Come sono messi i trentenni italiani per andare in pensione?

Come sono messi i trentenni italiani per andare in pensione?

Qualche giorno fa, mentre Avicii, 27enne svedese tra i sei deejay più pagati al mondo, annunciava con una lettera aperta che alla fine dell’anno sarebbe andato in pensione, il presidente dell’INPS Tito Boeri ha inviato una “busta arancione” ai trentenni italiani per dir loro che in pensione, se tutto andrà a gonfie vele, potranno andarci a 75 anni. Probabilmente con una pensione non del tutto soddisfacente.

Vi state chiedendo se conviene investire in una formazione da dj? O è alla disuguaglianza dei sistemi di welfare che state pensando? Avicii ha iniziato a lavorare a 18 anni, nel 2015 ha guadagnato 19 milioni di dollari. Tanto? Non come Calvin Harris, il dj più pagato al mondo, dopo di lui solo David Guetta. Calvin, 32 anni, a lasciare le scene non ci pensa affatto e lo scorso anno ha percepito uno stipendio di 66 milioni di dollari, più di quanto ha incassato solo di salario e bonus dal Real Madrid, un altro 32enne milionario, il calciatore Cristiano Ronaldo: 52 milioni nel 2015.

E non sono cifre da capogiro: la regina dei “money maker”  è la cantante Katy Perry, con 135 milioni di dollari; nella top 3 degli artisti più remunerati del pianeta. Il paradosso doloroso è che mentre negli ultimi trent’anni aumentavano cache di artisti e sportivi, sono diminuiti i salari dei loro coetanei comuni mortali.

Le entrate da lavoro dei nati tra gli anni Settanta e Ottanta, sono poco più alte in termini reali di quelle dei loro genitori, venti anni fa. Mentre i salari della generazione X (30 – 40 anni) sono andati erodendosi, le pensioni dei loro genitori sono cresciute e in fretta: tre volte tanto per i baby boomers inglesi; quasi il 60% per quelli italiani.

E la tendenza ad un welfare sproporzionato non è solo italiana.

Le affinità tra paesi europei e America del nord vi sorprenderanno: gli under 40 di Spagna, Italia e Stati Uniti hanno perso più punti percentuali in entrate rispetto agli over 65, parte di una fetta di popolazione che ha gonfiato il proprio portafogli dal 2008, nonostante la recessione o grazie ad essa. Ma si riscontrano anche delle analogie inaspettate con paesi dal welfare evoluto come Canada e Germania. Qui le entrate degli ultra settantenni sono vigorosamente balzate in avanti dal 1990, a scapito della generazione X: 19 punti percentuali in Italia, 12 in Canada, 9 in Germania.

Questi numeri, analizzati dal Luxembourg Income Study, uno dei think-tank specializzati sui dati economici della popolazione, ci dicono che non può esistere un reale miglioramento nelle condizioni economiche degli under 40, partendo da questa disparità. Anche perché le previsioni di crescita 2016 per l’Europa sono fiacche: tra l’1% e il 4% (Grecia esclusa).

Una vita all’insegna dello “sharing again”? Non è detto. Una questione da considerare è la tendenza degli under 40 al risparmio: tra il 5 e il 10% del salario. Non sarà come una carta di credito sul conto dei genitori ma il “nest egg” – il gruzzoletto risparmiato –  permette di far fronte alle emergenze, non indebitarsi e prioritizzare le spese, all’insegna dello “stop the bleeding and imagine your future”.

Immagine via Unsplash

Chiara Organtini