Come la parità di genere aiuterebbe l’economia italiana

Come la parità di genere aiuterebbe l’economia italiana

12 trilioni di dollari. È quanto potrebbe aumentare il Pil globale entro il 2025 grazie alla parità di genere, secondo il McKinsey Global Institute. Non è tutto: uno studio pubblicato lo scorso febbraio dal Peterson Institute for International Economics afferma che le aziende con più dirigenti donne hanno anche migliori performance e maggiori guadagni.

Insomma, eliminare le disparità di genere sembra essere la strada giusta anche per il portafogli. Eppure rimane ancora molto da fare. Anche in Italia, dove il talento e le capacità di oltre la metà delle donne in età attiva vengono purtroppo sprecati.

Non che alle italiane manchi il lavoro. In realtà ne hanno un sacco, più delle donne di tutti gli altri paesi dell’area OCSE: un’ottima notizia, se non fosse che si tratta di lavoro domestico, non retribuito. Secondo il rapporto How’s life 2013 dell’OCSE le italiane dedicano molte più ore alla settimana degli uomini (22 per l’esattezza) ad attività come pulizie, gestione della casa e cura di bambini e anziani.

La musica cambia quando si passa ai lavori retribuiti. In questo caso le italiane sono tra le meno occupate: il 47,2% contro la media UE di circa il 60% e il 65,5% degli uomini italiani. In sostanza, secondo i dati Istat, quasi una connazionale su due è senza lavoro. La ragione principale del divario occupazionale tra le donne e gli uomini del Belpaese sembra essere la difficoltà a conciliare il lavoro con la presenza di figli e/o anziani a cui badare. Sempre secondo l’Istat il 30% delle donne con figli e quasi una su quattro di tutte le under 65 restano a casa per badare alla famiglia (ovvero a lavorare senza percepire uno stipendio) contro il 3% circa degli uomini.

Non è difficile immaginare a cosa siano dovuti questi dati. La cura dei bambini grava ancora pesantemente sulle spalle dei singoli nuclei familiari, cioè fondamentalmente delle madri e dei nonni, sempre che questi siano a portata di mano e in forze. Di tutte le ore dedicate alla cura dei figli, il 72% pesa sulle donne. Specialmente quando le alternative sono costose (ad esempio le baby-sitter) o parziali, come gli asili-nido e le scuole materne, i cui orari spesso non coincidono con quelli di un impiego full time (e a volte neanche di uno part time).

Lo stesso vale per la cura degli anziani: case di riposo e badanti rappresentano costi notevoli per una famiglia media, e spesso insostenibili per i nuclei famigliari dove lavora solo uno dei due adulti. Come se non bastasse, pare che gli italiani siano tra gli uomini meno collaborativi nei lavori domestici. Difficile sorprendersi insomma: qualcuno deve pur occuparsi di tutte queste incombenze, e finiscono per farlo quasi sempre le donne.

parità di genere 1

Come se non bastasse, quelle che un lavoro ce l’hanno vengono pagate meno dei colleghi maschi. Sia chiaro, il divario salariale è un fenomeno che condividiamo con tutti gli altri paesi della zona OCSE, dove una donna guadagna in media 85 centesimi per ogni dollaro pagato a un uomo. In Italia la differenza media è del 12,2% ma per le laureate è addirittura del 36,3%. In pratica, se un laureato guadagna 45mila euro l’anno, una laureata ne guadagna 33mila circa.

Un quadro paradossale, soprattutto perché le italiane sono istruite, e molto. In realtà lo sono più dei loro connazionali di sesso maschile. Secondo un rapporto OCSE il 46% delle ragazze tra i 25 e i 34 anni in Italia ha una laurea, contro il 35% dei ragazzi della stessa età. In poche parole, le ragazze sgobbano di più sui libri ma poi si ritrovano a essere meno pagate e meno occupate. Dunque non stupisce se, secondo il succitato rapporto OCSE 2013, le italiane non soltanto sono meno benestanti degli uomini, ma anche meno soddisfatte della loro vita.

Certo, non è che all’estero siano tutte rose e fiori. Persino nei paesi che fanno meglio quanto a gender equality le buste paga di uomini e donne sono diverse. Per non parlare del famoso glass ceiling, che ha qualche crepa ma ancora regge. Basti pensare che solo il 4% dei CEO delle 500 maggiori aziende del mondo è donna.

Come se non bastasse, gli investimenti e le politiche per contrastare questi fenomeni sono ancora nettamente insufficienti. Eppure, e gli studi lo dimostrano, a pagare le conseguenze di questo status quo non sono solamente le donne, ma anche i loro paesi di appartenenza. Che, escludendo buona parte dell’“altra metà del cielo” della loro popolazione attiva, perdono forza lavoro (spesso ben qualificata) e nuove opportunità di business e guadagno.

Immagini via Flickr | Copertina di Hernán Piñera|Foto 1 di Riccardo Nobile