenda che deve ancora dare risposte soddisfacenti al milione di caregiver italiani e ai loro assistiti. La conclusione dell’iter legislativo è atteso entro la fine della presente Legislatura, che scade a marzo 2018.

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