Ecco i Paesi che

Ecco i Paesi che "beneficeranno" dal riscaldamento globale

Oggi come oggi, anche in Groenlandia si coltivano patate. Kim Ernst, lo chef del ristorante Roklubben, a Kangerlussuaq, piccola cittadina sperduta tra i fiordi occidentali, è riuscito persino a ottenere alcune fragole da quella terra artica, da sempre ghiacciata. “Sono arrivato qua nel 1999 e nessuno pensava che sarebbe mai stato possibile”, ha spiegato. “Ma ora in estate i giorni sono sempre più lunghi, e più caldi”.

Dal 1950, la temperatura della Groenlandia è cresciuta di 1,5 gradi centigradi (circa il doppio dello +0,7 d’aumento registrato a livello globale). Un recente studio ha calcolato che il Paese, che si auto-governa in numerose aree ma rimane sotto bandiera danese, ha perso mille miliardi di tonnellate di ghiaccio tra il 2011 e il 2014. Così si moltiplica la produzione agricola: nel 2008 crescevano 50 tonnellate di patate, raddoppiate a 100 nel 2012, e a 200 l’anno successivo.

Trecento chilometri più a sud, a Nuuk, Sten Erik Langstrup Pedersen possiede un’azienda agricola, dove coltiva patate dal 1976. Rispetto a dieci anni fa, oggi i campi sono coltivabili più a lungo: a maggio, la semina inizia due settimane prima e la raccolta, in ottobre, tre settimane dopo. Inoltre, ha ampliato da 15 a 23 i tipi di verdure che riesce a coltivare, come pisellifagiolierbe di campo e, appunto, fragole—che rivende ad alcuni dei ristoranti più rinomati di Copenaghen.

“Mi aspetto un grande sviluppo dell’agricoltura e dell’allevamento grazie al riscaldamento globale. Potrebbe diventare un importante supplemento per la nostra economia.”, ha dichiarato nel 2013 Kuupik Kleist, all’epoca primo ministro del territorio artico.

Parole diametralmente opposte al grido di dolore lanciato a fine 2015 da Enel Sosene Sopoaga, primo ministro dell’arcipelago del sud Pacifico Tuvalu, che di fronte ai leader della terra riuniti a Parigi dichiarava: “Immaginate di essere nei miei panni: nessun leader in questa stanza porta con sé un tale livello di preoccupazione e responsabilità, nessuno può dire che tutta la sua terra e i suoi concittadini spariranno se permetteremo alla temperatura di aumentare di 1,5 gradi”.

Se tante zone della Terra, soprattutto nelle aree più povere, e un patrimonio ambientale inestimabile rischiano di essere devastati  dagli effetti del riscaldamento globale, è guardando al Grande Nord che si nasconde “il lato più inatteso” dell’innalzamento delle temperature, gli inaspettati vincitori dello scioglimento dei ghiacci che per interi secoli hanno ricoperto quelle terre.

Quello che per tantissime persone significherà desertificazione e carestie, nei pressi del Circolo Polare porterà a un Mar Glaciale senza ghiaccio (almeno d’estate) e all’incremento dei raccolti in luoghi come la Scania svedese svedese o il Michigan americano.

Metropoli come Toronto e Copenaghen potrebbero trasformarsi in hub globali dei commerci, territori ostili come la Siberia e il Nunavut canadese potrebbero diventare facilmente accessibili. Questa tesi è stata ribadita con forza dal geografo dell’Università della California Laurence C. Smith nel suo libro “2050 il futuro del nuovo Nord“, tradotto in Italia da Einaudi. Titolo che è anche una previsione, perché secondo i calcoli di Smith, basterebbero poco più di 30 anni perché il futuro economico del globo si sposti su un asse ancora più a Nord.

Nel 2050, dettaglia Smith nel suo libro, il nostro pianeta ospiterà oltre 9 miliardi di persone, e almeno 27 città abitate da più di 10 milioni di persone. Paesi dove l’invecchiamento della popolazione sembra inarrestabile, come l’Italia o il Giappone, avranno dieci anziani ogni sedici cittadini in età lavorativa.

L’acqua dolce scarseggerà sempre di più, continua Smith, così come alcuni metalli (argento, zinco) e, nonostante gli sforzi per il passaggio a un’economia “verde”, entro i prossimi tre decenni saranno ancora gas naturale, petrolio e carbone a rappresentare le più importanti fonti d’energia a livello globale.

Mentre aree oggi ricche e densamente popolate (come California o Cina nord-orientale) dovranno fare i conti con un forte stress idrico e intere megalopoli (come Mumbai, o Guangzhou) saranno esposte a uragani e innalzamento dei mari, le quiete lande del Nord, scarsamente popolate e ricchissime di ciò che nel resto del mondo sarà sempre più scarso (gas, petrolio, acqua, terre, metalli), si godranno una sempre più lunga primavera, economica oltre che ambientale.

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Smith definisce questi Paesi “Norc” (Northern Rim Countries, i Paesi affacciati a Nord), un gruppo che comprende le nazioni scandinave (Norvegia, Svezia, Finlandia e Islanda), Stati Uniti settentrionali, ma soprattutto Russia, Canada e Groenlandia (grazie alla quale la piccola Danimarca potrebbe vivere un rinnovato periodo di rilevanza geostrategica).

“Le risorse naturali, i trend demografici, la stabilità politica e il crescente accesso al mare aumenteranno, a vari livelli, il rilievo globale dei Norc nel XXI secolo”, ha spiegato l’autore di 2050.

Dal punto di vista delle risorse naturali, ad esempio, è stato calcolato dalla U.S. Geological Survey che il 30% del gas e il 13% del petrolio non ancora scoperti si trovano oltre il Circolo Polare Artico. Terre come Siberia, Alaska e Canada custodiscono miniere oggi inaccessibili, che lo scioglimento dei ghiacci potrebbe improvvisamente rendere fruibili. La sola Groenlandia nasconderebbe da sola riserve petrolifere per oltre 50 miliardi di barili: più di Libia o Nigeria.

Il crescente accesso al mare potrebbe anche aprire importanti rotte commerciali, come ad esempio la Northern Sea Route, che attraversa i mari al Nord della Russia, unendo l’Europa all’America del Nord. Dal 2011, sono partite numerose esplorazioni petrolifere nell’Artico russo. I prodotti delle trivellazioni potrebbero essere trasportati con sempre maggiore velocità lungo la rotta dando ai russi un accesso strategico sempre più efficace alle rotte marine commerciali internazionali, inclusa la rotta di Suez che conduce ai “mari caldi” da sempre desiderati da Mosca.

Proprio pochi giorni fa un rompighiaccio russo ha navigato la rotta in soli sei giorni e mezzo, stabilendo un nuovo record per la percorrenza più veloce. Città come Noyabrsk ad esempio, non esistevano fino ai primi anni Ottanta, “e ora”, spiega Smith, “ha un centinaio di migliaia di abitanti. Sono davvero città nuove di zecca, e stanno crescendo grazie alla loro economia basata sugli idrocarburi”.

Secondo il giornalista Gregg Easterbrook, negli Stati Uniti città come Buffalo potrebbero essere le nuove mete dell’emigrazione interna. Altre città vedranno invece una rinnovata rilevanza. Nella nascente economia dell’estremo Nord, città portuali come Reykavik (Islanda), Murmansk (Russia), Churchill (Canada) e Hammerfest (Norvegia), si trovano in posizioni strategiche.

“È lì che il cambiamento climatico si farà sentire, con un duplice effetto per quanto riguarda le vie d’accesso all’Artico. In estate una minor quantità di ghiaccio sul mare migliorerà il traffico via nave, che è la forma di trasporto più economica”, spiega Easterbrook. “Allo stesso tempo però sarà più difficile il trasporto via terra, su superfici ghiacciate. Come risultato le città portuali acquisteranno più importanza, sia per il commercio sia per l’industria estrattiva. Non sto dicendo che diventeranno le nuove New York, ma che saranno più importanti”.

Ovviamente, però, come tutte le storie sul futuro, anche questa necessita delle sue cautele. Come ammonisce Smith: “Penso che sia importante non esagerare. Nella regione ci sono pochi servizi, fa buio, gli iceberg e il ghiaccio sono sempre presenti.” Ma se è vero che Reykavik non diventerà New York, è ragionevole comunque attendersi un nuovo mondo al di là del riscaldamento globale. E questo mondo guarderà al Nord.

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