Le nuove start-up italiane che investono in settori tradizionali

Le nuove start-up italiane che investono in settori tradizionali

L’imprenditoria tricolore è sempre più giovane. E non parliamo solo di start-up innovative, magari specializzate nell’intelligenza artificiale o nel bitcoin. C’è chi apre un ristorante gluten-free, chi rileva terreni comunali inutilizzati e ci mette delle serre per la permacultura, chi apre un B&B e chi gestisce un mulino bio. Insomma, una pletora di storie di giovani, quasi-giovani e giovanissimi che scommettono su sé stessi entrando in settori tradizionali come la ristorazione, il tessile o l’agricoltura.

Ecco qualche dato. Secondo un’analisi elaborata l’anno scorso da Censis e Confcooperative, in Italia ci sarebbero oltre 2 milioni e mezzo di giovani che hanno aperto un’azienda. In totale, genererebbero il 2,8% del PIL. Secondo Unioncamere, poi, delle nuove aziende che hanno aperto i battenti tra il gennaio e il giugno 2017, quasi una su tre è guidata da under-35. E se si considerano anche quelli che hanno superato da poco i fatidici (dal punto di vista statistico) 35, il dato cresce ulteriormente.

Un segnale importante, soprattutto alla luce degli ultimi dati diffusi da Confindustria, che stimano in circa 14 miliardi di euro (ben punto di PIL all’anno) il costo rappresentato dalla bassa occupazione giovanile e dalla fuga di cervelli. E poi, l’idea di essere “capi di se stessi” è sempre allettante, e magari lo diventa ancora di più dopo le prime esperienze da dipendenti precari.

Certo, non tutto è rose e fiori. Anzi. Da imprenditori l’incertezza diventa quasi il pane quotidiano, e non sempre ce la si fa. Un esempio: secondo i dati diramati da Fipe-Confcommercio nel 2015, oltre un bar/ristorante su quattro chiude entro due anni dall’inaugurazione, percentuale che sale nel caso degli under 35.

La passione però aiuta a superare tanti ostacoli. Ce lo conferma Valeria Donati, ventottenne romana che nel 2015 ha fondato Adalù, un’azienda che produce costumi da bagno e abiti sportivi per ragazze. “Ho sempre pensato di voler fare la giornalista, invece dopo qualche esperienza post-laurea mi sono accorta che non era quella la mia strada”, racconta Donati a Hello!Money . “Sono molto sportiva e, quando ho cominciato con il surf, mi sono accorta che sul mercato mancava un prodotto che fosse adatto alle surfiste, un tipo di abbigliamento che fosse comodo ma anche femminile. Andavi nei negozi e trovavi solo il tipico mutino nero, modello maschile”.

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Così, quasi per gioco, Donati ha costruito un’azienda. “Mi sono resa conto che cucire mi dava molta serenità”. Come spesso accade, la famiglia di Donati è stata essenziale nell’inizio di Adalù. In fondo, è risaputo anche in Silicon Valley: quando si vuole lanciare una nuova azienda, i primi finanziamenti provengono sempre dalle cosiddette 3F: family, friends and fools.

“Dopo un anno ho vinto un bando regionale di Lazio Innova e così ho avuto accesso a 30mila euro”, continua Donati. “Ora della produzione si incaricano due sartorie, e io mi occupo del resto: design, controlli qualità, sito, vendite, grafica, promozione… insomma il lavoro non manca, speriamo che continui così”. Adalù è al 100% made in Italy e la maggior parte della stoffa utilizzata proviene da materiali riciclati. Né poteva essere altrimenti, sottolinea Donati: “Nel surf c’è un’attenzione molto forte per la sostenibilità e il rispetto dell’ambiente”.

La passione è stata importante anche per Stefano Biasiutti, 37 anni, che con tre amici più giovani ha lanciato un’azienda di elicicoltura nel vicentino. Per i non addetti ai lavori: l’elicicoltura è “l’attività di allevare chiocciole, per uso alimentare” (Treccani).

“Ho sempre provato una grande attrazione per le colline del nostro territorio, racconta Biasiutti a Hello!Money. “Sono famose per il vino, ma in realtà sono ottime per l’agricoltura in generale. E poi le chiocciole mi hanno sempre incuriosito molto”.

Cinque anni fa i quattro hanno cominciato a costruire i primi recinti e ad allevare le prime lumache, allargandosi sempre di più fino ad arrivare a un ettaro di allevamento. “La carne di chiocciola sta riprendendo piede è leggerissima, ottima, ed è anche meno grassa della sogliola. In effetti il nostro progetto è quello di aprire, in futuro, un agriturismo o una spuncetteria dove offrire ai buongustai le nostre chiocciole”, chiarisce Biasiutti.

Chiocciole, quelle di Elicicoltura Astico, rigorosamente bio. “Non usiamo nessun tipo di pesticida o di veleno, nulla che possa alterare la carne delle chiocciole o il loro ambiente”, specifica Biasiutti. Che sottolinea anche l’elemento sostenibilità: “Due metri quadrati di terreno sono sufficienti per allevare una novantina di esemplari”.

Sostenibilità è una parola d’ordine anche per Cora Happywear, un’azienda con sede in provincia di Bolzano. Prima di mettersi in proprio la sua fondatrice, Elisabeth Tocca, ha lavorato per anni nel marketing di un importante marchio di alimenti senza glutine, ma senza dimenticare il sogno di una ditta tutta sua.

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“Avevo tanta voglia di dedicarmi a un progetto imprenditoriale che andasse incontro alle esigenze delle famiglie e avesse anche un’attenzione particolare per l’ambiente“, spiega Tocca a Hello!Money. “Il nostro è un brand di abbigliamento ecosostenibile per neonati, bambini e donne: i nostri capi sono prodotti con materiali molto morbidi, anallergici e altamente traspiranti come la fibra di eucalipto, il bambù e il cotone organico”.

Anche nel suo caso, passione e famiglia sono stati decisivi. “Forse è stato anche per portare avanti un sogno non esaudito di mio padre – continua Tocca –, comunque grazie all’incoraggiamento della mia famiglia e dei miei amici, mi sono decisa a lasciare la vita “sicura” da impiegata e buttarmi nel mondo dell’impresa”. C’è riuscita. E come lei, molti altri.

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