Perché così tanti in Italia non fanno il lavoro per cui hanno studiato?

Perché così tanti in Italia non fanno il lavoro per cui hanno studiato?

Succede quando c’è una mancata corrispondenza tra i titoli di studio dei lavoratori e quelli richiesti dal mercato del lavoro. È il cosiddetto educational mismatch, ovvero il disallineamento tra il livello di istruzione e le richieste necessarie a svolgere il proprio lavoro.

E l’Italia è tra i Paesi in Europa con il più alto tasso di discrepanze di questo tipo: secondo l’indagine Isfol Plus, da noi un diplomato su tre e un laureato su cinque ritengono infatti che la loro attività lavorativa potrebbe essere svolta anche con un titolo di studio inferiore a quello posseduto. Sintomo di una domanda di lavoro poco orientata alle professionalità più qualificate. Ma anche di una formazione non adeguata (skill mismatch) ad acquisire le competenze per trovare e mantenere un impiego.

I peggiori tra i Paesi avanzati

La Survey of Adult Skills dell’Ocse mostra come l’Italia sia al primo posto per la presenza di lavoratori interessati dall’educational mismatch. Con una prevalenza dell’over-skilling, cioè di coloro che hanno un livello di istruzione superiore rispetto ai compiti che sono chiamati a svolgere, in particolare tra i laureati.

Secondo l’Eurostat, il 33,3% dei laureati tra i 20 e i 24 anni in Italia rimane senza lavoro—una percentuale maggiore rispetto ai coetanei disoccupati con il solo diploma in tasca (30,4%). Dopo gli studi universitari, ci si trova davanti un mercato del lavoro poco dinamico, con un’alta percentuale di richiesta di mansioni di basso livello. Le aziende italiane, d’altronde, sembrano preferire i candidati con livelli più bassi di istruzione: il 37% degli impiegati in posizioni dirigenziali ha completato la scuola dell’obbligo, contro il 15% che ha invece una laurea.

Le radici del problema

Una spiegazione dell’alto educational mismatch italiano potrebbe essere la scarsa richiesta di competenze tipica di un’economia poco innovativa, ancora in gran parte fondata sulla produzione e sui servizi tradizionali. Senza dimenticare le piccole dimensioni delle imprese italiane, con strutture informali che tendono a non sfruttare appieno le risorse umane a disposizione.

Ma una spiegazione potrebbe arrivare anche dalla qualità del capitale umano e dallo scarso incrocio tra mondo dell’istruzione e mercato del lavoro. Uno dei problemi riguarda il tipo di studi universitari scelti dagli italiani, orientati di più verso le facoltà umanistiche. Secondo i dati Ocse, i giovani tra i 25 e i 34 anni in 39 casi su cento sono in possesso di un titolo di area umanistica. Solo il 25% sceglie una laurea nelle facoltà più richieste dal mercato: scienze, tecnologia, ingegneria e matematica.

Figure professionali introvabili

Non a caso, molte figure professionali sono introvabili per le aziende italiane. Tra le figure più richieste e nello stesso tempo più introvabili per le aziende, c’è ad esempio quella del perito meccanico. Il 54,6% dei ragazzi italiani sceglie i licei, il 30,3% gli istituti tecnici e solo il 15% gli istituti professionali. Secondo il sistema informativo Excelsior di Unioncamere e Anpal, su 339mila giovani che le aziende italiane intendevano inserire tra luglio e settembre, il 23% era considerato introvabile. Le prima tre professioni più difficili da trovare tra gli under 30 sono gli specialisti in scienze informatiche, fisiche e chimiche (difficili da trovare nell’88% dei casi), ma anche formatori e insegnanti (66%) e progettisti e ingegneri (59%).

lavoro titolo studio italia 3

Che fare?

Un recente filone degli studi ha ipotizzato anche che l’alto educational mismatch possa essere legato a un sistema educativo incapace di fornire nei laureati le competenze, anche pratiche, richieste dal mercato del lavoro. La teoria, insomma, non basta. E nelle nostre scuole e università, in effetti, se ne fa molta, con poche esperienze sul campo. C’è poi il cosiddetto modello della competizione lavorativa, secondo il quale la sovra-istruzione si deve anche all’alta competizione per accaparrarsi i pochi lavori disponibili, che spinge i laureati ad accumulare conoscenze e qualifiche superiori a quelle effettivamente richieste.

Che fare? L’Ocse dimostra come un miglioramento delle qualità manageriali, ai livelli minimi in Italia, sia associato alla decrescita del 7% dello skill mismatch e ad una crescita del 2,5% nella produttività del lavoro. Infatti, ancora di recente i due economisti Fadi Hassan e Gianmarco Ottaviano hanno illustrato come le aziende italiane si basino troppo spesso su pratiche manageriali inadeguate e non meritocratiche, finendo così per utilizzare in maniera poco adeguata le proprie risorse abbassando i potenziali livelli di produttività.

Un’altra via per ridurre l’educational mismatch, sempre secondo l’Ocse, è poi legato alla formazione continua: infatti, la possibilità di riqualificarsi con training specifici permette ai lavoratori caduti al di fuori delle proprie competenze di acquisire nuovi skill e avere performance migliori sul luogo di lavoro. Tuttavia, fa notare proprio l’organizzazione con sede a Parigi, anche in questo ambito l’Italia è più indietro dei partner internazionali. C’è insomma ancora molta strada da fare per armonizzare competenze e opportunità di lavoro nel nostro Paese.  

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